venerdì 26 febbraio 2016

Storia di Cris, il ladro risarcito per il furto a Ermes Mattielli che continua a rubare


 
 
 
Libero, giovedì 25 febbraio 2016
Leggetevi la storia di Cris. Se vi chiedete perché la gente non crede più nelle istituzioni, perché si sente indifesa, perché corre a prendere le armi e a difendersi da sola, leggetevi la storia di Cris Caris, il rom che rubò a casa di Ermes Mattielli.
Ve lo ricordate? È successo ad Arserio, in provincia di Vicenza. Ermes sparò per difendersi, Cris rimase ferito. E ottenne il diritto al risarcimento. Ma come?, direte voi. Uno va a rubare in casa d’altri e viene risarcito da chi voleva derubare? Proprio così. Ermes, che era invalido e aveva lavorato una vita per mettersi su una casetta, e forse credeva che lo Stato dovesse difendere le persone oneste, non i ladri, ebbene, Ermes non ha retto l’affronto. È morto di crepacuore poco dopo la sentenza.
Sembrava la notizia finale di un’assurda ingiustizia. Invece era soltanto l’inizio. Infatti qualche giorno fa Cris è stato beccato di nuovo a rubare. Non che questa sia una notizia clamorosa: essendo un ladro, ruba. È il suo mestiere. La notizia è che lo Stato glielo lascia fare. Glielo lascia fare impunemente. Infatti Cris, che rubava a casa di Ermes, continua a rubare nelle case d’altri. E continuerà a farlo. Proprio così. Infatti, e questa è l’ultima chicca di questa storia scandalosa, l’altro giorno il giudice ha deciso che Cris, colto con le mani nel sacco mentre rubava nelle baite, può tornare libero. Ovvero: libero con obbligo di dimora nel campo nomadi. Voi capite: l’obbligo di dimora nel campo nomadi... Chi lo fa rispettare? Senza contare che, per prima cosa, come ha raccontato il Corriere Veneto, il ladro ha subito spostato la sua roulotte.
Ma certo: il ladro può spostarsi, il ladro può rubare. La giustizia glielo permette. In compenso la giustizia continua a perseguitare gli eredi di Ermes Mattielli: se mai ricevessero l’eredità, dovrebbero versare i 135mila euro cui era stato condannato il loro parente. Quelli dei ladri sono diritti che vanno difesi, si capisce. Tanto è vero che l’altro giorno gli eredi di Ermes Mattielli hanno fatto sapere che dell’eredità non ne vogliono sapere. Troppo rischioso. «E se i 135mila euro fossero solo l’inizio?» hanno detto spaventati. Niente eredità. La casa e quei due terreni costruiti con anni di lavoro andranno perduti nel nulla. A proteggere i diritti di chi suda lo Stato non ci pensa nemmeno per sogno. A proteggere i diritti di chi ruba, invece sì.
Infatti Cris-che-continua-a-rubare può continuare anche a pretendere il suo risarcimento. Vi pare una cosa normale? Lo risarciamo perché vada a rubare. Sembrerebbe una barzelletta se non fosse una tragica realtà. Se Ermes non fosse morto davvero. Ma com’è possibile? Il giudice ha detto che non poteva fare altro che assolvere il ladro perché per i tribunali risulta “pulito”. Ma come? Andava a rubare a casa di Ermes, ha preso una condanna in primo grado a 4 mesi, ha altre accuse per furti che risalgono ad anni precedenti. Epperò risulta incensurato? Ma sì: un processo insabbiato, uno prescritto, un altro mai cominciato… E il ladro è “pulito”. Per legge. Mentre il debito degli onesti nei suoi confronti non si estingue mai.
Questa è la storia di Cris: leggetela e rileggetela, se volete capire perché la gente non crede più nelle istituzioni. Ma se non vi basta, leggetevi la storia di Gabriella di Terni o di Luigi di Pavia o di Carmelo di Fassa di Soligo, tutte notizie uscite in queste ultime ore. Gabriella è stata uccisa in casa a colpi di cacciavite l’anno scorso. Sono stati indagati nove albanesi, il procedimento è stato archiviato. I figli piangono: «Per nostra mamma non ci sarà mai giustizia». Luigi è un barista: ha subito tre furti in due settimane, dieci in quattro anni. L’altro giorno ha sparato in aria con il fucile da caccia per spaventare i ladri. Ebbene: è stato denunciato. Ora deve pagarsi un avvocato, mentre i delinquenti possono scorrazzare liberi. Possono anche ritornare da lui, con tranquillità. Tanto i fucili non può usarli più.
E Carmelo? Lui fa tenerezza. Ha 81 anni, una vita di fatica alle spalle, il cuore e la parlata di un uomo buono. Un marocchino clandestino l’ha aggredito in casa per rubargli pochi euro, l’ha pestato senza pietà. Carmelo ha perso la vista da un occhio. Ebbene, l’altro giorno il marocchino clandestino è stato mandato in libertà vigilata con obbligo di dimora. Dove? A 50 metri da casa sua. Il giudice ha scritto sul provvedimento che si tratta di un soggetto pericoloso. Perfetto, no? Siccome è pericoloso, gli permette di diventare vicino di casa della sua vittima. Che ora ha paura anche di uscire di casa. Come se non bastasse il marocchino clandestino ha anche chiesto la residenza e il permesso di soggiorno: la legge, ora che è in libertà vigilata, glielo consente. Così come la legge consente a Cris di continuare a rubare e a pretendere il risarcimento dalle sue vittime e dagli eredi di Ermes. Poi si stupiscono se la gente si sente indifesa. Poveretti: il fatto è che in Parlamento sono troppo impegnati a garantire ai gay le unioni civili per garantire alle persone perbene una vita civile.

Mario Giordano

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giovedì 25 febbraio 2016

Unioni civili. Gandolfini: «Stralciare la stepchild non basta. Tutte le ingiustizie nascoste nel ddl Cirinnà»



La trascrizione della conferenza stampa in Senato in cui il portavoce del Comitato Difendiamo i nostri figli ha dettagliato le ragioni dell’opposizione al testo

Pubblichiamo di seguito una nostra trascrizione dell’intervento di Massimo Gandolfini, portavoce del Comitato “Difendiamo i nostri figli”, durante l’affollata conferenza stampa svoltasi martedì 23 febbraio presso la sala Nassirya del Senato per ribadire le posizioni del Comitato sul ddl Cirinnà e sui tentativi del governo di modificare il testo con eventuali stralci ad alcuni articoli.
Buonasera a tutti e grazie di essere presenti. Contiamo molto sulla vostra collaborazione, perché come avrete già notato, noi di voce pubblica ne abbiamo poca mentre il servizio pubblico della Rai non perde occasione per fare spot alle famiglie arcobaleno. Ne faccio una questione quasi personale, cito testualmente una frase sentita su Rai 3 che ha definito la gente presente al Family Day del 30 gennaio «un gruppo di puttanieri e di preti che si trovano per insegnare agli altri come si fa la famiglia». Lo trovo quanto meno maleducato e irrispettoso anche perché non sono arrivate scuse di nessun tipo e troviamo che questo sia l’antitesi della democrazia.
Vi abbiamo chiamato e vi ringraziamo per essere qui presenti con il Comitato “Difendiamo i nostri figli” che ha reso possibile la piazza del 20 giugno e quella del 30 gennaio. Una piazza fatta di gente comune, che si è autofinanziata, che è venuta facendo anche enormi sacrifici ma anche con una enorme passione e un grande sentimento di partecipazione e di voler essere una cittadinanza attiva su un disegno di legge così terribilmente deostruente l’antropologia della famiglia come noi italiani la conosciamo da secoli. La partecipazione della gente è altissima, vi possiamo dare testimonianza di un desiderio di far sentire la propria voce e noi siamo qui come portavoce di queste persone. Se in piazza c’erano uno o due milioni di persone – non stiamo qui a fare una guerra di numeri – è altrettanto vero che a casa c’erano altri milioni di persone che non erano potute venire in piazza. Penso di poter dire che noi rappresentiamo una grandissima quantità di cittadini italiani.  
LE DUE RAGIONI DEL NO
Entrando nel merito del disegno di legge, ci chiedono quale sia la nostra posizione e cercheremo di essere molto chiari. La nostra posizione non è cambiata, da sempre noi siamo contrari a una legge che istituzionalizzi il rapporto di convivenza tra due persone di pari sesso che sono legate da ragioni di natura sentimentale e affettiva. Per noi una legge sulle unioni civili in Italia è inutile e ingiusta se si vanno ad analizzare i singoli articoli, soprattutto il numero 5. Perché è una legge inutile? Perché tutti i diritti civili che garantiscono la libertà della persona e che uno può giocarsi in un rapporto affettivo e quindi di mutuo soccorso anche con una persona dello stesso sesso, già esistono. Basta andare ad aprire il codice civile e si potrà vedere che tutti questi diritti sono già presenti. Il mainstream mediatico fa passare come inesistenti diritti che invece sono tutti largamente codificati, dalla visita in ospedale o in carcere alla questione patrimoniale, fino alla successione del contratto di locazione, addirittura anche la legge che riguarda i trapianti, che prevede che l’espianto degli organi sia legato all’assenso o dissenso del convivente senza specificare se questo sia un uomo o una donna. Anche questo diritto è previsto nel codice civile. E anche la domanda di grazia.
La nostra posizione è assolutamente contraria a una legge sulle unioni civili. Non vogliamo che sia istituzionalizzato un comportamento affettivo e sentimentale di carattere personale, e che questo possa diventare un modello pubblico nel quale il popolo italiano si riconosce. Perché? Lo ripeto, per due ragioni: primo, perché i diritti legati alla persona già ci sono e non c’è bisogno di coniugarli in altro modo; secondo, perché a noi, popolo del Family Day, sta molto a cuore anche la valenza antropologica e culturale di ogni singola legge. Nel momento in cui si dovesse istituire l’idea che esistono modelli diversi di famiglia, per cui la famiglia non è più quella società naturale fondata sul matrimonio di cui parla l’articolo 29 della Costituzione, ma ci possono essere famiglie di tipo omogenitoriale o addirittura famiglie composte da più soggetti – perché se l’elemento che unisce è quello dell’affetto e del sentimento, non si capisce perché questo debba essere limitato a due persone –, questo costituirebbe un modello educativo deostruente per le nuove generazioni. E siccome noi difendiamo i nostri figli, figli e nipoti, non vorremo mai che nello Stato italiano possa passare una deriva antropologica di questo genere.
NON FANALINO DI CODA MA FARO DI CIVILTÀ
Ogni tanto qualcuno ci fa notare che “l’Europa fa così”, “il mondo fa così”, “voi siete rimasti al medioevo”… Noi rivendichiamo con orgoglio che l’Italia non è il fanalino di coda ma un faro di civiltà. La storia ci ha sempre consegnato l’Italia come un faro di civiltà e lo può essere anche oggi, perché nel momento in cui un popolo si riconosce nell’idea che ci sono un padre e una madre e che questi proprio strutturalmente sono una società naturale perché a loro è destinato e adibito il mantenimento della specie con la procreazione, questo lo troviamo una istanza di un tale livello civile che dovremmo essere assolutamente orgogliosi di poter essere non il fanalino di coda ma il faro di civiltà all’interno dell’Europa. È inutile che vi citi numeri, voi sapete benissimo che non è assolutamente vero che tutti gli stati dell’Unione Europea hanno i matrimoni gay. E sapete altrettanto bene che all’interno dell’Onu, dove sono rappresentate circa duecento nazioni, quelle che hanno i matrimoni omosessuali sono una ventina. Per cui non è assolutamente detto che la nuova cultura porta verso le unioni civili omosessuali.
AI PARLAMENTARI CATTOLICI
Entrando nel merito e un po’ più nel dettaglio della legge: noi il testo con il nuovo maxi emendamento non lo abbiamo ancora letto, probabilmente lo stanno scrivendo in questo momento, quindi non abbiamo la più pallida idea di quello che conterrà questo emendamento sul quale sembra che il premier Renzi voglia mettere la fiducia, facendo diventare questo ddl un patto di governo e non più una iniziativa parlamentare. Ripeto, non possiamo fare la critica alle intenzioni. Ci riserviamo di giudicare il nuovo testo in base a quello che conterrà. Certo vogliamo dire una cosa dal punto di vista generale. Se questo testo dovesse contenere delle istanze che sono opposte a quelle che ho appena enunciato, e con lo strumento della fiducia dovesse passare, sarebbe veramente un tradimento. L’idea che un testo del genere possa passare con il voto di parlamentari che si definiscono di area cattolica, che si definiscono cattolici, noi lo consideriamo un tradimento, è un tradimento. L’appello di Sua Santità papa Francesco che ha fatto alla coscienza ben formata e non una coscienza con la quale ognuno si inventa quello che vuole, ma una coscienza ben formata di cui hanno parlato anche sant’Agostino e san Tommaso, vorrebbe dire avere chiaro – parlo ai parlamentari cattolici – quale è la tradizione e il magistero della Chiesa e conformarsi a quella tradizione e a quel magistero. Sarebbe scandaloso che un testo che contiene delle istanze contrarie a quelle precedentemente enunciate possa passare con il voto dei cattolici.
L’ARTICOLO 5
La stepchild adoption, articolo 5, sembra che venga stralciata. Lo consideriamo una vittoria del 20 giugno e del 30 gennaio, del popolo delle famiglie, perché questo popolo ha un enorme merito: innanzitutto di aver suscitato un enorme dibattito culturale su questi temi, perché altrimenti tutto sarebbe passato sotto silenzio. Lo stesso dibattito sulla stepchild adoption se non ci fosse stato questo popolo sarebbe passato in maniera assolutamente ignorante, nel senso del non sapere, da parte del popolo italiano. E oggi che tanti si scandalizzano dell’utero in affitto, si scandalizzano perché abbiamo avuto il merito di fare emergere questa abominevole pratica che era racchiusa e nascosta all’interno delle pieghe dell’articolo 5 del disegno di legge. Come si fa a sostenere che l’utero in affitto non esiste all’interno della stepchild adoption come tanti sostengono, quando risulta che in questo momento c’è il capo di un partito che è andato in qualche parte del mondo a farsi, attraverso l’utero in affitto, un figlio? Come si fa dire che non esiste l’utero in affitto? Questo significa negare la verità e la realtà dei fatti. Dentro quell’articolo ci stava – perché speriamo che davvero non venga preso in considerazione – l’abominevole pratica dell’utero in affitto, pratica incivile che non rispetta il diritto del bambino e non rispetta nemmeno il diritto alla dignità della donna. Perché che una donna debba vendere parte del proprio corpo, molte volte per indigenza, per rendere possibile la nascita di un orfano programmato di madre o di padre, è davvero inaccettabile anche da un punto di vista di civiltà.
GLI ARTICOLI 2 E 3
L’altro tema che a noi del Comitato sta molto a cuore e che ci trova in totale contrasto rispetto al disegno di legge, è legato a tutti quegli articoli, in particolare il 2 e il 3, che di fatto omologano l’unione civile al matrimonio come definito dall’articolo 29 della nostra Costituzione. Fin da subito abbiamo denunciato la mistificazione di aver abolito il termine matrimonio ma di averne lasciato la sostanza. È stata cambiata la bottiglia ma il liquido all’interno era assolutamente lo stesso, perché nel momento in cui vengono descritti gli articoli con le caratteristiche che sono proprie del matrimonio, di fatto si fa una menzoniera manovra per fare passare il cosiddetto matrimonio gay. E a questo è legato l’enorme pericolo che qualsiasi tribunale italiano e a maggior ragione la Corte europea dei diritti dell’uomo, una volta stilata una legge che riconosce l’identificazione, l’omologazione delle unioni civili al matrimonio, non possa negare all’unione civile il diritto alla genitorialità e quindi, di fatto, non possa negare l’utero in affitto. Negarlo diventerebbe una discriminazione inaccettabile e quindi per via giurisprudenziale entrerebbe quello che per via legislativa non si è avuto modo o coraggio di fare. Di conseguenza, noi diciamo che con la stepchild adoption se non vengono aboliti anche gli articoli 2 e 3 del disegno di legge, ci sarà il modo di fare entrare dalla finestra ciò che abbiamo fatto finta di cacciare dalla porta. Quindi siamo assolutamente contrari anche agli articoli 2 e 3.
L’IPOTESI DELLE “ADOZIONI SPECIALI”
Perché questa nostra opposizione chiara? Perché potrebbe succedere in Italia, anzi ci sono ottime probabilità che accada, quello che è successo in Irlanda: nel 2010 hanno approvato le unioni civili, nel 2015 sono state parificate totalmente al matrimonio, e ora nel 2016 vogliono modificare la Costituzione. Questo è quello che è accaduto e che non vogliamo succeda in Italia. E vogliamo dire subito una parola su quello che iniziamo a sentire dire: “Va bene, togliamo la stepchild adoption ma dobbiamo mettere mano alla legge 184/1983 che norma l’adozione speciale in Italia”. Ecco, vogliamo dire che siamo assolutamente contrari a qualsiasi tentativo di introdurre all’interno di quella legge l’idea che possano adire alle adozioni anche le coppie omosessuali, praticamente annullando il diritto delle coppie sterili di avere la garanzia o comunque la probabilità di poter adottare un minore. Dico questo perché tutti sapete che in Italia i minori di cui è stato dichiarato lo stato di abbandono e quindi lo stato di adottabilità sono in un rapporto di circa 10 a 1 rispetto alle famiglie dichiarate idonee all’adozione. Questo vuol dire che non c’è nessuna “emergenza bambini abbandonati” in Italia, e comunque se questa emergenza dovesse esserci, a rispondere dovrebbero essere le coppie sterili. Non si capisce poi perché, sempre per rimanere in questo ambito, una coppia sterile che voglia adottare un bambino debba passare attraverso forche caudine – ne ho una esperienza personale – incredibili e che durano anni, mentre l’automatismo di una adozione omosessuale salterebbe di fatto tutti i requisiti che dichiarano la coppia idonea all’adottabilità. Come al solito qui vengono negati diritti realmente esistenti inventando diritti cosiddetti civili che non esistono.
Vorrei concludere, per quanto riguarda le adozioni, con l’appello a considerare che il diritto fondamentale non è dell’adulto. Il diritto è del bambino, è quello ad avere un padre e una madre. Tutta la letteratura scientifica di cui credo di essere sufficientemente competente anche per il mio ruolo professionale, dice l’assoluta necessità per la costruzione di una armonica e coerente personalità che il bambino possa strutturarsi, confrontarsi con due genitori che si chiamano papà e mamma e che sono di sesso diverso. Non esiste che il diritto degli adulti possa violare il diritto atavico e strutturale del bambino di poter avere una famiglia.
GIUDICHEREMO L’OPERATO DEI SINGOLI PARLAMENTARI
Queste sono in estrema sintesi le nostre posizioni e l’appello che noi facciamo a tutte le forze politiche è quello di avere chiari questi fondamenti, perché è su questi fondamenti che noi giudicheremo l’operato delle singole forze politiche e dei singoli parlamentari. Vedremo chi realmente ha impersonificato le istanze e le richieste del popolo del 20 giugno e del 30 gennaio; chi ne ha fatto una bandiera e poi di fatto non ha fatto nulla; chi con becera arroganza ha fatto finta di dimenticare tutto. Non si può dire che tutte le piazze sono uguali, non si può dire che una piazza che evoca il diritto del bambino di essere rispettato in quanto tale – non so se sapete ma il bambino è addirittura abbandonato a se stesso perché non ha nemmeno diritto a nominare un avvocato difensore e questo è un grave vulnus del nostro ordinamento – sia uguale a tutte le altre. E comunque sia se vengono ritenute uguali, bisogna ascoltare le istanze di una piazza che in Italia rappresenta il comune sentire della gente, della stragrande maggioranza della popolazione. Se stiamo ai numeri dell’Istat – e rimaniamo sbigottiti quando leggiamo che lo stesso Istat dice che le sue statistiche devono essere riviste – la popolazione che si sente particolarmente menomata di diritti vanta 7.500 coppie a fronte di 14 milioni di coppie eterosessuali: vuol dire lo 0,025 per cento. Se la democrazia ha un senso la prima cosa che bisogna fare è tenere presente le istanze democratiche delle persone.
A PROPOSITO DI URGENZE
Un’ultima cosa che pure ci sta molto a cuore è il trattamento delle famiglie: le famiglie sono di fatto ignorate, le famiglie numerose che rappresentano una grossa fetta e dove crescono oggi 700 mila minori in Italia vengono di fatto abbandonate. E invece si inventa l’idea che l’Italia ha bisogno urgente di questa legge sulle unioni civili, che questa legge costituisce una emergenza e quindi c’è urgente bisogno di approvarla. Abbiamo la sensazione che questo urgente bisogno nasca dal fatto che più passano i giorni più la gente prende coscienza di come stanno le cose e quindi anche all’interno dei partiti si comincia ad avere mal di pancia. Allora questa è una urgenza strumentale e politica che non ha nulla a che fare con l’urgenza dei cittadini che invece ne hanno di ben altre. Provate a pensare a una vedova che vive della pensione di reversibilità del marito e che abita in una casa acquistata con sacrificio insieme al marito. Provate a pensare che oggi probabilmente si sentirà dire che la reversibilità dovrebbe essere riconsiderata alla luce dell’Isee. Chiedete a questa vedova se reputa di maggiore urgenza una situazione che potrebbe metterla in una condizione di gravissima emergenza sociale oppure se è più urgente normare la situazione affettiva di due persone. Noi vogliamo dare voce a queste persone, vogliamo dare voce a questi bambini che vengono trattati come merce che si va a comprare al supermercato e vogliamo dare voce ad una vera reale giustizia sociale che non serve lobby che stanno dentro e fuori dall’Italia.
Foto Ansa
febbraio 24, 2016 Massimo Gandolfini
fonte: http://www.tempi.it 
 

“Quando anche per morire degnamente, bisogna essere di sinistra”


Anche la morte è di destra e di sinistra. Difficile a credersi, ma è proprio così. L’ennesimo, eclatante esempio di quanto il nostro sistema politico, mediatico e intellettuale siano malati e anche un po’ perversi lo abbiamo avuto proprio nei giorni scorsi.
Umberto Eco, morto il 19 febbraio, uomo di indubbio spessore culturale, che in più di un’occasione ha dimostrato di volgersi più a sinistra che a destra, è stato e continua ad essere celebrato come un dio in terra, la cui perdita ha lasciato un’impronta indelebile nelle menti e nei cuori di  milioni di persone.
Due giorni dopo, il 21 febbraio, all’età di 91 anni si è spenta nel più assordante dei silenzi la grande Ida Magli, antropologa, filosofa, studiosa, scrittrice, fervida sostenitrice della cultura occidentale e delle radici e dei valori su cui essa si fonda. Sulla morte di Ida Magli si sono spese sì e no tre parole, mentre in onore di Umberto Eco si è innalzato un vero e proprio sipario.
Ida Magli, donna spiccia e di poche parole, non è mai entrata nelle grazie dei nostri attuali politicanti. Anzi... agli occhi della sinistra radical chic che parla politically correct ha commesso alcuni grandi, imperdonabili errori. Tipo condannare l’orda di immigrati musulmani che stanno letteralmente invadendo il nostro Paese; ritenere la classe politica italiana incapace di governare; sostenere il fallimento dell’Unione Europea e della moneta unica concepiti più come un mezzo per vessare i cittadini che un’opportunità per inserirli in un contesto più globale; etichettare come “colpo di stato” quello commesso da Napolitano nel 2011 per togliere di torno la destra al comando (eletta democraticamente); ritenere inconcepibile la condizione tuttora irrisolta dei due marò in India, e in ultimo dover ammettere la sconfitta della donna in quanto tale dopo aver passato una vita a sostenerne la parità dei diritti, e la constatazione che l’attuale mutamento sociale a favore di culture retrogade e medievali come quelle islamiche finirà per riportare indietro di cent’anni la condizione della donna, vanificando gli sforzi sinora compiuti per salvaguardarne la propria identità.
Alla luce di questo mio pensiero io credo che per ognuno di noi sia giusto poter esprimere simpatia e stima per Umberto Eco piuttosto che per Ida Magli. Quello che a me spaventa è il dover ammettere che anche di fronte alla morte, questa grande, immensa incognita della nostra vita, che fa parte della vita e da cui nessuno può sottrarsi, c’è chi distingue tra morti di serie A e morti di serie B; morti di destra e morti di sinistra.
Questa distinzione la trovo semplicemente aberrante, irrispettosa, pericolosa. Siamo in una dittatura di sinistra... inutile girarci tanto intorno. Dove non esiste opposizione, se non un ammasso di cialtroni che non vuole trovare un punto di incontro per non assumersi responsabilità. Ma a quanto pare oggigiorno chi non la pensa come la sinistra non ha diritto a nulla: nemmeno a morire in pace.

di flavia favilla - 24 febbraio 2016

fonte: http://www.lagazzettadilucca.it

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martedì 23 febbraio 2016

Il caso marò e l’auto-percezione dell’India come potenza


Il caso marò e l’auto-percezione dell’India come potenza


Sono ormai passati già quattro anni dal caso dell’Enrica Lexie che ha causato un duro scontro diplomatico tra Italia e India, la cui soluzione appare ancora lontana. La questione che ha coinvolto i due fucilieri di marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, dopo anni di polemiche a proposito del conclamato mancato rispetto del diritto internazionale da parte indiana, su chi avesse la giurisdizione del caso e sull’immunità funzionale dei due militari, è ora interamente gestita dalla Corte permanente di arbitrato (CPA) dell’Aja. Tuttavia, la sentenza non dovrebbe arrivare prima dell’agosto 2018, quando saranno passati più di sei anni dall’incidente del 15 febbraio 2012, ammesso che lo stesso tribunale non decida di allungare ulteriormente i tempi per la presentazione delle dichiarazioni delle due parti in accordo con le stesse. Massimiliano Latorre resterà in Italia almeno fino al 30 aprile 2016; bisognerà attendere poi il pronunciamento della Corte Suprema indiana per un’eventuale proroga del permesso per i motivi legati alle cure mediche che lo riguardano. Per quanto concerne Salvatore Girone, il 30 e 31 marzo 2016 la Corte dell’Aja esaminerà la richiesta italiana indirizzata al trasferimento del fuciliere dall’ambasciata di New Delhi in cui risiede in Italia, dove potrebbe attendere la sentenza definitiva.
Gli ultimi mesi, a parte le questioni tecniche collegate all’arbitrato internazionale, non sono stati caratterizzati da sviluppi di rilievo, salvo due questioni. La prima risale al settembre 2015, quando emerse la notizia secondo la quale, in base ai documenti relativi all’autopsia svolta sui corpi dei due pescatori Ajesh Binki e Valentine Jelestine, i proiettili che li hanno colpiti a morte non sarebbero in dotazione ai militari italiani. Le pallottole estratte erano infatti più lunghe (31 millimetri) rispetto a quelle calibro «5.56X45» Nato in dotazione ai fucilieri di marina (23 millimetri). Su richiesta italiana questa questione è stata posta all’attenzione della Corte permanente dell’Aja, anche se altre notizie non confermano questa versione.
All’inizio del febbraio 2016 è apparsa invece sulla stampa indiana una ricostruzione («The Telegraph» di Calcutta), in maniera scontata poi smentita dal Ministero degli Esteri indiano, in base alla quale New Delhi avrebbe offerto di lasciar liberi i due marò in cambio di informazioni compromettenti che collegassero Sonia Gandhi (Presidente del Congresso – oggi all’opposizione) o la sua famiglia alle presunte tangenti pagate per la fornitura all’India, poi bloccata, degli elicotteri Augusta/Westland. Questo accordo sarebbe stato raccontato dall’ex agente commerciale Christian James Michel, che cita questa vicenda in una lettera inoltrata alla Corte permanente di arbitrato dell’Aja e al tribunale internazionale dell’ONU sul diritto del mare.
L’intransigenza dell’India verso la questione dei due fucilieri di marina è collegata alla tradizionale visione della politica estera indiana in Asia meridionale, dove New Delhi si riserva il diritto di difendere i propri interessi mettendo in secondo piano il diritto internazionale.
A parte queste notizie e la necessaria cautela, non ci sono altre fondamentali novità mentre l’attesa per i due fucilieri rimane ancora lunga. Tuttavia, per quanto riguarda l’India e considerato che sono passati ormai quattro anni dall’accaduto, è possibile tracciare una breve analisi sull’operato del paese asiatico, collegandolo, in una prospettiva storica, alla tradizionale visione della politica estera di New Delhi nel periodo post-indipendenza in particolare nel contesto regionale.
A livello storico non possiamo sapere nulla di concreto sul caso marò, visto che ci vorranno diversi anni prima di offrire, attraverso i documenti, una chiave di lettura tendenzialmente obiettiva di una vicenda oggi con molti punti oscuri e dai contorni sfumati. Malgrado questa considerazione, è possibile comunque analizzare l’azione di New Delhi legandola alla storia recente del subcontinente. Per quanto concerne possibili spiragli diplomatici, nonostante ci siano nella stampa indiana voci contrarie all’operato dei governi Singh e Modi coinvolti nel caso e più vicine alle posizioni italiane, è altamente prevedibile che l’India manterrà una linea risoluta anche nei prossimi mesi.
Nel corso della sua storia post-indipendenza, New Delhi ha sempre infatti difeso, anche con la forza, interessi considerati vitali per lo Stato in ambito regionale promuovendo una politica di potenza. Tralasciando il caso dei rapporti con il Pakistan, che porterebbero a considerazioni più complesse, basta citare le operazioni militari all’indomani dell’indipendenza, come quella che coinvolse lo Stato di Hyderabad nel 1948, l’occupazione di Goa nel 1961 con il termine dell’Impero portoghese in India, oppure le continue ingerenze nei confronti di Bangladesh, Maldive, Nepal e Sri Lanka, sempre mal digerite da vicini più piccoli. Senza dimenticare il programma nucleare, iniziato già negli anni Cinquanta, e il primo esperiemento del 18 maggio 1974, nome in codice Smiling Buddha e primo test di uno Stato non presente all’interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Ovviamente l’Italia non ha posto una minaccia militare concreta all’India perché il caso diplomatico deriva da un incidente nell’ambito della cooperazione internazionale indirizzata alla comune lotta contro la pirateria nell’Oceano Indiano. La posizione dell’India e l’intransigenza del paese verso il caso sono però spiegabili collegandole alla auto-percezione del proprio ruolo in Asia meridionale, dove è avvenuto appunto l’incidente: sostanzialmente, ciò che avviene in un’area d’interesse primario (subcontinente), acque internazionali o meno, riguarda solo ed esclusivamente l’India. In questo modo è comprensibile il motivo per cui, posta l’indipendenza del potere giudiziario nel paese, in generale il potere politico non intenda arretrare da posizioni che possono apparire ai nostri occhi risolute in difesa dell’interesse nazionale, anche a discapito del diritto internazionale. È certamente vero che sono morti due cittadini indiani, ma questo fatto è posto in secondo piano nel tradizionale discorso inteso a difendere l’interesse dello Stato in ambito regionale. Oltre a ciò vi è da aggiungere che in un contesto più generale, come sosteneva alcuni anni l’ex ambasciatore a New Delhi Antonio Armellini, la politica estera dell’India «tradisce una visione dei propri interessi a livello globale che sfiora l’arroganza (vecchio vizio, questo, duro a morire)»1. L’auto-percezione dell’India è quella di avere fin dal 1947 una sorta di missione globale, con riferimenti sia all’etica (Gandhi, Nehru, ecc.) che alla politica di potenza (dominio del contesto regionale).
A maggior ragione e una prima lettura, un governo come quello di Narendra Modi non appare indirizzato a una linea morbida verso l’Italia perché è portatore di un immaginario collettivo predisposto a incoraggiare, sia all’interno che all’esterno, anche se spesso ciò è naturalmente molto enfatizzato, la visione di un’India forte, autonoma, moderna e in ascesa. È un governo, come tanti altri contemporanei in altre aree geografiche, basato sull’immagine personalistica del leader, il quale deve apparire come il protagonista principale della politica estera indiana2. Una prospettiva accondiscendente verso l’Italia sarebbe controproducente per questo tipo di narrazione perché potrebbe essere percepita come remissiva in una fase per giunta in cui Modi sta attraversando altri problemi interni (basti citare i casi della rivolta studentesca in corso alla Jawaharlal Nehru University, o le rimostranze legate a questioni di casta, comunità Patel in Gujarat e Jat in Haryana).
Eppure, una via per rendere Modi più “morbido” potrebbe essere collegata ai rapporti che l’India ha con Stati Uniti ed Europa, e alla realpolitik. Al di là del diritto internazionale, un problema per la posizione italiana è che i nostri alleati (Stati Uniti, Francia, Germania e Gran Bretagna) stanno puntando molto sulle proprie relazioni bilaterali con l’India e non sono sostanzialmente interessati al caso-marò. Gli USA, che fin dall’inizio considerarono il caso un problema esclusivamente italiano e indiano, vorrebbero inserire l’India all’interno del MTCR (Missile Technology Control Regime). L’Italia ha però bloccato lo scorso ottobre 2015 l’ingresso di New Delhi nell’organizzazione. Nel corso dell’ultima visita in India nel gennaio 2015 in quanto ospite d’onore del Republic Day indiano, il Presidente americano Obama si era espresso favorevolmente all’ingresso dell’India in altri organismi di rilievo globale (Nuclear Supplier Group, Wassenaar Agreement, Australia Group), dicendosi anche pronto a sostenere la candidatura di New Delhi quale membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Supporto confermato nell’aprile 2015, che si aggiunge al sostegno anche della Gran Bretagna. La prossima riunione per il MTCR sarà in primavera, Washington medierà tra Italia e India?
Gli Stati Uniti sostengono l’India e il governo Modi in diversi organismi multilaterali. La decisione italiana di bloccare l’ingresso di New Delhi nel MTCR potrebbe portare a un interessamento di Washington nei confronti dello scontro diplomatico tra Italia e India.
Per quanto riguarda l’Europa, divisa nel proprio approccio nei confronti dell’India poiché viene preferito dai singoli Stati membri un approccio esclusivo con il paese asiatico piuttosto che comunitario, in una recente risoluzione del Parlamento Europeo a proposito dei cittadini dell’Unione detenuti in India e inviata a governo, Parlamento e Stati membri della Federazione indiana c’è un brevissimo riferimento alla pirateria internazionale e ai due fucilieri. Tuttavia è molto poco per le aspettative italiane e probabilmente ciò è stato fatto per non urtare la sensibilità dell’India, con la quale l’UE è per giunta in trattative da diversi anni per finalizzare un Trattato di libero scambio.
La risoluzione della questione sarà dunque ancora molto lontana. In ogni caso, dall’intera vicenda sarà importante per l’Italia comprendere, per i suoi futuri rapporti con l’India, sia in momenti di positiva collaborazione, i quali hanno contraddistinto la maggior parte della storia dei rapporti bilaterali Roma-New Delhi, sia in fasi delicate e di aperta rottura diplomatica come quella attuale, che è necessario abbandonare passate visioni stereotipate in rapporto a questo Stato (paese del cosiddetto Terzo mondo, dedito alla spirtualità e alla non-violenza, ecc.), considerando invece una più ampia e complessa gamma di prospettive.

NOTE:

Francesco BRUNELLO ZANITTI è Direttore Scientifico dell'IsAG.

lunedì 22 febbraio 2016

Soros,Rockfeller,Rothschild : bisogna schiacciare gli stati finanziariamente

SENTI-SENTI su ROCK ... dell’Istituto Rockfeller, essendo il principale centro per il Programma delle Malattie Virali Americane (VDP) in cui viene effettuata la ricerca epidemiologica e la ricerca in laboratorio sui virus delle febbri emorragiche, encefaliti, e richeziosi e dove il capo di questo istituto, David Rockfeller, ne ha sempre desiderato una massiccia riduzione nella nostra popolazione mondiale.
quindi, per abbattere il SISTEMA ATTUALE, *** AGIRE SULLA FISCALITA' ......le > TASSE > ****.............PRECISAZIONE bisognerebbe proporre:...
<< Rothschild- Rockefeller-Soros>>!...e non "Soros. Rockefeller, Rothschild"... *****per il semplice fatto che:...
- Rothschild è il capo dei capi!
- Rockefeller è uno dei capi più grossi!
- Soros è solo uno dei loro più brillanti ragazzi alla cassa!...

Un ricordo di Ida Magli.

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“Nell’Europa democratica, afflitti dal gran numero di «valvole di sicurezza» esistenti intorno a loro, i governanti hanno finalmente trovato il modo assoluto per dominare i sudditi. Si tratta di un modo opposto a quello adoperato fino a oggi, ma che cercavano fin dalle origini del Potere e che non erano ancora riusciti ad attuare: svuotare la vita dei sudditi di ogni «valore» trasmutandola in cifre e simultaneamente perciò svuotarla di qualsiasi motivo di contestazione verso i detentori del Potere.” 
Ida Magli

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Nazionalizzare il denaro, l’unica rivoluzione per noi schiavi

Noi uomini siamo portati a pensare che sia possibile risolvere un problema, una crisi, un’ingiustizia, attraverso un’azione collettiva delle persone interessate e consapevoli. Se scopriamo quello che ci sembra essere la causa di un grave male che affligge la società (questa causa potrebbe essere il signoraggio o un certo uso delle onde elettromagnetiche o i vaccini o le registrazioni anagrafiche, tanto per fare qualche esempio), siamo portati a pensare che, diffondendo la consapevolezza di questa nostra scoperta fondamentale, susciteremo una reazione collettiva e coordinata dei nostri simili che potrà risolvere il problema dal basso, con un’azione di massa, magari rivoluzionaria. Solo che tale reazione collettiva e coordinata, nel mondo reale, non vuole partire: il grosso della popolazione non si interessa, se si interessa non capisce, se capisce presto dimentica, se non dimentica comunque non si coordina e non agisce. Questa è l’umanità reale, con i suoi reali comportamenti. Mi obietterete che però, di fatto, l’umanità è capace di fare rivoluzioni. Lo ha dimostrato. Avete ragione.
L’attuale situazione della società è veramente molto grave e con pessime prospettive, soprattutto perché la cosiddetta crisi economica appare ormai chiaramente come uno strumento volontariamente attivato e mantenuto per concentrare il reddito e la Marco Della Lunaricchezza, ma anche il potere politico, nelle mani di pochi grandi finanzieri che si deresponsabilizzano celandosi dietro istituzioni politiche ufficiali che essi hanno svuotato di potere effettivo; e al contempo per far accettare alla gente di avere meno diritti, meno libertà, meno dignità, meno benessere, e di essere governata da lontano e da soggetti irresponsabili. Insomma è una crisi indotta a scopi di ingegneria sociale. Appare altrettanto chiaro che, pertanto, non è possibile risolverla per le vie interne dell’ordinamento giuridico nazionale o internazionale, cioè ad esempio attraverso le elezioni e i parlamenti, dato che esse sono interamente controllate dall’oligarchia al potere su scala globale. Quindi solo un’azione rivoluzionaria dal basso, una rivoluzione popolare, parrebbe idonea a risolvere il problema.
Lo conferma il fatto che sono rimasti e rimangono completamente inascoltati, anche di fronte all’avverarsi delle loro previsioni, gli autorevoli economisti che, dagli anni ’70 ad oggi, hanno preavvertito le istituzioni dei disastri che sarebbero stati causati dalle riforme monetarie e bancarie in cantiere, perché hanno proposto e stanno proponendo rimedi razionali. Sono rimasti inascoltati perché parlavano dal punto di vista dell’interesse collettivo, non di quello dell’élite decidente. Molto semplice. Ed eccoci ritornati all’opzione rivoluzionaria. Ma questa opzione deve fare i conti con i dati della realtà storica seguenti. Pensiamo alle grandi rivoluzioni popolari: quella francese, quella sovietica, quella cinese, quella nazista, quella khomeinista in Persia. Tutte sono avvenute a furor di popolo, il popolo si aspettava di risolvere i suoi problemi, ma le cose sono Khomeiniandate diversamente, nel senso che il popolo ha subito un forte peggioramento della sua situazione.
In Francia, dopo la rivoluzione, vi fu un ventennio di stragi, con il periodo del Terrore, poi delle guerre contro le coalizioni monarchiche, poi delle guerre napoleoniche, e intere generazioni di giovani furono annientate sui campi di battaglia. Alla fine, in Francia ritornò la monarchia – non è buffo? – e per giunta la Francia si ritrovò subalterna al Regno Unito, cioè perse la sua indipendenza politica. Certo, la rivoluzione francese pose fine al feudalesimo e mise al potere il capitalismo. Negli altri esempi citati, sappiamo tutti che cosa avvenne a quelle nazioni dalle loro rivoluzioni popolari in termini di guerre, distruzioni, dittature, arretratezza. Alle volte, in periodi di acuta crisi, nei quali era evidente una qualche particolare causa della crisi, gli interessi collettivi hanno ottenuto riforme a loro tutela contro gli interessi delle classi sfruttatrice dominanti. Cito come esempi le riforme dei Gracchi nella Roma antica e il Glass-Steagall Act a seguito della crisi del ’29, entrambe tese a porre freno al saccheggio della società da parte della classe finanziaria.
Ma poi, in tutti i casi di questo tipo, le classi dominanti, attraverso una pianificazione politica di medio e lungo termine, con azione di lobbying e corruzione, approfittando della cronica distrazione del popolo, hanno sempre recuperato le posizioni perdute e hanno portato avanti i loro interessi contro la popolazione subalterna. Ciò avvenne al tempo dei Gracchi, ed è avvenuto anche ultimamente, con l’abolizione del Glass Steagall Act nel 1999 e tutta una serie di riforme del diritto finanziario e bancario, che hanno permesso le megafrodi bancarie con cui i banchieri hanno realizzato e stanno realizzando enormi profitti a danno della collettività anche oggi e praticamente senza mai pagare il fio. Gli interessi concentrati e consapevoli vincono su sempre su quelli diffusi, nel medio e lungo periodo. Di solito però già anche nel breve periodo.
La via rivoluzionaria, nel mondo odierno, è peraltro impraticabile, sia perché l’oligarchia al potere a un enorme vantaggio tecnologico e militare su qualsiasi movimento popolare, disponendo non solo di argomenti ma anche di strumenti di monitoraggio e intervento capillari nella vita di ciascuno, il sogno di tutti i dittatori della storia; sia perché è un mondo interdipendente, perciò, quand’anche un paese insorgesse e se liberasse dai suoi oppressori finanziari e politici, verrebbe bloccato e messo in ginocchio nel giro di pochi giorni. Pensiamo inoltre che l’Italia è un paese e militarmente occupato dagli Federal ReserveStati Uniti con oltre 130 basi militari. E che dipende da forniture esterne per sopravvivere, innanzitutto dal petrolio, che si paga in dollari.
Siamo insomma condannati a restare stabilmente in questa situazione e in questo trend peggiorativo, che ci porta verso abissi di insicurezza, di privazione di diritti e libertà, di invasione delle nostre vite da parte di unpotere tecnologico incontenibile, entro un regime alla Orwell? Con ragionevole sicurezza, in base all’osservazione dei fatti storici, a questa domanda si può rispondere di no, poiché la storia ci mostra che i sistemi di potere, regni, imperi e repubbliche, così come le costituzioni e le condizioni giuridiche ed economiche, non sono mai stati stabili, non sono mai durati a lungo, soprattutto da quando l’umanità si è messa a commerciare e ha sviluppato varie tecnologie. Cioè da più di 25 secoli. Anche gli imperi apparentemente più solidi, più forti, più invincibili, sono crollati, si sono frantumati, perlomeno a causa di processi disorganizzati ivi interni. Senza bisogno di rivoluzioni popolari.
Se esaminate per esempio la storia di Roma, dall’epoca monarchica a quella repubblicana a quella del principato e a quella del dominatus, cioè da Diocleziano in poi, vedrete che gli assetti costituzionali, economici, organizzativi, demografici, si trasformano incessantemente, e che le cose più costanti sono proprio i meccanismi che alimentano squilibri: la lenta demolizione dell’agricoltura e della popolazione in Italia, il trasferimento della ricchezza e delpotere dall’aristocrazia terriera senatoriale alla classe finanziaria equestre, il travaso di oro da occidente a oriente (causato dal passivo della bilancia commerciale). Insomma, i grandi cambiamenti avvengono, sono sempre avvenuti, nella storia. Sono avvenuti non solo per effetto di azioni volontarie (collettive o individuali), ma pure e soprattutto per il concorso di forze e di processi molteplici, impersonali, perlopiù incompresi o fraintesi, perlopiù irresistibili, e solitamente con esiti diversi da quelli previsti, progettati, desiderati. Fattori di tipo climatico, economico, demografico o tecnico-scientifico. Pensate all’inaridimento delle fertili pianure nordafricane, al declino demografico della Grecia antica, al declino tecnologico dell’Impero romano, alla divaricazione Dioclezianoeconomica operata dall’introduzione dell’euro tra i paesi che lo usano.
Altra illusione abituale: l’uomo pensa che le cose continueranno ad andare in futuro nel modo in cui sono andate in passato, e mira sempre a raggiungere qualche assetto definitivo e sicuro, nel privato come nel pubblico: l’amore per sempre, il matrimonio indissolubile, il posto fisso, i diritti umani inalienabili, un’organizzazione statale perenne, definitiva, perfetta, come la repubblica progettata da Platone. O almeno destinata a durare 1000 anni, come il Reich vagheggiato da Hitler. Ma, al contrario, tutti gli assetti prodotti dall’uomo sono impermanenti, caduchi,  transeunti, provvisori. Come l’uomo stesso. Tutto scorre, giustamente osserva Eraclito. Non riusciamo a stabilizzare un tubo. Il grande Cesare Ottaviano Augusto aveva capito i difetti strutturali del possente sistema-paese che governava, e cercò di correggerli, ma non vi riuscì, e come lui non vi riuscirono molti, a Roma e altrove.
I grandi cambiamenti, le trasformazioni sistemiche, avvengono, ma solitamente sono molto diversi dai progetti di coloro che li causano: il divenire storico sfugge dal controllo e dalla pianificazione. Pensate per esempio alla I Guerra Mondiale: ognuna delle potenze che vi parteciparono aveva i suoi piani, le sue previsioni, le sue intenzioni, e tutte furono smentite dallo svilupparsi dei fatti. La guerra stessa assunse caratteri che nessuno aveva immaginato. Il suo esito fu… di innescare fascismo, nazismo e una seconda guerra mondiale. Invero, nessuno è mai riuscito a governare la storia, né a prevederla. Tanto meno ci sono riuscite le rivoluzioni popolari, le quali hanno bensì dato colpi e prodotto effetti, ma non gli effetti voluti e progettati, bensì gli altri e impreveduti – almeno per esse. Il comportamento collettivo è sempre miope e ottuso. I popoli non riescono a evitare fallimenti prevedibili.
Anche l’attuale tecnocrazia globalizzata, come sistema di potere, è destinata a deteriorarsi, e a cadere, magari proprio perché primo poi le sfuggirà di mano la stessa tecnologia, che si sviluppa e moltiplica le sue capacità in modo praticamente è miracoloso – come Skynet della serie Terminator. Oppure forse cadrà per la sua contrarietà ai bisogni oggettivi, fisiologici, degli esseri umani: essa, guidata com’è dalla logica del bilancio, del rendimento annuale o comunque di brevissimo termine, sta forzando l’uomo e la comunità ad adattarsi a vivere secondo questo brevissimo termine, accettando la precarietà, la discontinuità, l’instabilità come caratteri di fondo dell’esistenza, e rinunciando alla sicurezza, alla progettabilità di lungo termine, alla stabilità, che sono esigenze oggettivamente insite nell’essere umano. E’ una violenza radicale e protratta, implementata attraverso il controllo delle istituzioni. Se scoppiamo, allora potremo dire davvero di essere noi il cambiamento.TerminatorOppure ancora è una catastrofe geofisica, climatica, ecologica, il fattore che sta per rimescolare le carte.
La popolazione generale, anche buona parte di quelli con istruzione superiore, è consapevole del suo malessere, dell’insicurezza oggettiva in cui sempre più vive, di alcune malefatte compiute da certi potenti; ha una consapevolezza aneddotica, episodica, spesso personificata, dei mali del sistema; ma non è consapevole delle cause strutturali e non manifeste. Non saprebbe dove intervenire, anche potendo. Quindi, mi direte, tu stai dicendo che non c’è niente da fare, per uscire dall’attuale situazione, perché non abbiamo la capacità di correggerla, e del resto essa prima o poi finirà da sé. In effetti, più o meno è così. Più o meno, perché razionalmente e realisticamente ci sono alcune cose da fare, anche per cercare di fare in modo che l’uscita dall’attuale condizione sia verso una condizione non peggiore, magari migliore. Innanzitutto, bisogna fare cose per mettersi al riparo, per difendersi, a livello privato, personale. L’azione politica è pressoché inutile o controproducente, come dimostrano i casi di quei movimenti e di quei partiti che, dopo avere iniziato con grande promesse di rottura, o si sono spenti, oppure si sono omologati al sistema che dovevano abbattere, come in Grecia e in Spagna. Anche tra i grilli nostrani molti danno segni di volersi alleare col Partito Democratico per stabilizzarsi nel potere e nei suoi vantaggi.
L’azione collettiva raramente parte e ancora più raramente è efficace, ma l’azione individuale o su scala di piccoli gruppi è fattibile, sul fronte della tutela della salute, del patrimonio, della libertà, considerando sempre anche l’opzione dell’emigrazione verso paesi che consentono una migliore tutela di questi valori. Certamente, di fronte a un drastico e rapido peggioramento della condizione di vita e del livello di dignità, a breve potrebbe anche porsi fortemente l’opzione del suicidio, del suicidio stoico, cioè dell’uomo che rifiuta di vivere privato della libertà e della dignità: pensiamo a Lucio Anneo Seneca che si suicida per Podemosnon soggiacere agli arbitri e ai capricci di Nerone. Ma non preoccupatevi: pochissimi seguiranno Seneca, in ogni caso, perché gli uomini si adattano facilmente a una vita di pecore schiave, o di topi che sopravvivono arrangiandosi negli angoli bui.
Che cosa resta da fare, in positivo, dopo tanti “non podemos”? Proprio grazie a ciò che dicevo all’inizio, ossia alla indeterminatezza e libertà del divenire storico, alla sua apertura, non può mai venir meno la possibilità di entrare in modo rilevante in questo divenire. Poche verità storiche sono certe e comprovate come la potenza esercitata dalle idee nei millenni: Platone, Aristotele, Gesù, Galileo, Marx, Freud, Einstein, e Fra’ Luca Pacioli, l’inventore della partita doppia – solo per fare qualche nome – sono più che mai attuali e attivi, sono potentissimi… La Rivoluzione Francese mancò gli obiettivi pratici di breve e medio termine, ma nel lunghissimo termine essa è – si può ben dire – ancora in svolgimento… nei cambiamenti nel pensiero, nella coscienza collettiva, nelle dinamiche sociali… nell’aver creato una cosa che cosa prima assente, in Europa, dai tempi di Atene, ossia il pubblico dibattito politico.
Assieme all’amico psichiatra Paolo Cioni, col saggio “Neuroschiavi”, ho cercato di dare un contributo mirato all’analisi e al contrasto ai mezzi di rimbecillimento e irreggimentazione di massa che tanta parte hanno nella governance sociale, nella compressione della libertà mentale e critica che è l’anima di quel dibattito. E in altri saggi, in solitaria oppure in cooperazione con qualche amico, ho diretto i riflettori su quello strumento di dominazione e sfruttamento sociale che è il potere monetario vestito nelle banche private, e sui suoi meccanismi occultati dalle prassi contabili oggi applicate, e la cui comprensione da qualche anno si viene ora diffondendo. La sua comprensione a livello perlomeno di classi imprenditoriali e intellettuali sarebbe un presupposto per un possibile rivolgimento strutturale della società, per una possibile fine del regime parassitario imposto dal capitalismo finanziario attraverso proprio quelle prassi contabili false, le quali sono alla base del fatto che esso è divenuto un perfetto strumento di dominio sociale: uno strumento che, da un lato, rende la società e l’economia e le istituzioni sempre più dipendenti da sé stesso e sempre più forzatamente obbedienti ai suoi dettami, perché sotto permanente ricatto di fatali conseguenze; e che, dall’altro lato, attraverso l’uso di moneta-debito progressivamente indebitante, sottrae alla società una NeuroSchiaviquota sempre crescente di reddito, pubblico e privato, sotto forma di interessi, di bail out (saccheggio dell’erario) e bail in (saccheggio dei risparmi o investimenti finanziari).
E’ una prigionia estorsiva sistemica, in via di perfezionamento, rispetto a cui le truffette del tipo Banca Popolare dell’Etruria sono soltanto incidenti dovuti all’avidità di banchieri locali, incidenti da coprire subito in qualche modo al fine di poter proseguire col perfezionamento del sistema, col piano di lungo periodo. Prima della rivoluzione del 1789, i popolani francesi, sfruttati dai signori feudali, avevano fatto jacqueries, ossia assalti ai depositi di granaglie dei castelli sotto la spinta della fame – cioè avevano attaccato la sola superficie del problema. Questo equivale ai nostri movimentisti, agli indignados, a quelli che oggi manifestano contro i banchieri che li hanno fregati e chiedono rimborsi da parte dello Stato e carcere ai furbetti del credito e le dimissioni della bella ministra Boschi. Niente di risolutivo.
Il salto di qualità che dalle jacqueries (le quali lasciano il tempo che trovano) portò alla vera rivoluzione (che cambia invece il tempo), sia pur nel senso che abbiamo visto, avvenne allorquando, nell’agosto del 1789, alla guida del popolino, si misero intellettuali che sapevano dove mettere le mani, e allora gli insorti penetrarono nei castelli non per rubare la farina, ma per aprire i forzieri e distruggere gli atti di proprietà dei fondi terrieri in essi custoditi, facendo così crollare il sistema latifondista. L’equivalente di questa operazione, oggi, potrebbe essere – dico: potrebbe – il pubblico smascheramento dei sistematici falsi in bilancio con cui i banchieri privati creano la quasi totalità dei mezzi monetari circolanti senza pagare su tale creazione alcuna tassa e senza assumersi le responsabilità politiche e sociali dell’esercizio di un tale primario potere pubblico, e la conseguente nazionalizzazione del sistema monetario-creditizio con la liberazione della società dalla moneta indebitante ora in uso. Ma ciò non credo possa partire dall’Italia, la quale non ha alcuna tradizione o predisposizione rivoluzionaria.
(Marco Della Luna, estratto da “Crisi, rottura del sistema e trasformazione”, testo preparato per la conferenza organizzata dalla casa editrice Nexus a Cagliari il 17 gennaio 2016 e ripreso dal blog di Della Luna).
http://www.libreidee.org/2016/02/nazionalizzare-il-denaro-lunica-rivoluzione-per-noi-schiavi/