sabato 31 agosto 2013

Una storia.... sconosciuta




E' nato dal 23 luglio un presidio davanti al civico 117/ a di Piazza Montecitorio, il fatto strano è che nessun mass-media ne parla, quasi fosse una notizia da nascondere, si da spazio al gossip, allo sport, al "royal baby" ma stranamente tutti ignorano quello che sta accadendo




ecco raccontato il calvario di un uomo che chiede il diritto alle cure, ricorderete il caso raccontato da Giulio Goria della "piccola Sofia", una bambina gravemente ammalata a cui veniva rifiutato il trattamento medico richiesto dalla famiglia ? bene siamo alle solite, gli interessi di una casta vengono anteposti al diritto alle cure del singolo.

il 10 settembre è prevista una manifestazione pacifica a Piazza montecitorio, vedremo cosa fara' la tv pubblica, se mostrera' al grande pubblico le immagini o se continuera' a disinteressarsene, ai posteri l' ardua sentenza ! 

https://www.facebook.com/events/555687887813380/?ref=22

I fratelli Marco e Sandro Biviano fanno un appello a tutti gli attivisti e a tutte le persone volenterose di sposare la causa di avere coraggio e di scendere in piazza anche prima del 10 settembre per dare una mano. L'appello è forte, deciso e chiarissimo. Un richiamo al senso di responsabilità di tutti. Il diritto alla vita è un diritto universale che raccoglie in se tutte le battaglie sui diritti umani.
FONTE :   http://www.youreporter.it/video_Appello_a_tutti_gli_attivisti_da_parte_dei_Fratelli_Biviano

venerdì 30 agosto 2013

DIRITTO INTERNAZIONALE







CASO ENRICA 

LEXIE










Riassumendo brevemente l'accaduto vediamo di trarre considerazioni di Diritto.
Verso la metà di febbraio del 2012, due fucilieri della marina militare italiana, appartenenti al Battaglione San Marco, dopo varie segnalazioni ottiche e sonore, sparavano colpi di dissuasione in aria e davanti ad  una imbarcazione che si stava avvicinando con presumibili intenzioni di abbordaggio. 
Nello stesso giorno un'altra petroliera Greca, la Olimpic Flair denunciava il tentativo di abbordaggio da parte di due imbarcazioni.
Sono state fatte delle dichiarazioni secondo cui i due pescatori indiani non sono stati uccisi dai due Fucilieri, ma dalle forze di sicurezza di un’altra petroliera che si trovava nello stesso luogo. Altra dichiarazione, secondo la quale la presenza italiana rappresenta il prodotto della prassi affaristica illecita ed il tentativo di tenere lontano il made in Italy dall'India per favorire i gruppi politici locali e contrastare l'odiata "Italiana" Sonia Gandi.
Ci sono anche questioni attinenti l’esatta locazione dove è avvenuto l’incidente, se si è consumato nella acque internazionali oppure nelle acque interne dell’India. Dopo l’incidente, le autorità indiane non hanno esitato a fermare la petroliera Enrica Lexie, battente bandiera italiana, convincendola ad entrare nel porto di Kochi, dove hanno proceduto al fermo dei due Fucilieri per interrogarli e, dopo aver valutato le responsabilità su chi ha sparato, accusarli del reato di omicidio.
Le autorità italiane, a loro volta, hanno posto in risalto il fatto che l’India non aveva alcuna giurisdizione in merito all'accaduto e non hanno contestato subito la completa estraneita dei Militari di scorta ribadendo, quindi, che solo l’Italia aveva la esclusiva giurisdizione sui propri organi ufficiali che operavano per la sicurezza dell’Enrica Lexie e questo in base ad un principio generale storicamente e comunemente riconosciuto dall'ordinamento internazionale – e, da ultimo, sancito nell'articolo 87 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982 – secondo cui nelle acque internazionali lo Stato della bandiera è il solo soggetto normalmente legittimato ad esercitare poteri coercitivi nei confronti delle navi iscritte nei propri registri.
Qui si inserisce anche la responsabilità di chi ha ordinato lo sbarco dei due Fucilieri consegnandoli di fatto a chi non aveva titolo per procedere al fermo di due Militari in missione.
Le autorità indiane facevano presente alle autorità italiane che spettava a loro l’esercizio della giurisdizione, in base al loro ordinamento interno. Il luogo dove è avvenuto l’incidente costituisce il punto cruciale per comprendere la natura della controversia tra i due soggetti di diritto internazionale. A parere delle autorità italiane, visto che la petroliera Enrica Lexie si trovava in alto mare al momento dell’accaduto, le Corti indiane non erano competenti nel giudicare i due marò, secondo il diritto internazionale.
Questa disputa tra i due Stati opera alcuni differenti punti: il primo, se l’esercizio di giurisdizione da parte dell’India viene inibito dalle rilevanti norme di diritto internazionale generale; il secondo, se l’inseguimento e il fermo della Enrica Lexie in acque internazionali era ammissibile; e, il terzo, se questo priva i tribunali interni indiani ad applicare la loro giurisdizione.
Il primo punto può essere risolto dando uno sguardo alle fonti standard del diritto internazionale generale come, a titolo di esempio, i trattati e la consuetudine. Classicamente lo jus cogens o, meglio, il diritto internazionale consuetudinario disciplina l’esercizio della giurisdizione secondo cui ciascuno Stato potrebbe esercitarla in ogni momento, tranne dove si presenta una norma che la vieta. Su questo punto si espresse già la Corte Permanente di Giustizia Internazionale, prima della nuova Corte Internazionale di Giustizia, la quale affrontò un simile caso nel 1927, sottolineando che lo Stato nazionale della nave, dove ci furono anche dei morti, aveva tutto il diritto di esercitare la giurisdizione perché il reato si consumò sul territorio di quello Stato, visto che la nave era, in un certo senso, considerato lembo territoriale.
Questo principio trova la sua recente espressione nello jus cogens noto come il principio del fine territoriale. Gli altri principi del territorio sono quello soggettivo, quello della nazionalità attiva, della personalità passiva, dell’universalità, della protezione e, possibilmente, quelli degli effetti dottrinali. Gli Stati, pertanto, sono liberi di limitare l’esercizio della propria giurisdizione mercé, inter alia, accordi internazionali siglati.
Gran parte degli Stati, che costituiscono la vita della società internazionale, dopo la decisione della Corte Permanente di Giustizia Internazionale inerente l’affare Lotus tra Francia e Turchia del 1927, si sono riuniti a Montego Bay nel 1982 per dar vita alla Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare, firmandola ed invertendo la decisione dell’affare Lotus. 
Si menzioni il fatto che sia il governo italiano che quello indiano hanno ratificato e firmato questo trattato del 1982, per cui sono a tutti gli effetti vincolati ad esso. 
L’articolo 97 paragrafo 1 della Convenzione di Montego Bay sul Diritto del Mare enuncia che in caso di abbordo o di qualunque altro incidente di navigazione nell'alto mare, che implichi la responsabilità penale o disciplinare del comandante della nave ovvero di qualunque altro membro dell'equipaggio, non possono essere intraprese azioni penali o disciplinari contro tali persone, se non da parte delle autorità giurisdizionali o amministrative dello Stato di bandiera o dello Stato di cui tali persone hanno la cittadinanza. Questo articolo va applicato esclusivamente ai casi di collisione ed incidenti di navigazione nelle acque internazionali, ad esclusione di altri eventuali casi. La Convenzione di Montego Bay sul Diritto del Mare inibisce l’esercizio di giurisdizione su atti che cagionano una collisione che avviene su una altra nave battente bandiera di un altro Stato, fondandosi, pertanto, sul principio oggettivo territoriale.
La norma generale inerente la giurisdizione in acque internazionali è sancita nell’articolo 92, secondo cui le navi battono la bandiera di un solo Stato e, salvo casi eccezionali specificamente previsti da trattati internazionali o dalla presente Convenzione, nell'alto mare sono sottoposte alla sua giurisdizione esclusiva. Purtroppo, questa norma non specifica in modo netto la giurisdizione penale su atti che avvengono su una nave e si concludono su di un’altra nave. Essa fa riferimento soltanto alla giurisdizione sulle navi e si riferisce, in larga misura, all’autorità di fermare la nave nelle acque internazionali e di condurre l’attività di polizia giudiziaria a bordo. Sempre l’articolo 92 può essere letto per comprendere l’esclusione della applicazione all’approccio dell’obiettivo territoriale della giurisdizione, facendo riferimento ai casi eccezionali. Il problema di quest’approccio sta nel fatto che, secondo la teoria oggettiva, lo Stato nazionale della nave, dove è stato commesso il crimine, non esercita la giurisdizione sulla nave in cui il crimine ha avuto il suo inizio. L’India ha sempre ritenuto di dover esercitare il proprio diritto di considerare crimini quelle attività che si manifestano o si sono manifestati, se pur parzialmente, sul suo territorio. Il contenuto della norma, presente nell’articolo 92, indica come prevenire gli Stati dall’esercizio della giurisdizione su eventi che accadono a bordo di una nave in acque internazionali e che batte la bandiera di un altro Stato. In aggiunta, va sottolineato che la norma, di cui all’articolo 97, inerente la collisione, sarebbe superflua, se l’articolo 92 fosse intesa come esclusione della competenza giurisdizionale in tutti i casi, dove il reato viene commesso a bordo di un’altra nave.

Gli estensori della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare non tennero in considerazione o, meglio, esclusero la giurisdizione solamente nei casi di collisione ed incidenti di navigazione, asserendo, in conclusione, che in altri casi la giurisdizione è consentita.
Estendere la giurisdizione indiana su reati che vengono commessi su navi che battono bandiera indiana è conforme con l’attuale prassi giurisdizionale riguardanti i reati che hanno il loro inizio nel territorio di uno Stato e sono commessi o parzialmente compiuti nel territorio di un altro Stato. Le Corti indiane andrebbero intese come aventi la giurisdizione sui due Fucilieri basata sulla mancanza di ogni esplicita inibizione della Convenzione di Montego Bay del 1982 sull’esercizio del principio dell’obiettivo territoriale ed il fatto che la prassi giurisdizionale attuale di solito sostiene l’esistenza di alcune giurisdizioni in determinati casi.
Competente a prescrivere comportamenti è, ovviamente, una questione separata dal se perseguire o meno la petroliera Enrica Lexie in acque internazionali, ed era consentito dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare. Questo secondo problema concerne l’autorità di uno Stato di trattenere una nave in acque internazionali. L’articolo 111 paragrafo 1 della Convenzione di Montego Bay del 1982 enuncia che è consentito l’inseguimento di una nave straniera quando le competenti autorità dello Stato costiero abbiano fondati motivi di ritenere che essa abbia violato le leggi e i regolamenti dello Stato stesso. L’inseguimento deve iniziare quando la nave straniera o una delle sue lance si trova nelle acque interne, nelle acque arcipelagiche, nel mare territoriale, oppure nella zona contigua dello Stato che mette in atto l’inseguimento, e può continuare oltre il mare territoriale o la zona contigua solo se non e` interrotto

L'analisi effettuata dal Perito Giudiziario Luigi di Stefano, oltre che confutare tutte le prove iniziali addotte dalle autorità del Kerala,  spiega dettagliatamente e pone in evidenza tutti questi aspetti.
L’esatta locazione della petroliera italiana Enrica Lexie, al momento dell’inseguimento iniziato – se al di là del mare territoriale –, può essere considerato come un violare i diritti nella zona dell’alto mare, in cui la nave italiana si trovava in quel momento. Nonostante tutto, alcune cose possono essere evidenziate con certezza. Le autorità indiane non avevano alcun diritto di inseguire la nave Enrica Lexie, visto che i presunti atti di omicidio sono avvenuti oltre il loro mare territoriale e, quindi, in aree non soggette alla sovranità dello Stato indiano. Contrariamente, a parere di chi scrive, essi avevano pienamente il diritto e l’autorità di fermare la nave battente bandiera italiana, solamente se l’incidente fosse accaduto nelle loro acque territoriali. A maggior ragione, visto che la nave italiana era stata trattenuta in modo inappropriata nel porto di Kochi per alcuni mesi – il suo rilascio è avvenuto agli inizi del mese di maggio –, le autorità indiane sono in dovere nel risarcirla per ogni perdita giornaliera. Ciò è sancito proprio nel paragrafo 8 dell’articolo 111, sempre della Convenzione di Montego Bay del 1982, secondo cui una nave che abbia ricevuto l’ordine di fermarsi o sia stata sottoposta al fermo fuori dal mare territoriale in circostanze che non giustificano l’esercizio del diritto di inseguimento verrà indennizzata di ogni eventuale perdita o danno conseguente a tali misure. Ma questo non ha ancora risolto il problema della giurisdizione indiana circa la detenzione dei due fucilieri della marina militare, che sono tuttora, anche se in parte liberi, in attesa della decisione dell’alta Corte indiana per il loro via dal territorio indiano.
L’ultima problematica concerne la questione inerente i tribunali indiani se sono autorizzati ovvero abbiano titolo a processare i due  fucilieri della marina militare italiana  per l’accusa di omicidio, in cui si suppone pure che l’India abbia violato una serie di norme di diritto internazionale proprio attraverso il fermo della petroliera battente bandiera italiana e l’arresto dei due organi ufficiali. La risposta dell’India non può che sembrare positiva come questione di diritto. Sebbene non viene dibattuto, generalmente, il procedimento giudiziario di un individuo sarà legale anche nel momento in cui quella persona sia stata data in custodia alla Corte indiana con strumenti illeciti. La Camera straordinaria del Tribunale cambogiano, ad esempio, ha esplicitamente riconosciuto tale dottrina, mentre il Tribunale internazionale per i crimini di guerra in Ruanda ne ha già dibattuto. 
Non pare esserci, di conseguenza, una parte del diritto internazionale che possa regolare il modus con cui poter esercitare la giurisdizione a causa di questo presunto arresto illegale. La presenza di questi nuclei militari a bordo si attiene anche alla risoluzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, la quale invita tutti gli Stati a contribuire al contrasto della pirateria al largo delle coste somale e nell’Oceano indiano. Le autorità italiane hanno insistito sul problema che, sulla base dei principi del diritto internazionale, la giurisdizione sul caso appartiene unicamente all’ordinamento giudiziario italiano, perché i fatti sono avvenuti in un’azione antipirateria, come pure quest’azione è stata compiuta in alto mare su una nave battente bandiera italiana e anche per il fatto che ne sono stati protagonisti militari italiani, organi ufficiali dello Stato italiano.
L’incidente avvenuto in acque internazionali tra la petroliera battente bandiera italiana ed il peschereccio indiano viene dipinto come una specie di giallo internazionale.

Alla luce di queste considerazioni si può ragionevolmente pensare che nessun giudice Indiano, forte degli insegnamenti del diritto anglosassone , non può non valutare tutte le norme indicate e quindi pronunciare una sentenza assolutoria per Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, mentre la responsabilità delle decisioni, da qualsiasi livello siano pervenute, sono esclusivamente dei vertici di comando sia politico che Militare (indipendentemente da chi li ha comunicati) in primis di chi è al vertice della catena.

L'onore dei Comandanti !


30 Agosto 2013, giorno 558

Nella tradizione marinara è norma non scritta che il comandante sia l' ultimo ad abbandonare la nave e il passato racconta episodi di eroismo svolti dai comandanti di imbarcazioni di tutto il mondo, cosa c' entra tutto questo con il caso da noi seguito ? 
 finalmente inizia a filtrare qualche notizia....il muro inizia ad incrinarsi...

ma veniamo ai fatti, la domanda piu' volte posta è stata " chi ha dato gli ordini ? " , quegli ordini scellerati che hanno portato due fedeli soldati, due Fucilieri con altissimo senso dell' Onore e della Patria ad essere sacrificati senza alcuna ragione giustificabile, ad essere abbandonati in mani di una nazione asiatica, una nazione dall' altra parte del mondo.

ECCO LA RISPOSTA : 

L'ordine è partito da Di Paola, con la locuzione facciamoli dirottare su Kochi "sono amici". Dal Ministro Di Paola è anche partito l'ordine di inviare l'addetto navale, ammiraglio FAVR, da  New Delhi a Kochi (due ore di volo) e di far attendere in banchina l'arrivo della Lexie.
L'ordine di rientro è stato firmato dall'Ammiraglio Marzano , all'epoca sottocapo di stato maggiore a CINCNAV (quindi alle dirette dipendenze di BINELLI MANTELLI.
l'ammiraglio Donato Marzano ha inviato l'ordine sul circuito degli EPT. Gli EPT (acronimo di esclusivo per titolare) è una forma di comunicazione riservata ai titolari di comandi ed enti  èd ha la caratteristica  di non essere registrata sui circuiti normali quindi è un canale che pur non essendo coperto da segreto di stato di fatto è nascosto agli occhi di chiunque anche all'interno della MMI. 
L'ammiraglio Donato Marzano è stato insignito di encomio solenne assieme a Piroli


FONTE : 
 www.facebook.com/notes/ambrogio-vivaldi/caso-marò-chi-ha-dato-gli-ordini/ 720874634605551

La Vera Italia non abbandona nessuno !

Cittadini della Puglia, ma dove siete?

Ho passato i pochi giorni di ferie nella mia terra, la Puglia, terra solare, calda, amica che ti accoglie a braccia aperte sia che si arrivi tra le dolci colline di Candela, sia provenendo da nord attraversando di fiume Fortore ed ammirando la maestosità del Gargano e il colore dell'oro del Tavoliere, sia che si arrivi dalle bianche spiagge di Ginosa e Castellaneta Marina o tra i canyon di Altamura...terra che ti prende il cuore, gli occhi, la testa e la...panza...terra di spiagge incantevoli, mare cristallino e di gente speciale, di gente di mare, ma...
ahi ahi ahi...ed i marò? che fine hanno fatto?
sono stato a Torre a Mare, frazione a sud di Bari dove abita Salvatore Girone. Mi sarei aspettato che in questa piccola località balneare (dove ho trascorso la mia gioventù estiva), dove le rughe dei vecchi pescatori raccontavano di storie vissute, dove i loro sguardi avevano il sapore del mare, dove ancora potevi scendere in acqua e gustare direttamente ricci e patelle...in questa località ora dedita essenzialmente al turismo, non sono riuscito a vedere un solo nastrino giallo, una sola bandiera italiana o del San Marco, un solo simbolo che ricordasse a tutti che un loro figlio è stato venduto per 31 danari...spero che qualcuno legga e vi ponga rimedio...
nelle grandi città la situazione non è molto diversa: a Bari lo striscione fortemente voluto dal sindaco, che sovrasta l'ingresso del Municipio è tutto attorcigliato e sporco, forse perchè non siamo in fase elettorale? forse perchè non ci sono più le telecamere? forse perchè ora non deve fare più notizia? ahi ahi ahi, signor Emiliano...ahi ahi ahi...
a Taranto invece, base storica della Marina Militare, c'è il ... nulla, neanche una scritta messa lì, per caso, niente di niente. Mi piangeva il cuore nel vedere questa città, dove ho passato i miei 18 mesi al servizio della patria, città legata al mare ed alla marineria da secoli, non riportare neanche un minimo segno dei suoi due figli...due Uomini di mare che stanno sacrificando la loro esistenza per mantenere alto l'Onore di una Patria che amano, di un Popolo in parte di corta memoria, e di politici che, nonostante li stiano bistrattando, rappresentano purtroppo questa grande Nazione che fa invidia al mondo...

ITALIANI, I NOSTRI DUE MARO' SONO ANCORA PRIGIONIERI IN INDIA...NON ABBASSIAMO LA GUARDIA...NON POSSIAMO, DIAMOCI DA FARE COME FOSSE IL PRIMO GIORNO...

NOI NON LASCIAMO INDIETRO NESSUNO, MAI !!!

SAN MARCO !!!

giovedì 29 agosto 2013

Il giallo della petroliera,l' india ricorrera' all' onu ?


29 Agosto 2013, giorno 557

Un nuovo giallo riguarda una nave e l' india, la petroliera indiana  "Desh Shanti" è stata bloccata e condotta nel porto Iraniano di Bander El Abbas,  il "Times of India" noto quotidiano pubblica sulla sua edizione web un articolo da cui estraggo :
 NEW DELHI: India on Tuesday registered a strong protest with Iran for having detained an Indian ship earlier this month as foreign secretary Sujatha Singh summoned Iranian ambassador Gholamreza Ansari. India was hoping until now that the ship would be released without having to make its displeasure public but the Iranians have not relented.

As first reported by TOI, the Iranian Revolutionary Guard Corps (IRGC) took custody of the vessel on August 13 in international waters and forcibly took it to Bandar Abbas port. India's patience is fast running out since the vessel has been in Iranian custody for 15 days without any justification or provocation.

The two countries have been on the verge of a diplomatic standoff sinceMT Desh Shanti, on its way to India carrying 140,000 tonnes of Iraqi crude, was detained in international waters. According to the Indian establishment, Iran continues to forcibly detain the oil tanker without providing any evidence to prove that it discharged oily ballast into Iranian waters.

" Foreign secretary has conveyed government's strong concern at the continued detention of our ship in Port Bandar Abbas and government of India's expectation that the ship would be released at an early date and that crew members would be treated with all due consideration and courtesy in keeping with international norms," said foreign ministry spokesperson Syed Akbaruddin in an official reaction.

He added that the two countries are still trying to resolve the issue amicably. The foreign ministry revealed that Singh had met Ansari over the issue also on August 16 — three days after the tanker was detained.

India has also conveyed to Iran that the manner in which the ship was boarded by IRGC in international waters and forced into Iranian waters was "unacceptable".
fonte : timesofindia.indiatimes.com



I media indiani, rilanciati dal network satellitare iraniano Press Tv, scrivono che l’India ha inviato un team di esperti in Iran per ispezionare la petroliera che è stata posta sotto sequestro dalle forze navali iraniane per aver inquinato le acque del Golfo Persico. Il sequestro il 7 agosto da parte degli iraniani della crude oil tanker Desh Shanti rischia di trasformarsi da incidente diplomatico in un vero e proprio scontro tra due Paesi che hanno mantenuto buoni rapporti anche dopo le sanzioni contro Teheran volute dai Paesi occidentali.
La marina dell’India ha inviato una delegazione di cui fa parte un alto funzionario della Corporation of India e nel porto meridionale iraniano di Bandar Abbas, il team di esperti  effettuerà ispezioni tecniche sulla Desh Shanti, una petroliere costruita nel 2004, lunga 274 metri e con una stazza Lorda di 84.261 e Dead Weight di 158.030 tonnellate.
Già il 7 agosto scorso, dopo il sequestro della nave indiana, il portavoce del ministero degli esteri iraniano, Abbas Araqchi aveva detto che Teheran aveva invitato gli esperti indiani ad ispezionare la Desh Shant, spiegando anche il perché del clamoroso sequestro: «Il 6 agosto, l’Iran ha ricevuto un avvertimento da parte dell’International maritime organization (Imo) sulla nave Indiana MT Desh Shanti che stava inquinando le acque iraniane».
L’India è molto arrabbiata per quello che considera un dirottamento di una sua nave da parte dell’Iran e dice di aver fornito le prove che la petroliera era ad almeno 400 miglia nautiche di distanza dalla zona che è stata accusata di aver inquinato. La Desh Shanti è stata intercettata ed abbordata dai pasdaran iraniani nel Golfo Persico e portata nel porto iraniano di Bandar Abbas. New Delhi ha detto che le accuse di Teheran che la fuoriuscita di petrolio sia dovuta ad uno scarico della Desh Shanti nelle acque iraniane è assurda perché la nave non in quel momento non aveva un carico di greggio. In effetti, la nave aveva fatto il pieno di ‘acqua di mare come zavorra quando i barchini dei Guardiani della Rivoluzione Islamica la hanno intercettata nelle  acque internazionali ed hanno costretto il capitano a far rotta su Bandar Abbas.
Secondo i giornali indiani l’intento di Teheran è quello di colpire New Delhi che sta diminuendo costantemente le sue importazioni di petrolio dall’Iran a causa delle sanzioni imposte dagli Usa e dall’Unione europea per impedire che l’Iran realizzi il suo programma nucleare.
Nel 2010 l’Iran era il secondo fornitore di petrolio dell’India dopo l’Arabia Saudita, ora è scivolato al sesto posto, passando da 18,1 milioni di tonnellate a 13,3 milioni di tonnellate nel 2012-13, con un calo di circa il 26,5%. Ora gran parte delle importazioni di greggio dell’India provengono dall’Iraq e per l’Iran è inaccettabile che le petroliere indiane sfilino davanti alle sue coste per andare a caricare greggio altrove, magari lavando le cisterne nel “suo” mare. La Desh Shanti però non era in viaggio verso l’Iraq ma doveva attraccare a Fujairah, uno degli Emirati Arabi Uniti quando gli iraniani la hanno intercettata e dirottata. Anche ad Abu Dhabi non sembrano averla presa molto bene.
Gli indiani parlano apertamente di false accuse all’equipaggio della Desh Shanti come ritorsione per la diminuzione degli acquisti di petrolio iraniano e il governo di New Delhi ha dato subito mandato alla Mea and Shipping Corporation of India di preparare un dossier dettagliato che dimostrerebbe che le accuse degli iraniani non stanno in piedi.
Un alto funzionario del ministero egli esteri indiano ha sottolineato: «Abbiamo fornito la longitudine e la latitudine dell’ultima posizione della nave che è stata certificata dalla autorità internazionali. Ciò dimostra chiaramente che la nave era almeno 400 miglia nautiche dalla posizione che gli iraniani pretendono abbia  inquinato». Esattamente il contrario di quanto dice Teheran.
FONTE : GREENREPORT.IT 

per intenderci ecco un nuovo caso riguardante controversie tra l' india e un altro stato, vedremo gli sviluppi solo per fare un raffronto con il famigerato caso delle accuse verso i Fucilieri della Brigata San Marco imbarcati sulla Enrica Lexie, e vedere come si muovera' l' india verso uno stato che mostra i muscoli, se richiedera' interventi dell'ONU quali un arbitrato o simili, ed inoltre per fare un raffronto tra la politica estera di Nuova Delhi con quella attuata alla Farnesina (l' invito al M.A.E. Bonino è di prender visione degli sviluppi per imparare come si tutelano gli interessi nazionali e i propri concittadini )

La Vera Italia vi informera' come sempre
Andiamo Avanti !

Italia ma cosa ti succede...

E' con sgomento che leggo news un po da tutte le parti: telegiornali, quotidiani, settimanali, ecc. che riportano varie notizie descritte però a seconda del colore politico d'appartenenza, ma la notizia, di per se è sempre la stessa, e mi spiego: nel caso dei nostri due fucilieri di marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, la sinistra (quindi anche il governo) li condanna a priori ad un processo "equo e rapido" in terra straniera quando la destra ha dimostrato, fatti alla mano, la loro assoluta innocenza. Ma in questo caso non solo la destra, ma alcuni giornalisti che lo hanno dimostrato anche in tv e su varie testate giornalistiche oltre a migliaia di cittadini che hanno cercato in rete sono arrivati alla stessa conclusione, e cosa succede? 
- che il Ministro della Difesa sembra faccia il figo in ogni occasione ripetendo il ritornello del processo  "equo e rapido" 
- che la nanafintobionda del MAE, coniatrice di tal sibillina frase senza senso, la ripeta all'infinito 
- che i Comandi delle FFAA con assordante silenzio, si piegano al volere dei tecnicopoliticini 
- che il reditaliabisbisnonnogiorgino sia stufo di sentirne parlare 
- che i nuovi arrivati nei due emicicli di comando si stiano facendo comandare, dopo un boom di patriottismo mai sentito prima, volatilizzato come il fumo di una sigaretta 
-  che quella saponetta di demisturicchio, memoria storica di 18 mesi di tragedia nazionale, ha compiutamente fatto ciò che gli è stato ordinato: nulla
- che si sono succeduti ben due governi, fotocopia l'uno dell'altro, per valorizzare le proprie poltrone a danno del popolo, e sempre in maniera "equa e rapida"...

E gli Italiani cosa fanno nel frattempo? Meno di nulla, pensano al proprio orticello fatto di lavoro (per chi è fortunato), casa, Iphone, Ipod, status simbol del demenziale...per essere connessi con il mondo? ma che ca@@o vi frega di sapere il tempo alle Tuamotu? e che ci devi andare oggi? no, viviamo nel tempo dei condizionamenti mediatici, del mio, dell'io, e ci facciamo fare non il lavaggio ma lo shampoo al cervello, esattamente ciò che voglio "Loro", i tecnicopoliticini sia nostri che mondiali. 

Possibile che in Italia il problema vitale è che il nanodiarcore è il demonio e va esorcizzato? ha sbagliato, deve pagare !!! e mi chiedo se il nanodiarcore (personalmente non mi piace) ha fatto le leggi su misura (dicono) come mai non è con gli amici di merenda del bilderberg (è inutile sconfessare cosa sono e cosa fanno, oramai lo sanno anche le pietre...) ? non lo hanno mai voluto? e perchè? e come mai in questa confraternita ci sono, tra gli altri, la regina d'olanda (proprietaria di fatto della shell) ed i vertici di tutte le majors del mondo, ma non il nanodiarcore che per cacciarlo gli hanno fatto crollare le azione delle sue aziende? detto fatto ed in pochi giorni un professore della bocconi viene nominato senatore e poi (non votato dal popolo) capo del governo? e guarda un po che anche lui fa parte della combriccola bilderberghiana insieme ad altri suoi amici che si porta al governo...cade questo tecnogoverno e reditaliabisbisnonnogiorgino elimina bersani (più o meno eletto dal popolo) per metterci il barzelLetta di turno e i suoi compari (sempre non eletti dal popolo) tutti con il tesserino di tribuna centrale dello stadio bilderberg...

Italia non farti prendere per i fondelli, il futuro ora lo vedi plumbeo ma puoi fare di meglio...molto meglio...inizia a restituirci i nostri marò, non hanno fatto nulla per meritarsi tutto questo, e poi alle prossime votazioni, pensa con il cervello e con il cuore...non per moda...


mercoledì 28 agosto 2013

Ramstein

quella strage 25 anni fa

ERA IL 28 AGOSTO 1988, COSI' CAMBIO’ LA STORIA DELLE ACROBAZIE AEREE 



Ramstein, quella strage 25 anni fa
L'incidente a Ramstei
Un attimo, uno schianto, un bagliore, tre frecce impazzite che precipitano e sul campo rimangono settanta morti e 346 feriti: è il drammatico bilancio dell'incidente aereo di Ramstein, in Germania, accaduto il 28 agosto 1988, venticinque anni fa, nel quale fu coinvolta la Pattuglia acrobatica nazionale (Pan). E' stato il più pesante e tragico incidente della storia in una esibizione acrobatica aerea. Era una domenica soleggiata di fine estate. Nella base statunitense di Ramstein, al confine con la Francia, era in corso un'esibizione aerea. Le Frecce tricolori erano le più attese. Il programma procedeva senza intoppi. Poi il dramma.
Nell'espletamento dei 'cardioide', una delle figure più rappresentative delle Frecce, il 'solista', (Pony 10, in gergo tecnico), il tenente colonnello Ivo Nutarelli, arriva troppo presto all'intersezione con i colleghi ed è collisione. Il suo Aermacchi MB-339 colpisce in pieno il capoformazione (Pony 1), il tenente colonnello Mario Naldini, che a sua volta 'tocca' 'Pony 2', il capitano Giorgio Alessio. I tre aerei diventano altrettante palle di fuoco, delle frecce impazzite e incontrollabili. Pony 1 si schianta su una corsia stradale al fianco della pista. Naldini non fa in tempo ad azionare il sedile eiettabile.

Anche il capitano Alessio finisce la sua tragica corsa sulla pista e nell'impatto il suo aereo esplode. La traiettoria più tragica è però quella di Pony 10. Dopo l'impatto, l'Aermacchi di Nutarelli piomba sulla folla che ancora non si era resa conto di quello che stava accadendo. Sul terreno rimangono 67 morti e centinaia di feriti. Una strage. Il tutto in sette, lunghissimi, secondi. Sulla strage di Ramstein (la base aerea americana da allora non ha più ospitato manifestazioni aeree) si sono susseguite le ipotesi più fantasiose. Molti parlano e parlarono di complotto, di sabotaggio. Proprio Nutarelli e Naldini, infatti, come appurò la commissione per la strage di Ustica, si erano alzati in volo la sera del 27 giugno 1980 dall'aeroporto di Grosseto e intercettarono il DC9 dell'Itavia.
Il sabotaggio di Ramstein, secondo queste ipotesi, sarebbe stato architettato per togliere di mezzo eventuali testimoni. Difficile, ovviamente, assecondare questa tesi a causa anche della sproporzione tra fini e mezzi e cioè che si dovesse cagionare una catastrofe - con modalità peraltro incerte nel conseguimento dell'obiettivo - per eliminare due testimoni. Ramstein fu piuttosto un tragico errore. Nutarelli, forse il solista più preparato che mai le Frecce abbiano avuto, arrivò in anticipo all'intersezione con i colleghi. Forse, come sostennero altre tesi, perché accecato dal sole. Se ne accorse tanto che, per rallentare la corsa, estrasse i carrelli, ma non poté evitare l'impatto del suo Aermacchi.
Oltre ai tre piloti delle Frecce, sul colpo morirono 51 spettatori e altri 16 nelle settimane successive. Negli ospedali della zona vennero soccorse, per ustioni di vario grado, centinaia di persone: uomini, donne, bambini, giovani ed anziani. Da allora il volo acrobatico non è stato più lo stesso. Vennero adottare severissime misure di sicurezza. Oggi le 'figure' non possono più essere fatte sopra il pubblico che deve stare a svariate centinaia di metri dall'esibizione.
Sono cambiati anche i parametri delle Frecce e delle altre Pattuglie acrobatiche che hanno più 'aria' per le singole figure. In Friuli, dove il volo acrobatico è nato e dove le Frecce sono di casa, il dramma di Ramstein fu come un colpo al cuore. Difficile da smaltire. Ai funerali dei tre piloti tutta la città di Udine si fermò. Furono migliaia i presenti al tempio ossario di Piazzale XXVI luglio. Nessuno, però, pensò mai di 'chiudere' l'esperienza, di fermare a terra le Frecce che tuttora sono amate, rispettate e apprezzate per il loro lavoro 'di pubblicizzazione' dell'eccellenza italiana nel mondo.

Gli infiniti misteri sulla vicenda dei due marò

Molti i dubbi che in questi 550 giorni sono emersi sulla vicenda dei due marò. Hanno sparato, non hanno sparato. Il S Antony era il peschereccio che aveva minacciato la Lexie e su cui Massimiliano e Salvatore hanno fatto fuoco di dissuasione. I fatti sono accaduti in acque nternazionali. Che ruolo ha avuto la petroliera greca Olimpich Flair. Perché l'Armatore ha dato l'ordine di rientrare in acque territoriali indiane ed attraccare sul porto di Koci. Con chi si é consultato. Chi ha avvertito l'Addetto Militare che da Delhi ha raggiunto Koci in tempo utile per essere in banchina al momento dell'attacco della Lexie. Perchè l'Italia non ha attivato l'arbitrato internazionale per ottenere un giudizio super partes sull'accaduto.

Tante domande, poche le risposte molte delle quali incomplete specialmente se riferite ad aspetti del ruolo istituzionale dell'Italia. Nel frattempo  i due "Leoni del S.Marco" sono ancora in ostaggio dell'India ed il loro futuro é poco  comprensibile.

Fra le tante incertezze solo un aspetto è stato formalmente chiarito dall'allora Ministro della Difesa, quando il 15 ottobre 2012 ha sottoscritto una risposta scritta ad un'interrogazione parlamentare, informando che l'Armatore della nave aveva chiesto il "nulla contro" alla struttura militare di Comando e Controllo del personale militare impegnato in operazioni Fuori Area, perchè la petroliera Lexie rientrasse in acque territoriali indiane ed attraccasse a Koci. Autorizzazione concessa dal Centro Operativo Interforze che secondo procedura si dovrebbe essere consultato   con il Comando della Squadra Navale della Marina Militare (CINCINAV), organo di Comando, Coordinamento e Controllo delle unitá e del personale della Marina Militare che opera oltre i confini nazionali.

Una notizia passata in sottordine,  sicuramente non amplificata dagli Organi di Stampa nazionale quasi fosse un dettaglio di poco conto mentre, invece, la decisione rappresentava forse il nucleo principale, l'elemento fondamentale  intorno al quale l'intera vicenda ruota da più di 500 giorni. Se la Lexie, infatti, non fosse rientrata in acque internazionali l'Italia avrebbe potuto pretendere in qualsiasi contesto internazionale l'applicazione nei  confronti di Latorre e Girone il  diritto di immunitá funzionale, chiudendo definitivamente l'intera faccenda.

Qualcosa di poco chiaro e mai chiarito é invece avvenuto e si aggiunge al mistero di chi abbia avvertito dei fatti  l'Addetto per la Difesa a Delhi, anche esso un Ufficiale di Marina e di chi abbia dato lui disposizioni su come muoversi su quello che stava diventando un terreno minato. Gli Esteri piuttosto che la Difesa ?  La Presidenza del Consglio attraverso i rappresentanti dell'Intelligence italiana in India?  Piuttosto l'Ambasciatore italiano del momento,  in vero molto assente nell'immediatezza dei fatti.

Non un dettaglio di poco conto, ma un altro elemento essenziale dal quale si potrebbe comprendere la "disinvoltura" con la quale l'Ufficiale ha accettato le richieste indiane di far consegnare Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, decisione sicuramente non autonoma né improvvisata,  conoscendo l'inerzia che caratterizza determinate funzioni all'estero.

Vicende iniziali ma fondamentali che peraltro hanno visto un totale distacco dei vertici delle Forze Armate quasi che i due Marò fossero operatori di sicurezza civili. Un distacco forse anche determinato dalla convinzione che qualcosa di immediato si sarebbe ottenuto essendo Ministro della Difesa, per la prima volta in Italia,  un collega, un Ammiraglio in quiescenza.

Un silenzio assordante rotto solo dallo sdegno manifestato da centinaia di migliaia di cittadini italiani, in uniforme, ex militari, civili, donne ed uomini a cui stava a cuore la sorte di due italiani e quella dell'immagine internazionale delle proprio Paese. Gente inascoltata, addirittura bistrattata e giudicata invece dalle Istituzioni ai massimi livelli come elemento disturbatore.

L'11 marzo un momento  di riscossa nazionale, il Sottosegretario agli Esteri dott. Staffan de Mistura annuncia al mondo che i due marò non rientrano in India al termine del loro permesso elettorale e l'Italia ricorrerá ad un arbitrato internazionale. Un'illusoria speranza come tante altre, destinata ad annullarsi dopo una decina di giorni.

Quello che é accaduto successivamente é noto a tutti.  Vergogna sulla vergogna con un ex Comandante che dopo aver accettato che i propri uomini fossero riconsegnati al nemico non abbandona una nave ormai alla deriva e nello stesso tempo non sente il dovere di chiarire i tanti misteri  ancora oscuri. Una scelta sicuramente non fatta per coprire chicchessia, non lo voglio pensare, forse solo per non urtare la suscettibilitá e gli ordini di lobby intoccabili.

Improvvisamente, però il 24 marzo 2013, dopo che i due Marò sono stati fatti rientrare improvvisamente in India una voce si alza. L'ex diplomatico indiano Labil Sibal esclama "si tratta di una triste testimonianza dell'inettitudine della diplomazia italiana" in quel momento gestita dal Senatore Monti dopo le dimissioni del Ministro Terzi. Anche il Capo delle Forze Armate, l'Ammiraglio Binelli,  finalmente mortificato dal battibecco fra Roma e Delhi grida, "basta con questa farsa, Latorre e Girone devono essere riconsegnati alla giurisdizione italiana ......". Un altro tassello che si aggiunge al mosaico dei misteri in quanto solo dopo più di un anno da quel fatidico 15 febbraio del 2012, si sente una voce di Comandante che avrebbe  dunito urlare prima, almeno nelle orecchie del suo ex collega Di Paola.

A seguire, il Capo di Stato Maggiore della Marina Militare, Ammiraglio Giuseppe De Giorgi, ricorda " Latorre e Girone hanno avuto il coraggio dell'obbedienza, nel momento più difficile, guardando all'interesse dell'Italia, coerentemente con i loro valori di lealtá, onore ed amore di Patria che devono sempre inspirare le nostre azioni e le nostre scelte. Noi marinai continueremo a fare il nostro dovere con orgoglio e disciplina sul l'esempio di Latorre e Girone, fiduciosi della vittoria delle nostre ragioni. Sosteniamo incondizionatamente i fucilieri e le loro famiglie".

Nessuno, però,  chiarisce chi abbia accettato Sulla linea di Comando militare la proposta dell'Armatore di fare rientrare la nave su Koci. Fra le tante parole finora dette, un'ammissione di responsabilitá In tal senso renderebbe onore e merito all'amore di Patria che ha inspirato le scelte di Latorre é Girone.

Roma 28 agosto 2013 - ore 16,30



Chi la fa ....l' aspetti !


28 Agosto 2013, giorno 556

Non è bello ridere sulle disgrazie altrui, ma certe volte sembra che la giustizia divina intervenga a tal proposito..

Nuova Delhi: l'India  Martedì ha emesso una forte nota di protesta con l'Iran per aver bloccato una nave indiana dall'inizio di questo mese, il ministro degli esteri Sujatha Singh ha convocato l'ambasciatore iraniano Gholamreza Ansari. L' India sperava fino ad ora che la nave sarebbe stata rilasciata senza dover rendere pubblica la propria disapprovazione, ma gli iraniani non hanno ceduto.

Come prima riportato da TOI, l'iraniano Corpo delle Guardie rivoluzionarie (IRGC) ha preso la custodia della nave il 13 agosto in acque internazionali e con la forza ha portato nel porto di Bandar Abbas . La pazienza Indiana sta rapidamente esaurendo siccome la nave è in custodia iraniana da 15 giorni senza alcuna giustificazione 
I due paesi sono stati sul punto di una situazione di stallo diplomatico.
La MT Desh Shanti, nel suo cammino verso l'India portando 140.000 tonnellate di greggio iracheno, è stata bloccata in acque internazionali. Secondo la costituzione indiana, l'Iran continua a detenere con la forza la petroliera senza fornire alcuna prova per dimostrare che la stessa abbia  scaricato zavorra oleosa nelle acque iraniane.

"il Ministro degli esteri ha trasmesso una forte preoccupazione del governo per la perdurante detenzione della nostra nave dal porto di Bandar Abbas e del governo di aspettativa dell'India che la nave sarebbe stato rilasciato al più presto e che i membri dell'equipaggio sarebbe stato trattato con la dovuta considerazione e cortesia in linea con norme internazionali ", ha detto il portavoce del ministero degli esteri Syed Akbaruddin in una reazione ufficiale.

Ha aggiunto che i due Paesi stanno ancora cercando di risolvere il problema in via amichevole. Il ministero degli Esteri ha rivelato che Singh aveva incontrato Ansari sulla questione anche il 16 agosto - tre giorni dopo che la petroliera è stato arrestato.

L'India ha anche trasmesso all'Iran che il modo in cui la nave è stata abbordata da IRGC in acque internazionali e costretto in acque iraniane era "inaccettabile".

Funzionari indiani sostengono che Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) avrebbe dovuto garantire un passaggio sicuro per la nave. L'Iran ha firmato, ma ancora ratificare UNCLOS. Tuttavia, l'Iran ha ratificato la Convenzione di Ginevra del 1958 sul mare territoriale e la zona contigua. Entrambe le convenzioni sono citati da funzionari indiani come impedire all'Iran di bloccare il passaggio di tutte le navi, senza alcuna giustificazione.

La nave è di proprietà della Shipping Corporation of India (SCI), la quale dice che ha già fornito prove sufficienti per le autorità iraniane a dimostrare che la sua nave cisterna non era responsabile di lasciare qualsiasi macchia d'olio nelle acque iraniane. Essa si dice certa che la nave non stesse nemmeno portando petrolio quando si suppone che si sia scaricata zavorra oleosa il 30 luglio.

L'Iran ha rifiutato di ascoltare qualsiasi ragione e continua a insistere sul fatto che ha bisogno di essere risarcito per l'inquinamento. Le fonti hanno detto che inizialmente ha chiesto per un impegno contro l'inquinamento del capitano della nave, ma in seguito ha cercato un milione dollari come risarcimento. L'ambasciata iraniana qui anche rilasciato una dichiarazione dicendo che la questione era "puramente tecnica" e non politica.


NEW DELHI: India on Tuesday registered a strong protest with Iran for having detained an Indian ship earlier this month as foreign secretary Sujatha Singh summoned Iranian ambassador Gholamreza Ansari. India was hoping until now that the ship would be released without having to make its displeasure public but the Iranians have not relented.

As first reported by TOI, the Iranian Revolutionary Guard Corps (IRGC) took custody of the vessel on August 13 in international waters and forcibly took it to Bandar Abbas port. India's patience is fast running out since the vessel has been in Iranian custody for 15 days without any justification or provocation.

The two countries have been on the verge of a diplomatic standoff since MT Desh Shanti, on its way to India carrying 140,000 tonnes of Iraqi crude, was detained in international waters. According to the Indian establishment, Iran continues to forcibly detain the oil tanker without providing any evidence to prove that it discharged oily ballast into Iranian waters.

" Foreign secretary has conveyed government's strong concern at the continued detention of our ship in Port Bandar Abbas and government of India's expectation that the ship would be released at an early date and that crew members would be treated with all due consideration and courtesy in keeping with international norms," said foreign ministry spokesperson Syed Akbaruddin in an official reaction.

He added that the two countries are still trying to resolve the issue amicably. The foreign ministry revealed that Singh had met Ansari over the issue also on August 16 — three days after the tanker was detained.

India has also conveyed to Iran that the manner in which the ship was boarded by IRGC in international waters and forced into Iranian waters was "unacceptable".

Indian officials maintain that United Nations Convention on the Law of the Sea (UNCLOS) should have guaranteed safe passage for the ship. Iran has signed, but yet to ratify UNCLOS. However, Iran has ratified the 1958 Geneva Convention on the Territorial Sea and Contiguous Zone. Both the conventions are cited by Indian officials as preventing Iran from blocking passage of all vessels without any justification.

The ship is owned by the Shipping Corporation of India (SCI), which says it has already provided enough evidence to Iranian authorities to prove that its tanker was not responsible for leaving any oil stain in Iranian waters. It says the ship wasn't even carrying any oil when it is supposed to have discharged oily ballast on July 30.


Iran has refused to listen to both SCI and MEA and continues to insist that it needs to be compensated for the pollution. Sources said that initially it asked for an anti pollution undertaking from the captain of the ship but later sought $ 1 million as compensation. The Iranian Embassy here also issued a statement saying that the issue was "purely technical" and not political.
FONTE : http://timesofindia.indiatimes.com/india/India-lodges-protest-with-Iran-for-tanker-detention/



e ora come evolvera' la situazione ? saranno usati di nuovo due pesi e due misure come nel caso dei caschi blu  indiani accusati di stupro durante una missione ONU in Africa e giudicati in india, e no miei cari, l' Iran non è e sopratutto non ha un governo che si pieghi alle richieste indiane.......chi vivra' vedra'

Cari amici indiani, è una questione di Karma....chi la fa...l' aspetti !

martedì 27 agosto 2013

Onore a chi ci Onora: ci pensa Hollywood

                             
                                Da Hollywood un film sugli incursori della X° MAS

La notizia è che il film è prodotto da una casa cinematografica di Los Angeles e sarà girato in Italia, Gran Bretagna e Malta. Sarà la "MaXaM" a produrre una serie in quattro puntate intitolata " Sea Devils" (Diavoli del mare) dedicata alle incursioni dei "siluri umani" della X° MAS italiana durante la II° Guerra Mondiale. In particolare la serie si focalizzerà sull'impresa di Alessandria, quando gli eroi della Regia Marina il 18/12/1941 riuscirono nel tentativo di minare le corazzate britanniche Valiant e Queen Elizabeth, oltre ad una nave cisterna, ed a infliggere alle due navi gravi danni. 
L'impresa condotta con incredibile coraggio e sprezzo del pericolo, fu talmente eclatante che dopo l'armistizio furono gli stessi britannici a voler decorare i protagonisti dell'azione, anche perché, catturati avvertirono i comandanti delle navi minate affinché potessero evacuarle, così il sabotaggio giunse a compimento senza perdite di vite umane. 
Lo slogan della serie recita: " Nel 1945 il governo britannicoli citò come "straordinario esempio di coraggio e rispetto". Erano senza paura. Erano compassionevoli. Erano Il Nemico. Erano i Diavoli del Mare". 
Intanto in Italia tutto tace, come sempre...

Tratto dal n° 93/94 del luglio/agosto 2013 di STORIA IN RETE in edicola in questi giorni.

In foto Luigi Durand de la Penne (1914-1992), autore ed ideatore dell'impresa.

Ora la domanda è: per ridare prestigio ai nostri soldati, chiediamo ad Hollywood? E nel caso dei nostri due marò, chi vorrà interpretare la parte di monti, napolitano, letta, bonino, mauro ecc. ecc.? Ci sarà qualcuno che avrà questo barbaro coraggio? Ho i miei dubbi, anche se di invertebrati umani il mondo è pieno....


lunedì 26 agosto 2013

L'idea della Kyenge ora è legge

"Accesso all'impiego pubblico per chi ha il permesso di soggiorno"

Nel silenzio dell'estate è passata la modifica alla legge per l'accedere all'impiego pubblico. Ora rifugiati, immigrati senza cittadinanza potranno lavorare in scuole e ospedali



Immigrati docenti nelle scuole, infermieri negli ospedali e magari anche impiegati comunali. Nel silenzio generele dell'estate agostana è stata modificata la legge per l'accesso agli impieghi pubblici. Con due semplici modifiche a partire dal prossimo 4 settembre, chiunque sia in possesso di un permesso CE per soggiorno di lungo periodo o sia riconosciuto come rifugiato politico potrà avere accesso ai concorsi per essere assunto nella pubblica amministrazione.
Ecco cosa prevede la legge -  Lo prevede la legge numero 97 del 6 agosto, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 20 agosto che recepisce la legge europea 2013. Potranno quindi essere assunti pure stranieri che non hanno la cittadinanza italiana. Leggendo il testo della legge non ci sono dubbi a riguardo. Ecco cosa prevede la legge su "Modifiche alla disciplina in materia di accesso ai posti di lavoro presso le pubbliche amministrazioni": "All'articolo 38, comma 1, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, sono apportate le seguenti modificazioni: a) al comma 1, dopo le parole: 'Unione europea' sono inserite le seguenti: 'e i loro familiari non aventi la cittadinanza di uno Stato membro che siano titolari del diritto di soggiorno o del diritto di soggiorno permanente'; b) dopo il comma 3 sono aggiunti i seguenti: '3-bis. Le disposizioni di cui ai commi 1, 2 e 3 si applicano ai cittadini di Paesi terzi che siano titolari del permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo o che siano titolari dello status di rifugiato ovvero dello status di protezione sussidiaria". Traduzione: chiunque abbia un permesso di soggiorno e non ha la cittadinanza può accedere all'impiego piubblico. Insomma ora gli immigrati faranno lavori che "gli italiani vogliono fare".
L'idea della Kynege è legge - A lanciare la proposta era stata, manco a dirlo, il ministro dell'Integrazione Cecile Kyenge che era in pressing da tempo perchè l'Italia approvasse la legge europea 2013: "Serve una legge organica sul diritto di asilo. Questa è una delle proposte che intendo portare avanti che sarà la garanzia di accesso per i migranti ai posti nella pubblica amministrazione, su esempio di ciò che furono in le americane “affermative action”, politiche già applicate in Gran Bretagna. L’Emilia Romagna già applica in parte queste possibilità, ma anche molte grandi aziende estere hanno compreso che i migranti possono essere un volano per l’economia nonché referenti privilegiati per dialogare e creare partnership commerciali con i paesi di origine anche nel settore privato", aveva scritto sul suo sito qualche mese fa. Ora le parole della Kyenge sono legge. Le affermative action a cui si riferisce il ministro sono delle misure di tutela per le minoranze. Quote di impiego bloccate per chi appartiene ad una minoranza. In un momento di crisi come quello che l'Italia sta attraversando in questo momento, e con una disoccupazione galoppante pensare a dare un posto fisso agli immigrati lasciando indietro gli italiani potrebbe scatenare una bufera senza precedenti.
Che dire, piano piano si sta avverando quanto postato in precedenza "Chi c'è dietro la Kyenge"  ovvero DIS-INTEGRAZIONE DEGLI ITALIANI

E vogliono entrare in Europa

Gli esuli umiliati a Pola

VOLEVANO RICORDARE LA STRAGE DI VERGAROLLA, MA ALCUNI TITINI E LA POLIZIA HANNO FATTO SPARIRE LO STRISCIONE. UN RAPPRESENTANTE DELL'AMBASCIATA ITALIANA IN CROAZIA NON È INTERVENUTO



Un gruppetto di esuli umiliati e costretti, in modi spicci, a togliere di mezzo uno striscione che chiede “Giustizia per i ventimila italiani infoibati e uccisi in Istria, Fiume e Dalmazia” fra il 1943 e dopo la fine della seconda guerra mondiale.
Nostalgici di Tito che gridano “viva il comunismo” e “morte ai fascisti” contro i “provocatori” con lo striscione durante la manifestazione che ricorda una terribile strage di italiani sulle spiagge di Pola. Gli organizzatori della locale Comunità italiana e gli esuli del Libero comune di Pola in esilio inviperiti dal fuori programma con lo striscione. L’incaricato d’affari dell’ambasciata italiana a Zagabria, Marco Salaris, che non batte ciglio e si guarda bene dall’intervenire.
Il tutto ripreso in un video inviato a il Giornale, che dimostra come sia ancora lunga e delicata la strada della riconciliazione con i nostri vicini appena entrati in Europa. Il 18 agosto è stato commemorato a Pola l’eccidio di Vergarolla. Lo stesso giorno del 1946 alcune mine marine in disuso saltarono in aria sulla spiaggia istriana gremita da famiglie di italiani. Fra 80 e 100 le vittime, ma solo 64 vennero identificate. Dietro la strage c’erano gli agenti dell’Ozna, la polizia segreta di Tito, che voleva dare un sanguinoso segnale all’unica città istriana, a maggioranza italiana, ancora sotto controllo inglese. L’eccidio di Vergarolla, gli infoibamenti e le violenze dei titini provocarono l’esodo di oltre 200mila italiani dall’Istria, Fiume e Dalmazia.
Da qualche anno il ricordo viene celebrato assieme dalla principale associazione degli esuli polesani e dai rimasti della minoranza italiana in segno di riconciliazione. Alla manifestazione  era presente anche l’Assessore alle Finanze della Regione Friuli Venezia Giulia, Francesco Peroni.
Un gruppetto di sette esuli “ribelli” guidati da Romano Cramer si è presentato con un paio di bandiere italiane e lo striscione bianco a caratteri neri per chiedere giustizia per gli infoibati, una verità storica senza ombra di dubbio. “La nostra era una manifestazione pacifica - spiega Cramer - A Trieste sono sfilati i sostenitori di Tito  con bustine  e stelle rosse anche sulle bandiere italiane a festeggiare l’occupazione della città (40 giorni di terrore nel maggio-giugno 1945 nda) senza che nessuno poliziotto intervenisse per fermarli. Noi, invece, siamo stati u Gli esuli del Libero comune di Pola la pensano diversamente. Secondo un loro rappresentante “il momento ed il luogo erano sbagliati. E’ l’unica occasione in cui noi ed i croati ricordiamo delle vittime italiane del periodo titino. E stavamo arrivando anche  a far mettere sul monumento i nomi di tutti i morti identificati. Dopo questa sceneggiata siamo punto e a capo”.
Le immagini del video parlano chiaro. Contro lo striscione della discordia, che chiede solo “giustizia per gli infoibati” intervengono subito i rappresentanti della Comunità italiana di Pola. Secondo gli esuli “ribelli”  sostenendo che avrebbe compromesso la strada della “rappacificazione e riconciliazione fra i popoli”.
Delle guardie private in maglietta blu, assoldate dagli organizzatori della manifestazione, sono riprese mentre si fanno avanti per bloccare il fuori programma, ma sembrano titubanti. Ad un certo punto una voce fuori campo, in italiano, di qualche nostalgico di Tito del posto tuona: “Viva il comunismo”. I passanti e qualche turista si stupiscono, ma capiscono ben poco. Il clima si surriscalda e parte il vecchio slogan “morte ai fascisti” rivolto agli esuli con lo striscione. Alla manifestazione ufficiale davanti al cippo che ricorda la strage, pur con una formula poco chiara, fanno suonare il silenzio e gli animi sembrano calmarsi.
Le note dell’omaggio ai caduti non si sono ancora spente, quando si fa avanti un deciso poliziotto croato in borghese, che controllava la manifestazione. Un tipo corpulento, con la maglietta a righe, che viene spalleggiato dalle guardie private e con modi bruschi fa arretrare gli esuli “ribelli” ed arrotolare a forza lo striscione.
Non proprio un encomiabile biglietto da visita per la Croazia in Europa. Salaris, l’incaricato d’affari dell’ambasciata presente ufficialmente alla celebrazione non muove un dito. Gli esuli ribelli  sospettano addirittura che abbia avallato l’intervento della forza pubblica. Sul sito della nostra rappresentanza diplomatica a Zagabria non si fa alcun cenno all’ “incidente”, ma si sottolinea “la ritrovata fratellanza tra popoli europei, suggellata quest’anno dall’ingresso della Croazia nell’Unione Europea”