lunedì 30 marzo 2015

Marò :Dopo tre anni l'on Vito continua nelle sue scampagnate


Buona giornata e buona settimana a tutti! Stamane guiderò una Delegazione della Commissione Difesa della Camera, composta da rappresentanti di maggioranza ed opposizione, che si recherà a Taranto per fare visita a Massimiliano Latorre. Elio Vito su facebook oggi.

Basta vedere questa foto per vedere il grande impegno che sta mettendo su questa vicenda l'on Vito,in questa foto non ha nemmeno il tempo di guardare la macchina fotografica troppo impegnato a scrivere,lo sostituiscono nel guardare i due militari alle sue spalle.
Qualche giorno fa fingendosi sorpreso su una notizia ansa proveniente dall'India che parlava di proposta italiana al vaglio delle autorità indiane,invitava il governo a conferire in parlamento.
L'anno scorso dopo il picnic in India prese 'impegno di non far finanziare più le missioni all'estero.
Dal suo reliquiario facebookiano abbiamo visto che ha fatto indossare il fiocchettino giallo anche a Berlusconi ,come venditore di fumo è bravissimo ,ma considerando che sta prendendo in giro i cittadini italiani è invitato a dimettersi,urgentemente.

Marò:"ECCO I VIGLIACCHI TRADITORI" di Salvatore Scano


ECCO I VIGLIACCHI TRADITORI DEI NOSTRI MARO'!!!
di Salvatore Scano

giovedì 26 marzo 2015

Marò:"Continua la presa per i fondelli".


Marò, India: "proposta Italia attualmente allo studio", ma di quale proposta si tratta il Governo Renzi deve informare il Parlamento!!! Elio Vito Che tenero l'onorevole Vito,lui non è a conoscenza di quello che è accaduto,era troppo impegnato a fare le visite parenti,a organizzare scampagnate in India ,con il parlamento indiano chiuso e a presentarsi in qualche cerimonia con i parenti dei marò con il fiocchettino giallo. Lui non ha mai sentito parlare di Lapo Pistelli,della Bonino, di Monti,di Letta,di Mauro,della Mogherini di Renzi,lui c'era e non c'era. Una palla a destra e un altra a sinistra ,partecipa anche agli eventi pro marò l'on Vito ed essendo un produttore di chiacchiere seriale(così si fece notare da Berlusconi quando era radicale) l'arte del silenzio e della dignità non appartiene alla sua natura. Certo che in un paese normale uno così non lo farebbero parlare,oltre al fatto che dovrebbe rassegnare le dimissioni dalla commissione che rappresenta,poi di tutte le parole dette e riportate dalla stampa dovrebbe rispondere.Quindi caro Vito anche lei parli,dica che intende fare per i marò? continuare a prendere per il culo? Si ricordi che gli italiani non sono tutti servi,se lo ricordi. Alfredo d'Ecclesia

mercoledì 25 marzo 2015

Agricoltura e l’evoluzione della ricerca

sam
Dal 1928 ad oggi la ricerca in campo agrario nel nostro Paese ha raggiunto importanti conquiste perché compiere studi ed esperimenti intesi a contribuire al progresso generale della scienza e della pratica zootecnica ha esaltato tutte le potenzialità del nostro territorio.
Padre Agostino Gemelli all’inaugurazione della Facoltà di Agraria a Piacenza nel 1953 disse “Eccola trovata quella famosa unità di cui vanno in ricerca senza mai trovarla molti di coloro che discutono intorno alle facoltà agrarie […] La troveranno in questa maniera: la unità della persona umana la quale ha al centro concetti fondamentali sulla concezione del mondo e poi la propria vita posta a servizio della scienza e a servizio delle applicazioni pratiche”.
Il sistema agrario italiano si è profondamente evoluto nel tempo in un sistema continuo che i tecnici chiamerebbero “di filiera”; non si può fare un buon prodotto alimentare partendo da una materia prima che nasce in un ambiente inquinato e, d’altra parte, solo tecnologie di produzione di altissimo livello possono utilizzare adeguatamente materia prima di buona qualità, senza rovinarla.
Il grado di complessità e di avanzamento della ricerca che le Facoltà hanno sviluppato e raggiunto in questi anni giustifica il fatto che si parli di scienza mantenendo una formazione attenta alla tradizione ed aperta all’innovazione.
Le Istituzioni, come gli uomini, si giudicano dalle opere.
Dr. Nicola Gozzoli
http://www.legadellaterra.it/agricoltura-e-levoluzione-della-ricerca/

Matteopoldo di Stefano Davidson

Giusto per chiarire. matteopoldo pur non essendo mai stato eletto governa "grazie", si fa per dire, al famoso 41% delle europee. Come si dice a Firenze "ma 'i che c'entra i' culo con le quarant'ore?" Vabbė facciamo comunque finta di poter comparare i due dati e notiamo quindi che rapportando affluenza, aventi diritto e voti raccolti, se il risultato del principino di Rignano fosse stato ottenuto alle politiche del 2013 il PD si sarebbe ritrovato grossomodo con un 18%. Considerati gli abitanti della penisola bambini compresi il ducetto potrebbe rivendicare quindi al massimo 8 milioni di persone dalla sua parte (o meglio: che erano dalla sua parte allora). In definitiva l'equivalente degli abitanti di un paio di Regioni (che oggi mi sa che sarebbe una sola) sono riusciti a fottere quelli che popolano le restanti diciotto. A mio avviso la follia di quanto è in atto da tre anni ( er golpe de noantri) sta tutta in questi dati.
Stefano Davidson

Uscire dall'euro...di Antonio Maria Rinaldi.

Ultimamente mi hanno attribuito tesi a supporto dell'uscita dell'euro che non ho mai sostenuto in vita mia. In poche parole che il vantaggio sarebbe esclusivamente grazie alla ritrovata competitività delle nostre merci vendute all'estero grazie alla possibilità di svalutare autonomamente. NIENTE DI PIÙ FALSO!!! Credo di essermi sgolato e di averlo scritto nei libri e nelle centinaia e centinaia fra articoli pubblicati e interviste che IL RITORNO ALLA PIENA SOVRANITÀ SIGNIFICA POTERSI RIAPPROPRIARE DELLE PROPRIE POLITICHE ECONOMICHE E NON SOGGETTE AI VINCOLI EUROPEI. AVERE LA POSSIBILITÀ DI POTER PERSEGUIRE POLITICHE FISCALI E DI BILANCIO AUTONOME E TARATE PER LA NOSTRA ECONOMIA E NON DETTATA DA BRUXELLES. INOLTRE, COME OGNI STUDENTE AL PRIMO ANNO DI ECONOMIA GIÀ CONOSCE PERFETTAMENTE, IN QUESTO SCENARIO LA POSSIBILITÀ DI POTER ANCHE AGIRE SUL VALORE DI CAMBIO (SVALUTARE) È SOLO UNO DEGLI STRUMENTI A DISPOSIZIONE DELLA PROPRIA POLITICA ECONOMICA. Spero di essere stato chiaro e che gli pseudoeconomistigiornalisti non vadano più in giro a dimostrare la loro ignoranza attribuendo ad altri i loro limiti. Grazie!
Antonio Maria Rinaldi

domenica 22 marzo 2015

IN RICORDO DI UN PICCOLO GRANDE DEL JAZZ

Così adesso sono morto, cavoli, e nella tomba vicino alla mia c'è nientemeno che Chopin. 
Se me l'avessero detto quand'ero piccolo non ci avrei mai creduto. A parte che grande non sono diventato mai, ché anche a trentasei anni ero alto un metro e due centimetri.
Certo che morire a trentasei anni non è mica uno scherzo, è come un racconto breve che finisce subito, è un po' presto, cavoli, morire a trentasei anni. Ma d'altra parte lo sapevo già, lo sapevo già che finiva male, la mia vita. La mia vita è cominciata male dall’inizio, sì, perché già quando sono nato mi sono rotto in mille pezzi, mi sono sbriciolato come un biscotto. Eh sì, perché le mie ossa avevano poco calcio dentro, e così sono sempre stato come una meringa, che appena la tocchi va in frantumi. Osteogenesi imperfetta, la chiamarono, che poi vuol dire che c'hai le ossa che sembrano grissini.
Ero brutto già da piccolo, io, perciò ero goloso di bellezze. Guardavo sempre la televisione, ché lì dentro c'erano un sacco di bellezze. C'erano le donne coi capelli lunghi e gli occhi grandi, e c'era la musica che mi piaceva. Quando avevo quattro anni alla televisione una volta c'era Duke Ellington che suonava, ed è stato lì, è stato proprio lì che mi sono innamorato del pianoforte, e così ho chiesto subito a mio padre se me lo regalava. I miei me ne comprarono uno, certo, ma siccome era un pianoforte giocattolo io dalla rabbia presi il martello e lo sfasciai, perché anche se avevo solo quattro anni volevo un pianoforte vero, io.
Il piano vero me lo regalarono, solo che ai pedali non ci arrivavo, cavoli, allora mio padre costruì una prolunga che se coi piedi la schiacciavi si schiacciavano pure i pedali. E, quel piano allora Io suonai talmente tanto che anche quando non lo suonavo non smettevo di pensarci, perché mi si era infilato dentro il sangue. “Ti mando a lezione di musica classica, allora, Michel”, fece mia madre, e io ci andai, ci andai per otto anni, ci andai, ma a casa la sera ascoltavo i dischi jazz di mio padre, che mi piacevano di più. Mio padre aveva un negozio di strumenti e suonava la chitarra, era bravo, e aveva un bel mucchio di dischi. Io li ascoltavo ogni giorno e li sapevo tutti a memoria, ma mio padre non ci credeva. Sentiamo, fece una volta, e io attaccai e cantai tutti i pezzi, glieli cantai uno dietro l'altro. “Merda!”, disse lui, e poi non disse niente più.
Quando in negozio veniva qualcuno per comprare un piano mio padre mi chiamava e mi diceva: “Faglielo sentire, ragazzo, dai”, e io mi mettevo seduto e attaccavo, facevo qualche numero di jazz di quelli giusti e quello lì restava secco, cavoli, ascoltava con la bocca aperta e alla fine il piano poi se lo comprava. Stavo sempre in negozio, stavo sempre con le mani sopra i tasti. E se smettevo era solo per ascoltare un disco. A scuola i miei non mi mandarono, per non farmi prendere in giro dai compagni.
Siccome a scuoia non ci andavo, da scuola mi mandavano le cassette con le lezioni registrate, ma io nemmeno le ascoltavo, le cassette. Ci registravo sopra la musica che suonavo, così potevo riascoltarmi. Mi riascoltavo e calcolavo la differenza tra me e Bill Evans, che col piano ci faceva le magie, e sempre mi pareva lui più bravo.
Poi un giorno arrivò Terry. Quando il trombettista Clark Terry capitò dalle mie parti, il suo pianista mangiò qualche schifezza e gli venne la cagarella, e allora Terry cercava un pianista per farsi accompagnare, e la gente gli disse che in zona c'ero io, ma lui disse che un ragazzo di tredici anni era troppo piccolo per accompagnarlo, e che la cosa non si era mai vista da nessuna parte. E quando poi mi vide disse che sembravo ancora più piccolo di uno di tredici anni, e che con uno così proprio non ci avrebbe mai suonato.
Ma quando mi piazzarono sullo sgabello e cominciai a darci dentro, disse che uno così bravo non l'aveva mai sentito, e cavoli, se potevo andare. Clark Terry mi piaceva, gente, era un tipo a posto, aveva cominciato a suonare da ragazzo, nei bar e poi nella banda della Marina Militare, ma poi aveva suonato anche col grande Duke e adesso mi voleva, voleva proprio me. Così entrai un po' nel giro, e a quindici anni suonai pure con Kenny Clarke, un nero che era uno che picchiava forte sulla batteria e pure sul vibrafono, e che aveva inventato un nuovo modo di suonare il piatto della batteria. Ragazzi, la faceva parlare, la faceva.
A diciott'anni me ne scappai di casa, presi la mia roba e me ne andai a Parigi dove registrai il mio primo album. Cominciai a suonare Pure con Lee Konitz, uno che aveva imparato la fisarmonica da solo, e dopo il clarinetto e dopo anche il sassofono, e col sassofono ci sapeva fare, ragazzi ci sapeva.
E pure se non avevo soldi e camminavo male a diciannove anni presi l'aereo da solo, il biglietto lo pagai con un assegno a vuoto e me ne andai in America, perché era lì che c'erano i grandi jazzistti, lo sapevo, e io volevo suonare insieme a loro.
E lì incontrai Charles Lloyd, che ormai faceva l'hippy in mezzo ai boschi e che era triste e non suonava più perché il suo pianista lo aveva abbandonato, e quando arrivai per colpa mia ricominciò a suonare il sax con me e con altri due matti e insieme facemmo un bel quartetto. Suonammo in un mucchio di città, e sempre andava alla grande, e quando suonammo a Montreaux il mio nome all'entrata era scritto grande sulla porta, Michel Petrucciani, e su un giornale scrissero che quel concerto dimostrava la vera statura che avevo raggiunto in così poco tempo, e mi ricordo che quando a colazione sul giornale lessi la parola statura mi andò la spremuta di traverso e dalle risa caddi pure dalla sedia, e a momenti mi rompevo. Suonai con loro per tre anni e dopo me ne andai e cominciai a suonare solo.
Lo amavo, il pianoforte. Alle prove toccavo quella cassa lucida. Quando guardavo dentro ci vedevo i denti del pianoforte che rideva. E quella tastiera così lunga. Avevo un callo osseo nella spalla che non mi lasciava allargare bene il braccio, e ai concerti, per arrivare in fondo alla tastiera, saltellavo sul sedile come un merlo. La gente, siccome mi sporgevo, aveva paura che cadessi, ma non cadevo mai, perché con l'altra mano mi tenevo al pianoforte. Una volta che il pubblico lo sentivo tutto teso, mi fermai e chiesi:
“Come va?”
Allora tutti risero e si misero più comodi sopra le poltrone, e io continuai.
Ai concerti c'erano sempre donne belle che mi portavano sul palco, mi portavano in braccio come un bambino, tanto pesavo solo venticinque chili, ma poi a venticinque anni imparai a camminare con le stampelle, e da allora sullo sgabello mi arrampicai da solo, senza paura, perché alle mie mani veniva sempre una gran voglia di toccare i tasti. Quando mi portavano sul palco, anche se ero francese mi sentivo napoletano e spaccone come mio nonno che pure suonava la chitarra, e appena cominciavo a suonare dicevano che si vedeva proprio che ero preso dalia musica, ecco, che si capiva da come tenevo alta la testa con gli occhi persi dentro l’aria, senza guardare la tastiera. Ma io la testa la tenevo alzata solo per respirare meglio, se no l'ossigeno mancava.
A volte un osso si rompeva, mentre suonavo, una clavicola, che so, una costola, una scapola, ma il dolore io me lo tenevo e stavo zitto, e di suonare non smettevo mai, perché era bello come quando fai l’amore.
E una sera dopo un concerto c’erano due ragazze, una con le fossette e una col codino, e quella con le fossette mi guardò e aveva gli occhi neri neri, e si chiamava Erlinda, e le sorrisi, e lei davanti a tutti mi prese in braccio e mi baciò. E così dopo un po' ci sposammo. Non era una donna qualsiasi, Erlinda Montano. Era un'indiana Navajo, cavoli, una pellerossa. Una pellerossa e un nano, ragazzi, ci pensate? Avevo ventun anni, allora, e uscì un mio disco che aveva dentro un pezzo che si chiamava Erlinda come lei. Lei lo ascoltò e sorrise, e fece le fossette.
E con Erlinda ero felice e andavo al mare, e al mare mi compravo camicie a fiori e camicie con le palme, camicie hawaiane con le maniche corte che mi sentivo subito in vacanza. E non le compravo nei negozi dei grandi, le camicie, no, le compravo nei negozi per bambini. Ah, ci stavo così bene, con Erlinda.
E dopo venne Eugenia, che mi diceva sempre che sotto le coperte ci sapevo fare, e fare l'amore mi piaceva, perché era proprio come suonare il pianoforte. E quando le facevo le carezze Eugenia diceva che mani calde, Michel, che mani calde, e davvero me le sentivo calde, le mani, come ci fosse dentro la musica bollente che voleva uscire.
E anche a Eugenia dedicai un pezzo che si chiamava Eugenia come lei. Mi piaceva un sacco, Eugenia, e restai con lei per cinque anni, e la lasciai il giorno prima delle nozze perché avevo conosciuto Marie-Laure, che mi diede un figlio, Alexander, con la mia stessa malattia. Eugenia pianse a più non posso, quando le dissi che la lasciavo, ma che potevo farci, uno non può voler bene quando non vuole bene. Adesso stavo con Marie-Laure, la amavo, e quando le chiedevo se mi trovava bello, Marie-Laure diceva che ero bellissimo, e che la musica mi stava dentro come un fiore dentro un vaso, e quando usciva profumava.
Suonare mi faceva stare bene, ragazzi, non ve l'immaginate, le mani diventavano di fuoco. Con le mani sui tasti ero felice.
Componevo. Una volta scrissi un pezzo lento di sole quattro note che mi piaceva tanto. Forse era il più bello, perché era bello e semplice, e dolce come una poesia. Cantabile, si chiamava, Cantabile, perché veniva voglia di cantarlo come una canzone, anche se non aveva le parole.
E un giorno a Bologna insieme a Lucio Dalla suonai pure davanti al papa, e Lucio suonò il clarinetto che sembrava che piangeva, e io suonai come una preghiera. Alla fine Giovanni Paolo era commosso, e anch'io ero commosso, e mi volevo inginocchiare e non riuscivo. E mi ricordo che mentre suonavo i monsignori battevano il tempo con il piede, e con le mani facevano oscillare a tempo le sottane e, cavoli, ci mancava poco che si alzassero e si mettessero a ballare.
Quando suonavo certe volte mi mettevo in testa berretti strani, coppole da siciliano e cappelli grandi che sembravano sombreri, e ci sudavo dentro ma non me li toglievo, me li tenevo stretti e andavo avanti, e sudavo di brutto dentro le camicie che alla fine erano bagnate che se le strizzavi usciva l'acqua, e scendevo dal palco sudato marcio, e quando scendevo dal palco non ero mai solo, perchè le donne mi volevano, mi correvano dietro, gente, per i baci e per gli autografi, e così dopo Marie-Laure venne Gilda, e pure lei suonava il piano, suonava musica classica e le piaceva Chopin. Era siciliana, insegnava al conservatorio, e senza che mi avesse mai parlato prima mi disse che da molti giorni mi seguiva, perché una volta a un concerto il ricordo delle mie mani Ie era rimasto come una compagnia. E le volevo così bene che me la sposai, Gilda, me la sposai e dopo un poco divorziammo.
E per ultima venne Isabelle, con gli occhi chiari, Isabelle che mi voleva bene più di tutte, che cercò di farmi vivere in una casa parigina e cercò di farmi smettere di bere e di drogarmi.
E tutte queste storie le volevo perché volevo vivere storie d'amore con delle donne belle, storie d'amore come quelle che vedevo alla televisione, dove lo sposo prendeva la sposa in braccio, la portava nella stanza e dopo si baciavano. Solo che le mie donne erano loro a prendere in braccio me, e io volentieri le lasciavo fare.
Volevo dormire con delle donne belle, cavoli, ma certe notti dal dolore nelle ossa non dormivo, e quelle notti che arrivavano una dietro l'altra la spalla, i nervi, il polso, l'osso del ginocchio li sentivo a uno a uno. Solo le mani erano forti e sempre calde.
Però ai concerti suonavo e suonavo, ragazzi, dovevate esserci, e le note dalla cassa del mio piano uscivano come ombre che avevano la voce, e salivano in alto e poi cadevano giù, ed erano una pioggia scoppiettante che cadeva a catinelle sulla gente che ascoltava, sulle mie ossa rosicchiate, sul mio cuore.
Suonare era bello, era la mia vita. Coi piedi andavo piano, si capisce, ma con le mani andavo a cento all'ora e le sentivo sempre calde, le sentivo, le mie mani, e la tastiera Ia vedevo che fumava. Suonavo e me ne andavo per il mondo, e in tutto il mondo tenevo un sacco di concerti, e solo nell'ultimo anno di concerti ne contai duecentoventi.
Suonare suonavo, suonavo sempre. Mi arrampicavo sullo sgabello e poi partivo come un razzo, andavo in orbita. Avevo sempre i riflettori in faccia, mentre suonavo, e nel buio non vedevo niente, ma quelli giù dal palco nel buio li sentivo che trattenevano il respiro, mentre picchiavo sopra i tasti, e non tossiva mai nessuno, non tossiva, e nessuno si soffiava il naso mai.
E quando cominciavo dalle dita mi usciva fuori tutta quella musica, mi usciva, veniva fuori come acqua fresca, bagnava la tastiera e andava giù sul legno delle tavole del palco, colava giù sul pavimento e bagnava i piedi degli spettatori a uno a uno, e gli saliva per le gambe e andava su, e a quelli gli veniva freddo, e alla fine con le luci accese li vedevi tutti bagnati, in piedi, tutti inzuppati che battevano le mani. E dopo le donne venivano nel camerino e mi baciavano. E lo sapevo ch'ero brutto, ma con la musica e le donne mi veniva tutta la bellezza.
Guadagnavo bene, guadagnavo. Da non crederci. Mi davano un sacco di soldi, ragazzi, e quando suonavo con gli altri musicisti dividevo sempre in parti uguali, anche se loro non erano famosi come me. E con la limousine si andava negli alberghi a quattro stelle e come mi piaceva. In camera schiacciavo tutti gli interruttori e accendevo tutte le luci insieme, accendevo, e dopo aprivo il frigo e mi bevevo tutto quel che c'era, e ogni sera facevo il bagno nella vasca con la schiuma dentro.
Una volta a Bergamo mentre suonavo mi ruppi il braccio destro, ma nessuno se ne accorse, perché suonai tutto il tempo con il braccio rotto come niente fosse. A un altro concerto una sera suonammo per due ore, faceva un caldo boia e sudai come una fontana. Le mani mi scottavano, la testa pure, ero stanco e avevo mal di schiena, e avevo solo voglia di tornarmene in albergo e di sdraiarmi a letto. Ma quelli chiesero il bis, e poi un altro bis e un altro ancora, e così suonai ancora per mezz'ora, suonai, e a casa il medico disse che mi ero rotto il coccige, che è l'osso del sedere, l'ultimo osso della schiena prima del culo.
Dopo i concerti il mio medico mi visitava, scuoteva Ia resta e diceva basta, Michel, basta, non puoi andare avanti in questo modo. E dopo con le mani in tasca andava su e giù per lo studio, mi guardava storto, si arrabbiava e mi proibiva di fare altri concerti, e io invece sorridevo e li facevo. Li facevo perché erano la mia vita, i concerti, come il cibo, le donne e gli amici.
Mi piaceva, la vita, cavoli. Mi piacevano un sacco di cose. Suonare, fare l'amore, stare con gli amici. Anche mangiare, mi piaceva, e a casa a volte venivano gli amici e cucinavo io, e si mangiava e si beveva alla grande, col vino, i dolci e la pasta fatta in casa, e il piatto che facevo meglio era il Pollo alla Petrucciani, che ti leccavi i baffi. E quando cucinavo il pollo mi ci mettevo di gusto, mi ci mettevo, e lo facevo bene, e farlo bene era più difficile che suonare il piano. Mangiavamo e bevevamo, e a un certo punto c'era sempre qualcuno che suonava.
E, dopo mangiato, quando tutti se ne andavano, giocavo sul tappeto con mio figlio Alexander, e giocavamo piano perché aveva le ossa di ricotta come me, e un giorno, mentre giocavamo piano, all’improvviso fece la faccia triste, guardò sua madre e disse: “Perché mi hai fatto?”
Andavo a tutta birra, suonavo dappertutto e con tutti, ormai. Quando suonai con Dizzy Giilespie vidi che aveva una tromba tutta storta, e gli chiesi ma come fai a suonare? E lui rispose che era stata la moglie che gliel'aveva stortata picchiandola sul pavimento, e che da allora la tromba suonava molto meglio. Suonai con Miies Davis che con la tromba faceva venire Ia malinconia. E, poi suonai al Blue Note, che non me lo sarei mai sognato, il Blue Note, cavoli.
Mio padre era orgoglioso, diceva che ero proprio bravo, con il piano. Che ero il migliore. “Quando non ci sarò più”, diceva, “tu suona, suona sempre, Michel, e mentre suoni ricordati che sarò sempre sopra di te che ti guardo da là sopra”.
E, invece adesso sono io che da qua sopra guardo lui.
Venne un Natale, e Natale io lo odiavo, perché da bambino a Natale e a Capodanno ero sempre in ospedale con qualche osso rotto.
Finalmente venne un Natale che ero tutto intero e avevo solo un po' di raffreddore, e dopo venne Capodanno, e a Capodanno, per andare a passeggiare in spiaggia con la mia donna per mano, mi beccai quella polmonite, e sulla spiaggia caddi a terra come un fico secco. Mi tirai su da terra e le cose non erano più cose, erano ombre. Allora Isabelle mi prese in braccio e mi baciò, e dopo andammo all'ospedale. Seduta sulla sedia aveva quello sguardo strano, che usciva da quegli occhi chiari pieno di paura. E dal letto la guardavo che piangeva con quegli occhi grandi e chiari e sorridevo e pensavo che io così brutto ero felice di avere vicino una donna così bella, e pensavo che sempre avevo avuto accanto donne belle. E poi il 6 gennaio da sotto la coperta le dissi che avevo freddo alle mani e le chiesi se me le voleva riscaldare.
Lei allora prese le mie mani nelle sue e me le scaldò, e dopo uscì un momento a prendermi un caffè, e io proprio in quel momento sono morto, cavoli, il 6 gennaio, e adesso qui vicino a Chopin mi viene da ridere, a pensarci, perché io, pieno di donne belle, sono morto proprio mentre arrivava la befana.


tratto da: Antonio Ferrara, in “Parole Fuori” edizioni Il Castoro, Milano, 2013

SE VOLETE ASCOLTARLO CLICCATE SU QUESTO LINK https://www.youtube.com/watch?v=pFSJRweutIY



marilinalincegrassi

giovedì 19 marzo 2015

L’abbandono dalle Istituzioni

Francesca Abbiati tra Angela e Gregorio Conti

Riceviamo e pubblichiamo questo articolo inviatoci da Francesca Abbiati dell’associazione onlus Solidarietà Nazionale Pavia.
Gregorio, la compagna Angela e la figlia Maria Lucia aiutati solo dal gruppo Solidarietà Nazionale. La famiglia Conti si è vista chiudere le porte in faccia da tre Comuni e dalla Prefettura. Senza casa, lavoro e abbandonata dalle Istituzioni
Ripudiata da tutti, istituzioni in testa, senza un lavoro e senza un posto in cui stare, la famiglia Conti di Trovo, in Provincia di Pavia, è vittima di una situazione surreale: «Dopo che il mio compagno Gregorio ha perso il lavoro circa due anni fa – racconta Angela Della Dalia – è andata sempre peggio: quando abbiamo dovuto abbandonare la casa per via dello sfratto, l’ex sindaco di Trovo, Emilio Cappelletti, ha fatto i salti mortali per darci una mano. Dopo averci visto dormire in tenda – prosegue – ci ha prima trovato una sistemazione provvisoria all’interno di un capannone poi, quando non è più stato possibile, ci ha permesso di parcheggiare la nostra nuova abitazione, una roulotte che lui stesso ha fatto in modo ci venisse concessa dalla Caritas, nel cortile del comune». «Con il cambio di amministrazione della scorsa primavera però – spiega Gregorio Conti – la situazione è radicalmente mutata: Mattia Sacchi, il nuovo primo cittadino, facendo leva sulla presunta pericolosità della bombola del gas e di quella dell’ossigeno della quale ho bisogno a causa dei miei problemi respiratori, ai primi di febbraio, dopo averci dato quattrocento euro, ci ha dato una settimana di tempo per andarcene». «La giunta non ha fatto niente per noi: non ci è stato permesso di cambiare parcheggio alla roulotte – continua Angela – e nemmeno di poterci accampare nuovamente con la tenda. Anche i nostri compaesani si sono mostrati particolarmente sensibili alla nostra situazione di disagio: con noi ci sono anche mia figlia Maria Lucia, che soffre anche lei di gravi problemi di salute, ed il suo ragazzo Francesco». «Oltre al Comune – prosegue Gregorio – anche i servizi sociali di Casorate Primo e la Prefettura non hanno mosso un dito per aiutarci: nell’indifferenza delle istituzioni, gli unici a darci una mano sono stati i volontari di Solidarietà Nazionale e la sezione pavese del partito Politico Forza Nuova».
«Dopo che la famiglia Conti si è trovata nella situazione di dover lasciare Trovo l’11 di febbraio – spiega Francesca Abbiati, responsabile provinciale di Solidarietà Nazionale – è stata trovata loro una sistemazione provvisoria all’Hotel Giannino fino all’8 marzo (data in cui la struttura è stata occupata dai primi flussi di profughia arrivati in città), a spese dei militanti di Forza Nuova e di coloro che hanno voluto contribuire, mentre noi ci siamo attivati per procurare loro dei beni di prima necessità: dopo aver trovato ospitalità per qualche giorno a Spessa, i Conti sono ora residenti a Pavia, ma la situazione continua ad essere di estrema emergenza».
«All’incontro con il prefetto del 18 febbraio ci siamo sentiti rispondere che, in base ad una precisa indicazione del Ministero, la priorità in situazioni come questa spetta a persone di altre nazionalità. Tutto ciò perché le famiglie italiane in serie difficoltà cominciano ad essere troppe ed aiutarne una creerebbe un pericoloso precedente che obbligherebbe le autorità ad aiutarle tutte». «Laddove ci siamo rivolti per avere un aiuto ci siamo sempre sentiti rispondere che non era possibile, pur sapendo che, in base ad una circolare proprio della prefettura, in uno di questi luoghi, mentre agli italiani non può essere concesso alcun tipo di privilegio, agli stranieri viene offerta la colazione ed una somma di dieci euro a testa due giorni alla settimana». «Quando, una volta arrivati a Pavia, abbiamo chiesto aiuto al sindaco Massimo Depaoli, ci è stato detto che il Villaggio San Francesco, struttura concepita proprio per accogliere coloro che hanno subito uno sfratto, è stato interamente destinato ad ospitare minorenni extracomunitari, in larga parte egiziani. Tralasciando il fatto che questi ragazzi entrano ed escono liberamente dall’edificio provocando più di un problema, soprattutto con coloro che frequentano il vicino istituto professionale, mentre dovrebbero essere sorvegliati dagli assistenti sociali, mi chiedo come si faccia a non trovare il modo di aiutare, insieme agli altri, anche una famiglia italiana in condizioni difficili». «Siamo consapevoli che le risorse siano poche, ma non è possibile che gli unici ad interessarsi del caso della famiglia Conti siamo stati noi di Solidarietà Nazionale e Forza Nuova: Gregorio soffre di cefalea a grappolo e problemi respiratori, mentre Maria Lucia ha da poco subito una complessa operazione legata ai suoi problemi di osteoporosi, sono persone bisognose di aiuto ed il nostro non è più sufficiente». «Abbiamo saputo di un appartamento comunale che si è appena liberato a Trovo: vista la celerità e la solerzia dimostrata dall’amministrazione comunale quando si è trattatato di liberarsi della famiglia Conti, ci auguriamo altrettanta sollecitudine nel venirci incontro e metterlo a loro disposizione». «Noi – concludono Angela e Gregorio – siamo disposti a tutto pur di lavorare: l’ufficio di collocamento non è stato in grado di trovarci nessun impiego, ma noi siamo pronti a rimboccarci le maniche, non è giusto vivere sulle spalle di ragazzi tanto buoni e disponibili che già tanto hanno fatto per noi».
Questo articolo ci induce a riflettere perchè stiamo assistendo, quasi inermi, ad un’Italia che affonda portandosi appresso il suo equipaggio (il popolo!). Solo l’ultima settimana abbiamo assistito a 2 suicidi in provincia dovuta alla crisi, ci chiediamo quanti ancora dovranno togliersi la vita, prima che ci si accorga che il popolo è stremato. Uno Stato, quando assente, non può essere definito tale!  Chi sta nella stanza dei bottoni, se ne deve assumere le responsabilità e lo deve fare in fretta se vuole evitare una reazione violenta da parte della gente che, prima o poi, sarà inevitabile.
Non ci resta che aiutarci fra di noi e per questo, invitiamo tutti gli amici della Lega della Terra a sostenere i volontari di Solidarietà Nazionale Pavia e la famiglia Conti, che oltre ad un tetto e ad un lavoro, necessita anche di numerosi farmaci.
E’ stata quindi aperta avviata una catena solidale a cui è possibile partecipare facendo donazioni su una carta prepagata Poste Pay intestata a:
DANIELE SPAIRANI
SPRDNL68M18G388O

N.: 4023 6006 5002 7735
Arch. Daniele Spairani
Presidente Lega della Terra
http://www.legadellaterra.it/l-abbandono-dalle-istituzioni/

mercoledì 18 marzo 2015

Che l’agricoltura non muoia. No all’IMU agricola! Si all’Autarchia!

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Pubblichiamo lettera aperta giunta in associazione scritta da Massimo Battaglino coordinatore locale di Forza Nuova Cerignola.
Noi di Forza Nuova Cerignola riteniamo basilare il settore agricolo per l’economia del nostro territorio locale e nazionale, sia per la nostra stessa vita sociale, vita sociale che si va sfaldando più ci si allontana da quei valori e quei ritmi naturali che solo la nostra terra, e l’amor per essa, possono insegnare e conservare!
Questa volta denunciamo le politiche agricole, se cosi si possono definire, attuatesi negli ultimi decenni, che hanno visto un abbandono a se stesso, in modo sempre maggiore, del settore agricolo, coronato l’anno scorso dall’intervento di questo governo che ha previsto una “patrimoniale” camuffata, denominata IMU Agricola, col solo intento di fare cassa sulle spalle dei contadini (poi chissà per cosa, visto che le entrate dell’IMU sulla casa del 2014 sono confluite in un conto bancario privato in Lussemburgo), millantando di aver previsto a gennai 2015 delle esenzioni, esenzioni illogicamente solo altimetriche, che vedono privi di ogni esenzioni quasi tutti gli appezzamenti agricoli appartenenti alla nostra cittadina; ecco il perché del nostro striscione in via ….. : “L’IMU sulla casa, poi l’IMU agricola, l’IMU sull’ aria no?”.11051040_853595108016909_231352260_n
A ciò si aggiungono le politiche agricole liberiste dell’Unione Europea, cha stanno distruggendo il mercato agroalimentare italiano ed europeo, creando vie preferenziali nel nostro mercato a prodotti agricoli stranieri di infima qualità a prezzi irrisori, cui sono esempi lampanti il trattato UE-Marocco (che provoca oltretutto una sottrazione di, già scarsi, prodotti alimentari dal mercato africano) e della imminente stipula del TTIP, il trattato di libero scambio UE-USA, che permetterà invadere i nostri mercati di prodotti OGM e Dio solo sa cos’altro, spazzando via quel che rimarrà della nostra agricoltura e della nostra salute.
Noi di Forza Nuova Cerignola sottolineiamo a gran voce la grave situazione che i nostri concittadini agricoltori si trovano ad affrontare, situazione che con queste politiche è destinata a peggiorare, che vedono il nostro maggior settore economico locale combattere, negli ultimi anni, con l’aumento continuo dei prezzi di concimi e prodotti fitosanitari fino al 20%, dell’accise sui carburanti, dei mezzi agricoli e della pressione fiscale sul lavoro agricolo, ormai al 35% ( in Spagna è al 0%, Francia 1%, Germania 3,2%), a cui si accompagnano prezzi irrisori per i prodotti agricoli; ciò ha spinto le recenti generazioni di contadini ha puntare su una produzione non più di qualità, come quella dei nostri nonni, bensì di quantità, cosi come vuole un sistema capitalista puro, nell’intento di poter ricavare ancora un pò di reddito, che costringe a ritmi autodistruttivi sia terreni, sia piante, sia uomini.
Noi di Forza Nuova Cerignola non appoggiamo quella visone della politica nazionale e locale, dell’ agricoltura quale settore obsoleto, poco redditizio, senza speranza: avvolte loro dimenticano che la salute, la crescita e la sopravvivenza di loro e dei loro figli nasce proprio dalla nostra terra!
Per questo proponiamo un ritorno alle origini, alla sana tradizione, ed uno stile di vita sano! Ma ciò dovrà essere coadiuvato da vere politiche agricole, che vedano incentivi veri per i giovani agricoltori, l’abbassamento delle tasse sul lavoro agricolo ed un ritorno ad un razionale sistema agricolo Autarchico, con le frontiere chiuse ai quei prodotti esteri che possano nuocere alla nostra economia ed alla nostra salute. Anche per questo che noi abbracciamo il Piano Agricolo Nazionale dell’associazione “Lega della Terra”, tra cui spicca il De.C.O, che vedrebbe l’introduzione a livello comunale del Regolamento per la tutela e valorizzazione dei prodotti tipici locali e per l’istituzione della Denominazione Comunale di Origine, che vedrebbe i nostri prodotti locali più protetti ed valorizzati, oltreché più redditizi, in special modo se lavorati direttamente sul nostro territorio, cosa che noi auspichiamo avvenga, con ulteriori surplus economico da tale importante settore.
Antonio Nardella
Coordinatore Sud Italia
http://www.legadellaterra.it/che-lagricoltura-non-muoia-no-allimu-agricola-si-allautarchia/

domenica 15 marzo 2015

LA MISERICORDIA?SI MA NELLA GIUSTIZIA! (una mia personale riflessione )

Ripropongo anche questo articolo che scrissi il 15/03/2015

Midrash dei bicchieri vuoti sulla Genesi:

Il Signore Dio è come un re che aveva dei bicchieri vuoti. Disse il re: "Se io vi metto delle cose calde si spaccano, se le metto fredde si incrinano. Cosa fece il re? Miscelò le cose calde con quelle fredde, le versò ed i bicchieri non si ruppero. Così disse il Signore: se creo il mondo con la misura della compassione, i peccatori saranno molti; se invece con la misura della giustizia, come potrà sussistere? Dunque lo creo con la misura della compassione e con quella della giustizia: magari resisterà!".
La mia riflessione prende spunto anche dalle riflessioni del cardinale Müller, prefetto della congregazione per la Dottrina della fede in occasione dei sinodi sulla famiglia ma attraverso le quali nasce il mio pensiero su questo argomento,sulle basi della mia personale esperienza umana .

“San Tommaso d’Aquino affermò che la misericordia è il compimento della giustizia, perché con essa Dio giustifica e rinnova la creazione dell’uomo. Pertanto, non dovrà mai essere una scusa per sospendere o invalidare i comandamenti e i sacramenti. Altrimenti cadremmo nella pesante manipolazione dell’autentica misericordia e anche di fronte all'inutile tentativo di giustificare la nostra indifferenza verso Dio e gli uomini”. Il principio della misericordia, “è molto debole quando si trasforma in un unico argomento teologico-sacramentale valido. Tutto l’ordine sacramentale è opera della misericordia divina, ma non lo si può annullare revocando il principio che lo regge.

Un riferimento sbagliato alla misericordia comporterebbe il grave rischio di banalizzare l’immagine di Dio, secondo cui Dio non sarebbe libero, bensì "obbligato a perdonare”.

E’ vero, che Dio non si stanca mai di perdonare e di offrirci la sua misericordia, ma “il problema è che siamo noi a volte che ci stanchiamo di chiederla”. “Oltre alla misericordia poi, c'è anche la santità e la "giustizia" che appartengono al mistero di Dio. Se nascondessimo questi attributi divini e banalizzassimo la realtà del peccato, non avrebbe senso per la gente, implorare la misericordia di Dio”, che è sia per il peccatore, che per le vittime innocenti dei peccatori

Come scrisse il teologo cattolico Pesch , “l’idea di un Dio castigatore e vendicativo ha gettato molti nell’angoscia a proposito della loro salvezza eterna. Il caso più conosciuto e che portò gravi conseguenze per la storia della chiesa fu il giovane Martin Lutero, a lungo tormentato dalla domanda: ‘Come posso trovare un Dio benigno’? Finché un giorno riconobbe nel senso della Bibbia, che la giustizia di Dio non è punitiva, ma giustificante, quindi misericordiosa. Su questo argomento nel XVI secolo la Chiesa si divise”.

La misericordia dunque non deve essere una visione sdolcinata di un Dio possibilista verso le esigenze umane, oppure accondiscendente o buonista. Bensì è una sfida, teologica, sociale e anche politica. Vi sono molti rischi che si nascondono nell'enfatizzazione della misericordia, tanto che a volte, questi sono contro la Verità.


In un mondo che ha rinunciato a Dio e alla ragione, allora non ci si potrebbe che accontentare dei buoni sentimenti, o peggio del sentimentalismo. Ma “la misericordia senza verità sarebbe disonesta e semplice consolazione, cioè chiacchiere a vuoto. Viceversa, si sa anche che la verità senza misericordia sarebbe fredda, scostante e pronta a ferire”.


Allora penso alle parole del teologo protestante Heinz Zahrnt : I peccatori non sono scusati e la malattia non viene idealizzata. Certo,“Gesù è un amico dei peccatori, non è però il loro compagno”… Indubbiamente il ritorno del peccatore è indispensabile, ma non è questa la condizione, ma è invece la conseguenza del dono grandioso di Dio”.


Dunque come giustamente fa notare Kasper : “Se la misericordia è la proprietà fondamentale di Dio, essa “non può essere un’attenuazione della giustizia”, ma piuttosto la giustizia di Dio “partendo dalla sua misericordia”. La misericordia dunque è la giustizia specifica di Dio” , è quindi perfezionamento e compimento della giustizia ma “non ne èl' annullamento”, bensì la presuppone, altrimenti sarebbe giustizia unilaterale e manchevole nei confronti di chi ha subito violenze di ogni tipo, e ripenso all'olocausto, al femminicidio, alle vittime del terrorismo e della mafia, delle guerre, delle “MALDICENZE”!!

Tutte cose queste, che hanno provocato ferite indelebili nell'anima delle vittime di questi fatti e che le hanno spesso emarginate rovinando loro la reputazione per lunghi anni e in alcuni casi per sempre, e a volte addirittura il corso della loro vita ( perché se ciò dovesse essere giustificato a priori, senza preoccupazione per chi ha subito, allora mi viene da dire che se dove finisce la tua libertà inizia la mia , al contempo dove finisce la tua cattiveria inizia la mia reazione che sarebbe quindi altrettanto giustificabile) .

Allora mi sorge la domanda Kantiana applicata all'esperienza personale : in cosa può sperare chi è stato vittima di tutto ciò che ho menzionato poc'anzi? Forse che l'offender sia perdonato a oltranza e la vittima si metta in saccoccia le offese e i danni subiti e dimentichi? Non siamo automi anche se stiamo vivendo in un'epoca del quasi cyber spazio.

Ci sono cose che non si potranno mai cancellare dalla memoria , perché spesso hanno cambiato la vita delle persone e il corso della vita di queste. Dunque a me piace moltissimo il pensiero di Kasper quando dice che : “per la Bibbia… la con-sofferenza di Dio non è espressione della sua imperfezione, della sua debolezza e della sua impotenza, ma è espressione della sua onnipotenza… Egli non può quindi essere passivamente e contro la sua volontà, colpito dal dolore. Ma nella sua misericordia si lascia sovranamente e liberamente colpire dal dolore” , perché il contrario , mi farebbe pensare ad un Dio apatico... lontano da me. Mentre il pensiero che Lui soffriva con le vittime, per la mia interiorità è consolatorio perché giustifica anche che Dio non soffre in quanto Dio ma come Uomo in Cristo, e questo da senso anche alla mia fede. Certamente, Cristo è venuto per i peccatori, ma non solo, è venuto anche per le vittime della cattiveria umana e ne fu un esempio Lui stesso.

In ultimo voglio ricordare il primo esempio della storia, che può definirsi anche il primo omicidio della storia: Caino e Abele. Al cap. 4, 9 troviamo scritto: “e disse il Signore a Caino dov’è Abele tuo fratello? Non lo so forse che io sono il custode di mio fratello?” e disse ancora “cosa hai fatto?, la voce del sangue di tuo fratello grida a me dalla terra” Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello. 12 Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra». 13 Disse Caino al Signore: «Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono! 14 Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e io mi dovrò nascondere lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere». 15 Ma il Signore gli disse: «Però chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!». Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l'avesse incontrato. 16 Caino si allontanò dal Signore e abitò nel paese di Nod, ad oriente di Eden. Quindi c'è un accusa da parte di Dio a Caino di aver fatto un qualcosa di molto grave, per questo Caino dice al Signore: “… è così grande la mia colpa per poterla sopportare”. Dio non punirà Caino con la morte; anche se Caino ha ucciso, all'interno della famiglia, ammazzando suo fratello, ma Dio lo punirà con una pena che può essere da esempio nei confronti di altri ponendo però una sentenza:“chiunque uccide Caino verrà punito per 7 volte” cioè a dire Caino è un omicida, ma Caino si è reso conto della sua grave colpa, dunque non va ucciso perché Dio non ripaga con la stessa misura, ma lascia un segno che deve essere da esempio per tutti gli altri uomini della storia, perchè se Dio avesse ucciso Caino si sarebbe macchiato della stessa colpa di cui Caino stesso si è macchiato. Ma il presupposto di questo è che Caino, cioè chi offende, nel senso più ampio del termine, che si penta!!!
Anche se la mia è solo una piccola voce,spero comunque che venga ascoltata tenuta in considerazione anche in nome delle vittime delle ingiustizie umane!


di Marilina Fenice Grassi


Articolo da me già pubblicato all'inidirzzo http://marilinalince.blogspot.it/2015/03/la-misericordia-ma-nella-giustizia-una.html



mercoledì 11 marzo 2015

Laura Boldrini, quella strana richiesta ai bambini che visitano Montecitorio

Laura Boldrini
Nel mirino ci è finita Laura Boldrini. Alla presidentessa della Camera viene contestato la gestione delle tempistiche del dibattito in aula sulla riforma costituzionale. E non solo: Lady Montecitorio si è anchepresentata in ritardo in aula, beccandosi un cazziatone da Renato Brunetta. Fatti che vengono messi nero su bianco in un articolo delFatto Quotidiano, dove però viene snocciolato anche un curioso aneddoto. Già, perché più volte alla settimana comitive di bambinidelle scuole vengono invitati a visitare Montecitorio. E Laura racconta che quando arrivano lei fa chiudere gli occhi a tutti i piccolini. Il motivo? Vuole godersi lo stupore dei piccoli di fronte alla maestosità del Parlamento.
http://www.liberoquotidiano.it/news/sfoglio/11755712/Laura-Boldrini--quella-strana-richiesta.html

Scuola, progetto della Regione Friuli Venezia Giulia: ora di pornografia all'asilo


Scuola, progetto della Regione Friuli Venezia Giulia: ora di pornografia all'asilo
Lo Stato, e dunque l’istruzione pubblica, dovrebbe astenersi da molte cose, in particolare dal «riorganizzare» i pensieri dei bambini che vanno all’asilo. Ma come raccontava ieri Laura Tonero su Piccolo di Trieste, lavare i cervelli dei bambini, facendone degli adulti progressisti in miniatura, è un suo vizietto. Sentite qua: «Il Gioco del rispetto - Pari e dispari mira a verificare le conoscenze e le credenze di bambini e bambine su cosa significa essere maschi o femmine, a rilevare la presenza di stereotipi di genere e ad attuare un primo intervento che permetta loro di esplicitare e riorganizzare i loro pensieri, offrendo ai bambini anche un punto di vista alternativo rispetto a quello tradizionale».
Questo involuto saggio di imbecillità pedagogica lo si deve a un’iniziativa - mai che se ne stiano quieti a far giocare in modo intelligente i bambini e basta - del Comune di Trieste, che ha recepito una «sperimentazione» cofinanziata dalla Regione Friuli presieduta da Debora Serracchiani. Vittime della sperimentazione che deve scalzare il «punto di vista tradizionale» (e quale sarebbe?): 45 asili di Trieste, nei quali è stato distribuito il kit del Gioco del rispetto col suo relativo manuale, dal quale abbiamo tratta la cretinata sopracitata. Cretinata che non si limita al «primo intervento per riorganizzare i pensieri», ma espone le attività che devono scongiurare "gli stereotipi di genere". Poiché l'obiettivo è inculcare che le sensazioni e percezioni dei bambini e delle bambine sono uguali (ma sì, creiamo l'automa, il bambino unisex astratto: che percepisce una e una sola sensazione per ciascuno stimolo), anzi per «rinforzare questa sensazione» avverte il manuale - non sia mai che qualche bimbo o bimba percepisca diversamente - «i bambini/e possono esplorare i corpi dei loro compagni, ascoltare il battito del cuore a vicenda o il respiro». E più avanti: «Ovviamente i bambini possono riconoscere che ci sono differenze fisiche che li caratterizzano, in particolare nell’area genitale».
Ora: immaginatevi una classe d’asilo, con i bambini che si auscultano, si esplorano, riconoscono le differenze genitali, così, spontaneamente, liberamente per imposizione didattica, con la maestra o il maestro che li guarda dall’alto della cattedra o sorveglia il «gioco» sfilando tra i banchi, partecipando anche lui inevitabilmente all’esplorazione, e rispondete: questo è un gioco o una fantasia malata? La psicologa e l’insegnante che hanno approntato il «kit ludico-didattico» del Gioco del rispetto, ritengono che la visita corporale convincerà i bambini che le difformità puramente fisiche (idealisticamente ridotte a scarto, a «punto di vista tradizionale») non creano disuguaglianze di genere perché, previa la riorganizzazione del pensiero precedente, emozioni sensazioni e percezioni sono uguali.
Infine per condizionare i più riottosi, ecco l’esperimento comportamentale, la rieducazione spacciata per gioco del Se fossi: bambini e bambine vengono invitati a travestirsi con abiti «diversi dal loro genere di appartenenza» (ma non eravamo tutti uguali, organi riproduttivi a parte? Gli abiti non sono solo stereotipi di genere?) e «giocare così abbigliati». Il travestitismo, che è una cosa seria e ha radici psichiche profonde e complesse, spacciato ai bambini dell’asilo come un gioco qualunque. Molti genitori delle scuole dell’infanzia coinvolte dal progetto si sono ribellati. Sandra Savino, coordinatore regionale di Forza Italia, ha annunciato un’interrogazione parlamentare. A noi preme solo che tutti i responsabili di questa «sperimentazione», dal governatore Serracchiani in giù, si ritirino a vita privata il più presto possibile.
Giordano Teodoldi
http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/11765472/Scuola--progetto-della-Serracchiani-.html

martedì 10 marzo 2015

A 60 ANNI DONA UN RENE IN CAMBIO DI LAVORO E DIGNITA'

A 60 ANNI DONA UN RENE IN CAMBIO DI LAVORO E DIGNITA'. LA STORIA DI LUIGI, ABBANDONATO DALLE ISTITUZIONI. Ho tentato anche di fermare il Presidente Matteo Renzi – racconta Luigi, 60 anni, una storia drammatica alle spalle – le guardie della sicurezza mi hanno fatto quasi cadere, lui mi ha detto... due minuti e poi ritorno. Si è fermato a fare delle foto con alcune persone, è entrato nel portone e non l’ho più visto. Sto ancora aspettando!
Luigi tutti i giorni da quattro mesi è di fronte a Montecitorio...
fonte You Topolino
immagine non visualizzata

Laura Boldrini dixit: "dobbiamo cedere sovranità senza indugio all'Europa, altrimenti prevarrà il populismo".

Laura Boldrini dixit: "dobbiamo cedere sovranità senza indugio all'Europa, altrimenti prevarrà il populismo". Leggo nella Costituzione Italiana (art. 1): "la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione". Dunque, signora Boldrini, lei sta tradendo lo spirito e la lettera della Costituzione Italiana.
Diego Fusaro

lunedì 9 marzo 2015

Don Giussani non vi perdonerebbe mai che perdeste la libertà e vi trasformaste in "guide da museo" o adoratori di ceneri.


Ho scelto di riportare in questo articolo il :


      DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO AL MOVIMENTO DI COMUNIONE E       LIBERAZIONE... 

c'è un motivo particolare e molto personale  nella mia scelta... a buon intenditor....



Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Do il benvenuto a tutti voi e vi ringrazio per il vostro affetto caloroso! Rivolgo il mio cordiale saluto ai Cardinali e ai Vescovi. Saluto Don Julián Carrón, Presidente della vostra Fraternità, e lo ringrazio per le parole che mi ha indirizzato a nome di tutti; e La ringrazio anche, Don Julián, per quella bella lettera che Lei ha scritto a tutti, invitandoli a venire. Grazie tante!
Il mio primo pensiero va al vostro Fondatore, Mons. Luigi Giussani, ricordando il decimo anniversario della sua nascita al Cielo. Sono riconoscente a Don Giussani per varie ragioni. La prima, più personale, è il bene che quest’uomo ha fatto a me e alla mia vita sacerdotale, attraverso la lettura dei suoi libri e dei suoi articoli. L’altra ragione è che il suo pensiero è profondamente umano e giunge fino al più intimo dell’anelito dell’uomo. Voi sapete quanto importante fosse per Don Giussani l’esperienza dell’incontro: incontro non con un’idea, ma con una Persona, con Gesù Cristo. Così lui ha educato alla libertà, guidando all’incontro con Cristo, perché Cristo ci dà la vera libertà. Parlando dell’incontro mi viene in mente “La vocazione di Matteo”, quel Caravaggio davanti al quale mi fermavo a lungo in San Luigi dei Francesi, ogni volta che venivo a Roma. Nessuno di quelli che stavano lì, compreso Matteo avido di denaro, poteva credere al messaggio di quel dito che lo indicava, al messaggio di quegli occhi che lo guardavano con misericordia e lo sceglievano per la sequela. Sentiva quello stupore dell’incontro. E’ così l’incontro con Cristo che viene e ci invita.
Tutto, nella nostra vita, oggi come al tempo di Gesù, incomincia con un incontro. Un incontro con quest’Uomo, il falegname di Nazaret, un uomo come tutti e allo stesso tempo diverso. Pensiamo al Vangelo di Giovanni, là dove racconta del primo incontro dei discepoli con Gesù (cfr 1,35-42). Andrea, Giovanni, Simone: si sentirono guardati fin nel profondo, conosciuti intimamente, e questo generò in loro una sorpresa, uno stupore che, immediatamente, li fece sentire legati a Lui... O quando, dopo la Risurrezione, Gesù chiede a Pietro: «Mi ami?» (Gv 21,15), e Pietro risponde: «Sì»; quel sì non era l’esito di una forza di volontà, non veniva solo dalla decisione dell’uomo Simone: veniva prima ancora dalla Grazia, era quel “primerear”, quel precedere della Grazia. Questa fu la scoperta decisiva per san Paolo, per sant’Agostino, e tanti altri santi: Gesù Cristo sempre è primo, ci primerea, ci aspetta, Gesù Cristo ci precede sempre; e quando noi arriviamo, Lui stava già aspettando. Lui è come il fiore del mandorlo: è quello che fiorisce per primo, e annuncia la primavera.
E non si può capire questa dinamica dell’incontro che suscita lo stupore e l’adesione senza la misericordia. Solo chi è stato accarezzato dalla tenerezza della misericordia, conosce veramente il Signore. Il luogo privilegiato dell’incontro è la carezza della misericordia di Gesù Cristo verso il mio peccato. E per questo, alcune volte, voi mi avete sentito dire che il posto, il luogo privilegiato dell’incontro con Gesù Cristo è il mio peccato. È grazie a questo abbraccio di misericordia che viene voglia di rispondere e di cambiare, e che può scaturire una vita diversa. La morale cristiana non è lo sforzo titanico, volontaristico, di chi decide di essere coerente e ci riesce, una sorta di sfida solitaria di fronte al mondo. No. Questa non è la morale cristiana, è un’altra cosa. La morale cristiana è risposta, è la risposta commossa di fronte a una misericordia sorprendente, imprevedibile, addirittura “ingiusta” secondo i criteri umani, di Uno che mi conosce, conosce i miei tradimenti e mi vuole bene lo stesso, mi stima, mi abbraccia, mi chiama di nuovo, spera in me, attende da me. La morale cristiana non è non cadere mai, ma alzarsi sempre, grazie alla sua mano che ci prende. E la strada della Chiesa è anche questa: lasciare che si manifesti la grande misericordia di Dio. Dicevo, nei giorni scorsi, ai nuovi Cardinali: «La strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno; di effondere la misericordia di Dio a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero; la strada della Chiesa è proprio quella di uscire dal proprio recinto per andare a cercare i lontani nelle “periferie” dell’esistenza; quella di adottare integralmente la logica di Dio», che è quella della misericordia (Omelia, 15 febbraio 2015). Anche la Chiesa deve sentire l’impulso gioioso di diventare fiore di mandorlo, cioè primavera come Gesù, per tutta l’umanità.
Oggi voi ricordate anche i sessant’anni dell’inizio del vostro Movimento, «nato nella Chiesa – come vi disse Benedetto XVI –non da una volontà organizzativa della Gerarchia, ma originato da un incontro rinnovato con Cristo e così, possiamo dire, da un impulso derivante ultimamente dallo Spirito Santo» (Discorso al pellegrinaggio di Comunione e Liberazione, 24 marzo 2007: Insegnamenti III, 1 [2007], 557).
Dopo sessant’anni, il carisma originario non ha perso la sua freschezza e vitalità. Però, ricordate che il centro non è il carisma, il centro è uno solo, è Gesù, Gesù Cristo! Quando metto al centro il mio metodo spirituale, il mio cammino spirituale, il mio modo di attuarlo, io esco di strada. Tutta la spiritualità, tutti i carismi nella Chiesa devono essere “decentrati”: al centro c’è solo il Signore! Per questo, quando Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi parla dei carismi, di questa realtà così bella della Chiesa, del Corpo Mistico, termina parlando dell’amore, cioè di quello che viene da Dio, ciò che è proprio di Dio, e che ci permette di imitarlo. Non dimenticatevi mai di questo, di essere decentrati!
E poi il carisma non si conserva in una bottiglia di acqua distillata! Fedeltà al carisma non vuol dire “pietrificarlo” – è il diavolo quello che “pietrifica”, non dimenticare! Fedeltà al carisma non vuol dire scriverlo su una pergamena e metterlo in un quadro. Il riferimento all’eredità che vi ha lasciato Don Giussani non può ridursi a un museo di ricordi, di decisioni prese, di norme di condotta. Comporta certamente fedeltà alla tradizione, ma fedeltà alla tradizione – diceva Mahler – “significa tenere vivo il fuoco e non adorare le ceneri”. Don Giussani non vi perdonerebbe mai che perdeste la libertà e vi trasformaste in guide da museo o adoratori di ceneri. Tenete vivo il fuoco della memoria di quel primo incontro e siate liberi!
Così, centrati in Cristo e nel Vangelo, voi potete essere braccia, mani, piedi, mente e cuore di una Chiesa “in uscita”. La strada della Chiesa è uscire per andare a cercare i lontani nelle periferie, a servire Gesù in ogni persona emarginata, abbandonata, senza fede, delusa dalla Chiesa, prigioniera del proprio egoismo.
“Uscire” significa anche respingere l’autoreferenzialità, in tutte le sue forme, significa saper ascoltare chi non è come noi, imparando da tutti, con umiltà sincera. Quando siamo schiavi dell’autoreferenzialità finiamo per coltivare una “spiritualità di etichetta”: “Io sono CL”. Questa è l’etichetta. E poi cadiamo nelle mille trappole che ci offre il compiacimento autoreferenziale, quel guardarci allo specchio che ci porta a disorientarci e a trasformarci in meri impresari di una ONG.
Cari amici, vorrei finire con due citazioni molto significative di Don Giussani, una degli inizi e una della fine della sua vita.
La prima: «Il cristianesimo non si realizza mai nella storia come fissità di posizioni da difendere, che si rapportino al nuovo come pura antitesi; il cristianesimo è principio di redenzione, che assume il nuovo, salvandolo» (Porta la speranza. Primi scritti, Genova 1967, 119). Questa sarà intorno al 1967.
La seconda del 2004: «Non solo non ho mai inteso “fondare” niente, ma ritengo che il genio del movimento che ho visto nascere sia di avere sentito l’urgenza di proclamare la necessità di ritornare agli aspetti elementari del cristianesimo, vale a dire la passione del fatto cristiano come tale nei suoi elementi originali, e basta» (Lettera a Giovanni Paolo II, 26 gennaio 2004, in occasione dei 50 anni di Comunione e Liberazione).
Che il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca. E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me! Grazie.



Marilina Fenice Grassi (grazie Papa Francesco! )




IL PROBLEMA DELL'INQUINAMENTO DELL'ACQUA IN ITALIA


Qualche giorno fa è stato pubblicato da ISPRA il rapporto sulle indagini svolte sulle acque italiane superficiali e sotterranee del periodo 2011/ 2012 mettendo in evidenza la presenza di 175 sostanze attive.



Il rapporto è stato predisposto dall’ISPRA sulla base delle informazioni trasmesse da Regioni e Province autonome, che attraverso le Agenzie regionali e provinciali per la protezione dell’ambiente, effettuano indagini sul territorio e analisi di laboratorio.



Tra le regioni che presentano acque maggiormente contaminate ci sono la Lombardia (92 per cento), Sicilia (88 per cento) e Emilia Romagna (87,5 per cento) che peraltro è anche in classifica per la maggiore percentuale di acque sotterranee inquinate (72 per cento).




Ciò vuole dire che come per la Francia che si è scoperta con una importante presenza di fitofarmaci nelle falde acquifere la cui fonte principale di contaminazione è da ricercare nell’agricoltura intensiva che ha rilasciato sostanze sia delle acque superficiali, che in quelle sotterranee : http://www.statistiques.developpement-durable.gouv.fr/indicateurs-indices/f/1831/1902/pesticides-eaux-douces.html ,anche l'Italia presenta questo tipo di problema.Nel 2012 infatti sono state usate 400 sostanze diverse per 134.242 tonnellate di prodotti fitosanitari.




I ricercatori di ISPRA hanno riscontrato residui di prodotti fitosanitaricome erbicidi, insetticidi, funghicidi immessi nell’ambiente e che si ritrovano come molecole di bentazone, metalaxil, desetil-terbutilazina, atrazina e atrazina-desetil, oxadixil, imidacloprid, oxadiazon, bromacile, 2,6-diclorobenzammide.L’area maggiormente contaminata dai pesticidi è la pianura padano-veneta anche se mancano molti dati da svariate regioni. I ricercatori scrivono:<<Come già segnalato in passato, questo dipende dalle caratteristiche idrologiche del territorio e dall’intenso utilizzo agricolo, ma anche dal fatto che le indagini sono generalmente più complete e rappresentative nelle regioni del nord. Nel resto del paese la situazione è ancora abbastanza disomogenea, non sono pervenute informazioni dal Molise e dalla Calabria e in altre Regioni la copertura territoriale è limitata, così come il numero delle sostanze cercate. D’altra parte, laddove l’efficacia del monitoraggio è migliorata, sono state evidenziate aree di contaminazione significativa anche nel centro-sud >>.




In questo quadro, ciò che ha destato maggior preoccupazione è l’imidacloprid noto anche all’EFSA per il quale è stato richiesto l’abbassamento dei livelli guida essendo stato considerato dannoso per il sistema nervoso dei bambini. Nel 2011 le sostanze attive erano 166 e dunque nel 2012 si è registrato un’aumento e questoperché le molecole non scompaiono rapidamente e si assiste così all’effetto di accumulo.


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