martedì 9 ottobre 2018

Il macabro assassinio del giornalista saudita rompe la maschera del principe “riformatore” della Monarchia Saudita



di  Finian Cunningham
La macabra scomparsa del giornalista saudita Khashoggi infrange l’illusione del principe ereditario ‘riformatore’ alimentata dai media occidentali
Il riferito episodio del raccapricciante omicidio di un noto, rispettato giornalista saudita durante la visita il consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul ha inviato onde d’urto sui i media occidentali.
Il caso macabro non solo sottolinea la natura dispotica del regime saudita. Distrugge anche le illusioni sul giovane principe ereditario regnante della monarchia petrolifera saudita che i media occidentali hanno indicato come “riformatore”.
La scorsa settimana, Jamal Khashoggi è entrato nel consolato saudita martedì 2 ottobre, in Turchia, su appuntamento, al fine di ottenere un documento ufficiale relativo a un matrimonio programmato. Erano circa le 13:00. La sua fidanzata lo stava aspettando fuori. Ma non è mai uscito. Quattro ore dopo, la sua preoccupata fidanzata ha telefonato alle autorità turche, cosa che Khashoggi le aveva precedentemente consigliato di fare, preoccupato che potesse essere detenuto dalle autorità saudite all’interno del palazzo del consolato.
Khashoggi è un commentatore di alto profilo per il Washington Post e la BBC ,tra gli altri giornali occidentali. La sua apparente scomparsa ha fatto scalpore come notizia internazionale la scorsa settimana. Le autorità saudite hanno escluso qualsiasi coinvolgimento malevolo, insistendo sul fatto che Khashoggi avrebbe lasciato il consolato.
Stranamente però, il principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman, il governatore di fatto del regno al posto del suo vecchio padre, è entrato nella mischia pubblica dichiarando all’agenzia Bloomberg che la scomparsa del giornalista non era responsabilità dei funzionari del suo stato. Sembra strano, infatti, che il principe ereditario si sentisse obbligato a fare commenti pubblici sull’argomento.
Quattro giorni dopo, tuttavia, l’atto di sparizione ha preso una piega sconvolgente.
Si dice che Khashoggi sia stato assassinato all’interno del consolato saudita da uno squadrone della morte inviato dall’Arabia Saudita per l’omicidio. Ancora più raccapriccianti sono i rapporti delle fonti della polizia turca secondo cui i 15 membri della squadra di assassini hanno torturato il loro prigioniero e smembrato il suo cadavere, presumibilmente per trasportare i suoi resti con discrezione dai locali sotto l’immunità diplomatica.
Le autorità saudite continuano a sostenere la loro innocenza, ribadendo che Khashoggi ha lasciato il consolato lo stesso giorno in cui è arrivato il 2 ottobre. Ma quella versione degli eventi è chiaramente contraddetta dalla fidanzata di Khashoggi la quale per ore lo ha aspettato fuori.
Inoltre, l’edificio del consolato è punteggiato da telecamere di sicurezza CCTV, ma i sauditi si sono rifiutati di rilasciare filmati che potrebbero mostrare il giornalista che si allontana dai locali.
Secondo quanto riferito, la polizia turca ha aperto un’indagine penale sull’ipotesi che si sia verificato un delitto all’interno del complesso saudita. Come notato in precedenza, fonti non confermate della polizia turca ritengono che Khashoggi sia stato brutalmente assassinato dagli agenti sauditi.
Quello che è particolarmente scioccante riguardo alle presunte uccisioni è che Jamal Khashoggi è internazionalmente conosciuto come un giornalista rispettato. Dall’ascesa al potere lo scorso anno in Arabia Saudita dal principe ereditario Mohammed Bin Salman, Khashoggi era diventato sempre più critico nei confronti di colui che considerava un autocrate ribelle.
Le sue critiche furono tanto più dannose perché Khashoggi era stato visto come un insider alla corte reale della Casata di Saud. Un tempo era stato consigliere dei media del principe Turki al Faisal, ex ambasciatore negli Stati Uniti e in Gran Bretagna.
Khashoggi era andato in esilio autoimposto nel settembre 2017 quando il principe ereditario Mohammed aveva lanciato una radicale epurazione contro altri membri anziani della Casa di Saud. Tra le centinaia di persone arrestate e torturate durante la detenzione vi era stato l’investitore multimilionario e magnate dei media Prince Alwaleed bin Talal, che aveva nominato Khashoggi come redattore capo della sua organizzazione Arab News.
Mentre era in esilio, Khashoggi iniziò a scrivere articoli sempre più critici sul putsch de facto del principe ereditario Mohammed Bin Salman. Aveva pubblicato periodicamente colonne dal Washington Post in cui sottolineava la disastrosa guerra guidata dai sauditi nello Yemen, con la strage di civili, come anche l’inutile blocco nello stato limitrofo del Golfo Persico, il Qatar. Il giornalista anche avvertito che il fascino delle “riforme” sotto il Principe ereditario, esaltato dai media occidentali, era più illusorio che reale.
Significativamente, il giornalista stava dando una prospettiva molto diversa sui cambiamenti in atto in Arabia Saudita rispetto alla copertura generalmente positiva e celebrativa data dai media occidentali, tra cui il Washington Post.
Da quando è salito al potere dietro il trono, i media occidentali hanno avuto la tendenza a qualificare il trentacinquenne principe ereditario Mohammed come ” illuminato e riformatore”. La sua repressione contro gli avversari è stata descritta come una purga a lungo rimossa contro la corruzione e il clientelismo, invece della spiegazione più realistica della notte dei “lunghi coltelli” per consolidare il proprio potere.
Nonostante le colonne critiche di Khashoggi, il Washington Post, il New York Times, la BBC e i governi occidentali hanno cercato di proiettare il giovane sovrano come una rinfrescante ripartenza dall’immagine “vecchia, conservatrice” della monarchia saudita.
Il principe ereditario è stato abbracciato con entusiasmo dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, così come dal presidente della Francia Emmanuel Macron e dalla Theresa May, primo ministro del Regno Unito.
Bin Salman con Theresa May
I suoi decreti regi per porre fine a un divieto saudita alle donne che guidano auto nel regno fondamentalista wahhabita, e la sua apertura di sale cinematografiche erano state salutate come “grande esempio” di quanto il principe ereditario si stesse dedicando a “modernizzare” il paese.
Si sospetta che il vero fascino per del principe per Trump, per Macron, per il ministro britannico May e per il canadese Trudeau sia stata la enorme spesa del sovrano saudita per acquisti di nuovi contratti di armamenti diretti ad alimentare la sua guerra nello Yemen. Nessuno scrupolo si sono fatti i governi occidentali per l’utilizzo di quelle armi nel genocidio della popolazione yemenita portato avanti dal principe saudita e dalla sua aviazione (supportata da USA e GB).
Ciononostante, i critici più astuti consideravano le “riforme” come semplici segnali di pubbliche relazioni. Mentre venivano attuati piccoli cambiamenti, il regime saudita stava intensificando la repressione contro la sua minoranza sciita nella provincia orientale saudita, oltre a continuare il massacro e il blocco genocida dello Yemen. Il regime stava anche continuando ad arrestare donne e altri attivisti per i diritti umani. Alcune di quelle donne arrestate, come Israa al Ghamgham, sono ora in attesa di esecuzione per decapitazione.
Al suo attivo, Khashoggi stava “alzando la voce”, come diceva lui, per coloro che non hanno voce e vengono scaricati in prigioni e centri di tortura in Arabia Saudita.
Trump con principe saudita
In tal modo, il giornalista 59enne sapeva di mettersi a rischio. Si dice che abbia rifiutato di tornare in Arabia Saudita nonostante le suppliche della Casa saudita e le “garanzie” della sua sicurezza.
Ciò spiegherebbe perché Khashoggi andò al consolato saudita a Istanbul per ottenere i documenti di divorzio necessari per il suo nuovo matrimonio programmato. Andò al consolato il 28 settembre e gli fu detto di tornare nei locali il 2 ottobre per ritirare i documenti.
Sembra che abbia concesso ai governanti sauditi il ​​tempo sufficiente per preparare la trappola mortale. Secondo quanto riferito, un gruppo di morte di 15 membri dei servizi è stato organizzato per intercettare Khashoggi il 2 ottobre.
È un segno triste dei tempi in cui viviamo, tempi in cui i giornalisti di alto profilo non sono nemmeno al sicuro quando visitano gli edifici dei consolati. È anche un segnale fosco di quanto sia forte il disprezzo per il diritto internazionale da parte degli attuali sovrani sauditi (e dai loro protettori occidentali).
Il principe ereditario Mohammed Bin Salman, senza dubbio, sente di avere una certa immunità per fare qualsiasi cosa desideri dal suo despotico desiderio a causa della pudica indulgenza dei leader occidentali come i presidenti Trump e Macron. Quel senso di immunità e impunità è stato favorito anche dai mezzi di informazione occidentali, che hanno chiuso gli occhi sui crimini sauditi, presentando l’assurda illusione di un “principe azzurro” riformatore, occultandone i crimini.
Bene, ora gli stessi prostituiti media occidentali sono in stato di shock perché uno dei loro stessi collaboratori, Jamal Khashoggi, sembra essere stato brutalmente assassinato per ordine della “riformatrice” Casa dei Saud.
È un risveglio maleducato. I media occidentali che mentono sull’Arabia Saudita non solo sono stati distrutti. Quelle menzogne ​​li rendono complici nell’ultimo crimine saudita, in quanto sono stati anche complici di tanti altri prima, a causa del modo in cui i media occidentali hanno incoraggiato il dispotico regime saudita ad agire in qualsiasi modo spregevole in cui esso ha voluto.
Traduzione: Luciano Lago
https://www.controinformazione.info/il-macabro-assassinio-del-giornalista-saudita-rompe-la-maschera-del-principe-riformatore-della-monarchia-saudita/#

Come si uccide il Made in Italy – Da luglio ad agosto solo a Palermo sono sbarcate 1500 tonnellate di una porcheria tunisina che poi qualcuno ci venderà come “olio d’oliva”… La denuncia dei Cinquestelle, perchè tutti gli altri, MUTI…!

Made in Italy

Da luglio ad agosto solo a Palermo mille e 500 tonnellate di olio d’oliva tunisino!
Lo racconta il parlamentare europeo del Movimento 5 Stelle, Ignazio Corrao, che sta facendo quello che il presidente della Regione, Nello Musumeci, e l’assessore all’Agricoltura, Edy Bandiera, si rifiutano di fare: informare i cittadini sull’olio d’oliva tunisino che sta letteralmente invadendo la Sicilia. Mille e 500 tonnellate di olio d’oliva tunisino sono arrivate solo a Palermo. E negli altri porti della Sicilia? In calce un VIDEO SULL’OLIO D’OLIVA TUNISINO che vi consigliamo vivamente  
“Controlleremo tutte le derrate alimentari che arrivano in Sicilia” (Nello Musumeci, presidente della Regione). “Stiamo istituendo una task force per controllare i prodotti agricoli che arrivano in Sicilia” (Edy Bandiera, assessore all’Agricoltura). Due uomini politici ‘di parola’, Musumeci e Bandiera, se è vero che, fino ad ora, non hanno controllato una mazza! Quello che non sta facendo un Governo regionale imbelle lo sta facendo, invece, l’euro parlamentare Ignazio Corrao che, con un accesso agli atti alle Dogane ha scoperto che, nel solo porto di Palermo, sono arrivati, tra luglio e agosto, mille e 500 tonnellate di olio d’oliva tunisino!
Già erano state ‘sgamate’ 800 tonnellate di olio d’oliva tunisino arrivate nel porto di Palermo e trasferite a Sciacca, che a quanto pare è la ‘mecca’ di questo prodotto. Corrao – un europarlamentare molto attivo in agricoltura – è andato oltre e ne ha ‘sgamati’ altre 700 tonnellate.
Con un comunicato racconta ai siciliani quello che Musumeci, Bandiera, il Corpo Forestale e via continuando con le ‘autorità’ siciliane non dicono:
“L’importazione massiccia d’olio d’oliva proveniente dalla Tunisia – sottolinea Corrao – nei porti siciliani, con quello di Palermo in testa, potrebbe configurarsi come pratica commerciale sleale per la filiera agroalimentare. Ho segnalato i casi alla Commissione Europea anche per far luce sul ruolo della Dogana in Sicilia”.
L’euro parlamentare del Movimento 5 Stelle ha presentato una nuova interrogazione alla Commissione Europea sul caso olio, a dazio zero in arrivo nei porti siciliani (nuova perché di interrogazioni, in materia agricola, ne ha presentate tante).
“Solo negli ultimi due mesi – dice Corrao – dal 1 luglio al 30 agosto e solo nel porto di Palermo, sono arrivati in Sicilia più di 1.500 tonnellate di olio d’oliva tunisino a dazio zero. Una quantità spaventosa di olio d’oliva iniettata in Sicilia alle porte della campagna olivicola siciliana che rischia di distruggere definitivamente il comparto, nel silenzio generale. Non comprendo peraltro come possa essere entrato a dazio zero, se il contingente consentito per questa agevolazione fiscale era stata già esaurita mesi fa”.
Corrao ha presentato una richiesta di accesso agli atti presso la Dogana insieme con parlamentari dell’Ars, sempre del Movimento 5 Stelle, Valentina Palmeri e Luigi Sunseri.
“E non è finita – insiste Corrao – abbiamo lanciato un nuovo accesso agli atti per quantificare l’olio arrivato in Sicilia negli ultimi anni. Inoltre abbiamo interrogato la Commissione UE sull’illegittimità dell’esenzione dal dazio, ma soprattutto sulla responsabilità circa la trasparenza e la tracciabilità che consenta ai cittadini di conoscere e monitorare le importazioni dei prodotti in Sicilia. Perché in tutto ciò i cittadini non hanno neanche il diritto di conoscere chi importa e quanto importa e da dove, perché tutto è coperto da uno scandaloso segreto doganale. Ecco, su questo abbiamo incominciato a lavorare con il deputato Antonio Lombardo in Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati, affinché la destinazione dei prodotti stranieri sia nota e trasparente”.
“E’ ormai chiaro che in Sicilia – continua l’europarlamentare nativo di Alcamo – la massiccia importazione di olio d’oliva tunisino a dazio zero sia ormai insostenibile per i nostri produttori, che si trovano a dover concorrere con un prezzo fortemente inferiore (3-4 euro al chilogrammo). Il che comporta un pesante effetto depressivo sul mercato alle porte della nuova campagna olearia, dovuto al fatto che l’olio tunisino e quello siciliano sono perfettamente alternativi, come dimostra un recente studio dell’Osservatorio Tunisino dell’Economia (giugno 2018)”.
“Secondo tale studio – prosegue l’eurodeputato grillino – l’importazione di olio d’oliva dalla Tunisia in UE è strettamente e unicamente correlato alla quantità prodotta in Italia e alla sua volatilità, confermando statisticamente che il maggiore impatto è proprio sul comparto del Sud Italia. Per questo abbiamo chiesto alla Commissione anche di esprimersi sull’ipotesi che tale pressione competitiva possa configurarsi come pratica commerciale sleale tra imprese nella filiera alimentare e quindi sul blocco delle importazioni in particolari periodi così come prevederebbero le clausole di salvaguardia”.
Per la cronaca, quest’anno l’annata olivicola è pessima, con un calo della produzione che supera il 50%. Ciò significa che, in Sicilia, chi venderà l’olio d’oliva extra vergine ad un presso inferiore a 8 euro o ha deciso di perdere soldi oppure…
“Anche questo argomento – conclude il comunicato – sarà tema degli incontri previsti questo fine settimana in Sicilia in occasione del tour #SiciliaIn390tappe che sta vedendo impegnato l’europarlamentare Corrao in tanti Comuni siciliani per incontri con cittadini, simpatizzanti e amministrazioni”.
A questo punto alcune domande.
Quanto olio d’oliva è arrivato negli altri porti della Sicilia?
E’ vero che la Sicilia è il crocevia da dove partono i carichi di olio d’oliva tunisino verso le Regioni italiane del Centro Nord Italia?
In Puglia è arrivato olio d’oliva tunisino? La regione Puglia sta facendo qualcosa o sta facendo quello che sta facendo la Regione siciliana, cioè nulla?
P.s.
Solito consiglio ai nostri lettori del Sud Italia: non acquistate olio d’oliva extra vergine nei supermercati. Non ci vuole molto a capire che prodotto ci sarà nelle bottiglie, soprattutto in quelle che costano 5 euro, 4 euro, 3 euro…
Acquistate l’olio d’oliva dagli agricoltori e dai frantoi di fiducia, anche se costa un po’ di più. Non risparmiare sull’olio extra vergine di oliva, ne va della vostra salute!
Fonte: http://www.inuovivespri.it/2018/10/05/da-luglio-ad-agosto-solo-a-palermo-mille-e-500-tonnellate-di-olio-doliva-tunisino/#_
https://zapping2017.myblog.it/2018/10/07/made-in-italy/

I francesi sempre con la puzza sotto il naso, soprattutto quando guardano al Made in Italy. Ma leggete un po’ cosa ci propinano queste carogne – Un rosso da brividi: additivi, pesticidi e solfiti nel Bordeaux francese

francesi


Un rosso da brividi: additivi, pesticidi e solfiti nel Bordeaux francese

Non solo prosecco, come raccontato da un’inchiesta del Salvagente lo scorso giugno, anche gli altri vini contengono diversi residui di additivi e pesticidi non dichiarati in etichetta. A confermarlo con analisi di laboratorio il giornale francese Franceinfo, che ha mandato in laboratorio dieci bottiglie di vino, scegliendo la stessa area geografica – sono tutti prodotti entro 50 km Bordeaux – e anche l’anno di produzione, 2016. Nel paniere, bianco, rosso, vino convenzionale, biologico e “vino naturale”, un approccio informale che mira a fare a meno di pesticidi e additivi sintetici. I prezzi: tra 4 e 17 euro a bottiglia.

I pesticidi, anche 15 nella stessa bottiglia

Secondo le analisi, molte tracce di prodotti fitosanitari sono rilevabili: e il cocktail può raggiungere 15 diverse molecole nella stessa bottiglia. Tra questi, ci sono sostanze classificate come CMR. Agenti chimici che hanno, a medio o lungo termine, “effetti cancerogeni, mutageni o tossici per la riproduzione”, secondo l’Istituto nazionale di ricerca e sicurezza (Inrs). Questi includono carbendazim, una sostanza che è stata bandita negli ultimi dieci anni, ma che si trova in tracce in quattro delle bottiglie. È correlata all’uso di tiofanato-metile, un fungicida abbastanza comune in viticoltura. Un’altra molecola, l’ftalimmide, è anche “probabile causa di cancro”, secondo l’INRS. Si trova in metà delle bottiglie analizzate, come marker per l’uso di un pesticida, il folpet, che il Salvagente ha trovato in tutti e 12 i campioni di prosecco analizzati, e che il presidente del consorzio ha promesso di vietare nelle produzioni del prosecco Doc.

Attenzione all’effetto cocktail


Il numero del Salvagente con l’inchiesta su prosecco e pesticidi è acquistabile qui

Altri due pesticidi, recentemente banditi in Francia, si trovano anche nel vino francese analizzato: Quattro bottiglie contengono iprodione, un fungicida CMR e lo stesso numero, thiamethoxam, un insetticida neurotossico letale per le api. Queste due molecole, ora ritirate dal mercato, erano ancora autorizzate al momento della produzione delle bottiglie di prova, nel 2016. Queste molecole potenzialmente pericolose sono presenti in una quantità molto piccola, o anche in tracce. Dei 10 vini analizzati, per la maggior parte dei composti rilevati, le concentrazioni riscontrate non rappresentano più dall’1% al 2% dei livelli generalmente ammessi su frutta e verdura. Tassi apparentemente molto bassi, che allertano ancora alcune associazioni. “Ci sono probabilmente i rischi di un effetto cocktail”, spiega Future Generations, che è preoccupato per l’impatto di queste molecole quando sono associate. “E non c’è solo il residuo di queste bottiglie, ma anche tutti gli altri che trovi in cereali, frutta”, dice l’ONG,” Alla fine della giornata, è un mix piuttosto inquietante”.

I solfiti

Tutte le nostre bottiglie contengono anidride solforosa, a volte in grandi quantità. Questo composto, meglio conosciuto come solfiti, aiuta a prevenire l’ossidazione dei vini e lo sviluppo dei batteri. La sua presenza è indicata sull’etichetta, oltre una certa soglia. Nel vino, raggiungiamo dosi di solfiti potenzialmente problematiche per i consumatori. Ma non vi è mai riferimento alla quantità contenuta. Sui dieci vini analizzati, le quantità di solfiti variano da 10 mg / L a 202 mg / L.

50 additivi

In totale, non meno di cinquanta prodotti sono consentiti nella viticoltura convenzionale. Tra questi ci sono i “sussidi di lavorazione”, utilizzati durante la lavorazione del prodotto, come colla di pesce o proteine del latte e uova. Ci sono anche additivi per la conservazione, come lo zolfo, per il gusto, come il legno di quercia, o per il colore, come il polivinilpolipirrolidone o il crospovidone. Un elenco esteso, che non è necessariamente sinonimo di nocività. “La colla di pesce, il bianco d’uovo, la caseina [proteine del latte] sono state usate da tutti sin dall’alba dei tempi, sono innocue, che è quello che fai in cucina per chiarire il brodo, dice il biofisico Christophe Lavelle di franceinfo. In termini di salute, si dovrebbe sempre essere cauti nei discorsi semplicistici. Ma al di là della questione della sicurezza, rimane quella dell’informazione: sul vino, come per gli altri alimenti, “chiediamo piena trasparenza sull’etichetta”, afferma Foodwatch, associazione per la protezione dei consumatori, contattato da franceinfo.

Etichetta, l’eccezione del vino

Per il momento, i vini e gli alcolici beneficiano di una deroga al regolamento dell’Unione europea sull’informazione dei consumatori sui prodotti alimentari. Tutti gli altri settori alimentari sono riusciti a rispettare gli standard dell’Unione Europea. Perché solo il settore enologico si trincera dietro “l’impossibilità” di scrivere tutto in etichetta?
   





tratto da: https://ilsalvagente.it/2018/10/08/un-rosso-da-brividi-additivi-pesticidi-e-solfiti-nel-bordeaux-francese/41584/
https://zapping2017.myblog.it/2018/10/08/francesi/

Magaldi: Draghi e Mattarella, il padrone e il maggiordomo


Come va letta, la visita di Draghi a Mattarella? «Be’, come dire: il padrone è venuto a visitare il maggiordomo». Indovinato: è Gioele Magaldi a esprimersi in questi termini, per commentare l’insolita “capatina” al Quirinale, da parte del presidente della Bce, proprio mentre l’establishment finanziario, politico e mediatico spara sul governo Conte, che si è permesso di alzare il deficit al 2,4% del Pil – nella previsione 2019 del Def – sperando di cominciare a finanziare reddito di cittadinanza, taglio delle tasse e pensioni più decorose. La novità è che, dall’8 ottobre, Magaldi “esterna” – sempre di lunedì, alle 12 – sul canale YouTube di “Border Nights”, dopo l’improvvisa chiusura di “Massoneria On Air” da parte di “Colors Radio”, che ha licenziato il conduttore, David Gramiccioli. «L’editore, che in tre anni mi aveva lasciato la massima libertà – spiega lo stesso Gramiccioli, durante il collegamento con Fabio Frabetti – mi ha contestato il crollo del fatturato pubblicitario, legato anche a strutture sanitarie». Facile che a turbare gli sponsor sia stata l’offensiva giornalistica di Gramiccioli, che contro l’obbligo vaccinale introdotto dalla legge Lorenzin ha anche scritto e interpretato il fortunatissimo spettacolo teatrale “Il decreto”.
Gramiccioli ha inoltre ospitato stabilmente Massimo Mazzucco, che smonta la versione ufficiale sull’11 Settembre. Ha dato spazio a Enrica Perucchietti, autrice di saggi su “fake news” e terrorismo “domestico” gestito da servizi segreti occidentali sotto Gioele Magaldifalsa bandiera. E “Colors Radio” ha fatto audience ogni lunedì con Magaldi, che non ha esitato a svelare la cifra massonica (occulta) di tanti uomini di potere. Gianfranco Carpeoro, ospite con Gramiccioli della prima puntata di “Gioele Magaldi Racconta”, cita i “Promessi sposi”: elegante, Gramiccioli, nel non infierire sulla proprietà di “Colors Radio” che l’ha lasciato a piedi senza preavviso, e senza alcun rispetto per i tantissimi, affezionati ascoltatori. Ma certo, dice Carpeoro, il comportamento dell’editore ricorda quello di Don Abbondio. “Il coraggio, uno non se lo può dare”, scrive Manzoni. Specie se magari, come in questo caso, ha incontrato i “bravi”, che gli hanno fatto il loro discorsetto: via Gramiccioli, o niente più contratti pubblicitari. Onore al conduttore, in ogni caso, «ottimo giornalista e uomo dalla schiena diritta», lo saluta Magaldi. Che promette: la storia non finisce qui, naturalmente. Tanto per cominciare, la voce di Magaldi il lunedì mattina trasloca su “Border Nights”, grazie al tandem Carpeoro-Frabetti. E comunque, il progetto “Massoneria On Air” «riprenderà vita presto, vedremo come e dove».
Anche perché il Movimento Roosevelt, di cui Magaldi è presidente, annuncia un impegno a tutto campo, anche sulla comunicazione. La missione è chiara: intanto, difendere il governo Conte e aiutarlo a fare di più e meglio. E’ vergognoso – dice Magaldi – che l’esecutivo gialloverde venga attaccato a reti unificate: per la prima volta, dopo l’orrenda stagione della Seconda Repubblica, un governo osa contestare la “teologia” del rigore, avanzando le prime proposte (ancora timide) per risollevare l’economia espandendo il deficit. «Le idee sono buone», riconosce lo stesso Carpeoro, nella speranza che poi «vengano effettivamente recepite nella finanziaria», vista la pericolosità dei super-poteri in azione, decisi a impedirlo con ogni mezzo. A fine novembre, annuncia Magaldi, lo stesso Movimento Roosevelt scenderà in campo – con un’assemblea generale a Roma – per presentare idee-forza da sottoporre poi al governo. In altre parole: siamo solo all’inizio della “primavera italiana”. Superati i primi scogli, poi i gialloverdi dovranno osare di più. E i circuiti massonici progressisti, di cui lo stesso Magaldi è David Gramiccioliportavoce, «si impegneranno a livello europeo per far sì che l’operato del governo italiano sia percepito in modo corretto», nonostante il fuoco d’interdizione cui è sottoposto ogni giorno dai grandi media, asserviti ai poteri oligarchici.
Bei tempi, quando l’informazione italiana era affidata a professionisti come Stefano Andreani, prematuramente scomparso, cui Magaldi dedica un commosso ricordo. Stranissimo giornalista, Andreani, cattolico militante ma formatosi alla scuola di “Radio Radicale”: un uomo onesto, capace sempre di impedire alle proprie idee di intorbidire la verità destinata ai lettori. Esattamente il contrario dell’attuale deriva del post-giornalismo italico (gridato, fazioso, omertoso e bugiardo) che “bombarda” ogni giorno Di Maio e Salvini, in ossequio a poteri che poi, magari, impongono il licenziamento di un reporter coraggioso come Gramiccioli. Poteri forti, si capisce, che – ai piani alti – hanno il volto di Mario Draghi, supermassone «ascrivibile alla peggiore contro-iniziazione, che non manca certo di spessore e capacità strategica». Non come Mattarella, che politicamente «è un “maggiordomo” paramassone, come Enrico Letta», sintetizza Magaldi. Letta e Mattarella? «Figure ancillari e servizievoli, con poca autonomia e spessore di pensiero». Draghi in visita al capo dello Stato? Ovvio: «Fu Draghi a proporre Mattarella a Renzi, per il Quirinale, e quindi oggi Mattarella “prende ordini” da Draghi, talvolta per mezzo di Ignazio Visco», il governatore di Bankitalia. Ecco dunque, chiosa Magaldi, a cosa è servito l’incontro fra Draghi è Mattarella: ha permesso «che il padrone il suo maggiordomo concertassero qualche azione comune contro le pur labili, flebili innovazioni che questo governo sta cercando di introdurre».
fonte http://www.libreidee.org/2018/10/magaldi-draghi-e-mattarella-il-padrone-e-il-maggiordomo/

domenica 7 ottobre 2018

Non è stato di diritto. E’ il “gioco del pollo” UE contro l’Italia

Vorrei  umilmente sapere, da cittadino qualunque, cosa significa questo titolo:
Su  Repubblica e sul Corriere sono apparsi titoli simili. E’ legittimo, è  legale,  regolare, che il banchiere centrale  influisca su un governo attraverso  un capo dello Stato  che ha dimostrati di essere a questo governo ostile?  E’ questo secondo lo “stato di diritto”?  In che modo si qualifica  –  in Costituzione –  questa pressione e  ingerenza assolutamente irrituale? 
In attesa di una risposta (che non verrà),  i lettori possono constatare cosa è diventata,  nell’eurozona, la mitica “indipendenza della Banca Centrale”:  nel fatto che  la suddetta BCE difende gelosamente la sua “indipendenza” dai governi, ma  per quanto sta a lei si ingerisce nei governi; insomma  i governi sono dipendenti dalla banca centrale, esssa ne rigetta l’autonomia nelle scelte politiche. E’ la dimostrazione  più plateale che la  UE viola lo stato di diritto.
L’altra  domanda è perché “Il Colle” abbia voluto far sparare in prima pagina tale titolo. E’ noto da tempo che Mattarella dipende continuamente dai “consigli” di Draghi:  lo si  è visto nella sua resistenza contro la nomina di Savona, lo scrivono anche i tre media complici:
“I due si consultano il più delle volte al telefono, ma con lo spread alle stelle e il governo sotto pressione hanno preferito vedersi a quattr’occhi” .
E’ consueto che i due si telefonino (ma è  costituzionale?) riservatamente; ma stavolta  nessuna riservatezza, Mattarella ha voluto informarne in prima pagina attraverso i giornali amici. Sapendo quale sia la dipendenza dei giornalisti  quirinalisti dagli umori personali dell’Inquilino, non è pensabile che  abbiano sparato la notizia in prima e con tanto rilievo, senza l’autorizzazione diretta dell’Inquilino.
L’avvertimento che mandano è, a leggere i giornali, una minaccia  già ripetuta: la BCE non difenderà  l’Italia, il debito pubblico italiano, “di fronte ad una  una possibile ondata di vendite”  dei nostri titoli di debito.  Ondata che si prevede “massiccia”  quando verrà il “ declassamento da parte delle agenzie di rating. L’Italia è ancora due «tacche» sopra il livello spazzatura […] . Ma il singolo downgrading delle due agenzie più grandi [ Moodys e Standard & Poors]  sarebbe, già da solo ,in grado di provocare danni incalcolabili, moltiplicando la sfiducia sui mercati. Per cui la prudenza del governo è d’obbligo”.
Ciò perché “ gli strumenti a disposizione di Draghi sono terminati: dal primo gennaio l’Italia sarà senza rete. In caso di difficoltà avrebbe come unico salvagente il ricorso al cosiddetto «Omt», lo strumento di sostegno finanziario che costringerebbe Roma ad un programma concordato con la Commissione europea e il Fondo salva-Stati. Di fatto il commissariamento del Paese”.
Il punto è che questa minaccia non ha nulla di nuovo. Sono mesi che gli Oettinger si fanno sfuggire “saranno i mercati  a insegnare agli italiani per chi votare”, mesi che sentiamo insulti  e propositi punitivi da Moscovici e minacce di “durezza” assoluta da Drunker. Mesi che i media seminano il terrore sulla nostra “Insolvenza”.
Che c’è di nuovo? Quale avvertimento di nuove e più efficaci punizioni annuncia la pubblica  coordinazione fra Draghi e Mattarella? E’ interessante constatare che i testi de Stampa e Repubblica di fatto ricalcano – copiano –  un articolo uscito sul New York Times.
“Complete Insanity’ of Italy Debt Plans May Lead to Huge Restructuring-Euro Officials
Un articolo strano già dalla non-firma (è firmato Reuters, l’agenzia), dove “altissimi esponenti UE” (anonimi) avvertono l’Italia che verrà sottoposta ad una immensa “ristrutturazione del debito”  da parte dell’Europa.

Strano  e apparentemente contraddittorio il ragionamento:  La UE, ci informano gli anonimi seniores   della UE (Moscovici , Druncker di sicuro), non aiuterà l’Italia con il fondo di salvataggio del Meccanismo europeo di stabilità (MES) della zona euro, istituito per concedere prestiti ai sovraniesclusi dai mercati  –   in cambio di riforme”.
Sì, il MES “, ha aiutato la Grecia  [sic!]  a rimettersi in piedi dopo tre salvataggi successivi per un totale di quasi 250 miliardi di euro” , ma  il MES non ha abbastanza fondi per  fare prestiti  all’Italia – e soprattutto, non  c’è la volontà politica: “i membri del Nord non vogliono affatto usare il MES per l’Italia”.
Qui, veramente, i “senior officials” della UE sembrano dar addirittura ragione a Claudio Borghi:  stanno dando  la prova che l’Italia non ha nessun aiuto da attendersi dalla UE e della BCE. Che non la proteggere dall’assalto speculativo dei mercati, che non la soccorre con i prestiti eccezionali.  Conferma che la BCE è solo inutile e dannosa per l’Italia. La  conclusione logica è: perché allora dovremmo accettare le condizioni punitive della UE? Visto che la BCE  dichiara di non voler funzionare da banca centrale per l’Italia, ma solo per la Francia, la Germania e i “nordici” , è come essere dipendenti dalla banca centrale cinese – che sicuramente ci tratterebbe con più cordialità.
Questa minaccia anonima non fa che spingere alla conclusione: l’Italia non ha altra  via di salvezza che uscire dall’euro; invece di lasciarsi “ristrutturare” il debito dalla BCE,  che ci manderà la Troika  per impoverirci come la Grecia mettendo le mani nei risparmi degli italiani, ci conviene fare default.  Smettere di pagare il debito impagabile.
Rovina? Terrore? Nessuno ci farà più credito? A parte il fatto che la Germania ha fatto  bancarotta sette volta nella storia recente e l’Italia mai – ha sempre pagato i suoi creditori,  l’Italia  è dotata di mezzi che  la Grecia non aveva, e  Francia o Spagna non hanno: un attivo primario del 2,8 per cento.
Spieghiamo per l’ennesima volta: “avanzo primario” significa   quello che resta in attivo dopo aver pagato gli interessi sul debito pubblico. Significa che se facciamo bancarotta e “nessuno ci farà più credito”, possiamo reggere senza bisogno di indebitarci con l’estero. Anzi, se facciamo default come la Germania ha già  fatto 7 volte, potremmo utilizzare a vantaggio dell’economia e dei lavori pubblici l’immensa cifra (85 miliardi) che oggi dedichiamo a pagare i nostri creditori. Inoltre gli italiani dispongono di quasi 4 mila miliardi di liquidità, più di quanto serve per “coprire” il debito acquistando BOT come  abbiamo sempre fatto prima.
I beni liquidi degli italiani, 3.793 miliardi di euro, bastano e avanzano per liberare il debito dai “mercati”.
Insomma, secondo ogni apparenza, con  le sue minacce la UE ci spinge a fare ciò che ci conviene. Come dice il  professor Alan Sked, docente emerito alla London School of  Economics:
La UE ha cominciato a fare il gioco del pollo con l’Italia sulle sue finanze”.
Cosa sia il goco del pollo, ricordiamolo da wikipedia: “L’esemplificazione classica è la sfida del film Gioventù bruciata con James Dean del 1955 in cui due ragazzi fanno una corsa automobilistica lanciando simultaneamente le auto verso un dirupo. Se uno sterza e l’altro continua per un tratto di strada maggiore, il primo farà la figura del coniglio, mentre il secondo guadagnerà il rispetto dei pari. Se entrambi continuano sulla strada, moriranno”.
Chi finirà nel dirupo? Il professor Sked: “..Ma l’Italia non è la Grecia. E’ un contributore netto alla UE [da cui riceve meno di quello che paga], ha un surplus corrente del 2,8%, e un  settore industriale più grosso di quello della Francia. I suoi leader possono vedere conveniente uscire dall’euro”.
Draghi indipendente da Moscovici – e viceversa.
Naturalmente la BCE può  reagire – come ha fatto Draghi alla Grecia – facendo mancare immediatamente i fondi dai Bancomat, con ciò seminando il panico fra la gente. Però ciò renderebbe assolutamente giustificata l’emissione di una moneta parallela  nazionale, insomma giustificherebbe il piano B di Savona. Irreversibilmente: che dopo alcune settimnana di tempesta, sarebbe tutto a vantaggio del nostro export, i mercat che tornerebbero a prestarci perché a quel punto saremmo perfettamente solvibili – beninteso con una banca centrale nazionale che faccia da calmiere agli interessi  richiesti dalla speculazione.
Insomma pare, dalla lettura accurata delle loro minacce anonime e firmate, che ‘preferiscano provocare la reazione dei “mercati”. Ovviamente le agenzie di rating abbassano il rating;  lo spread salta a 500; la BCE le altre banche “sono obbligate” a vendere  e svendere i titoli di debito italiani. Portando  le banche italiane al fallimento, e alla perita dei risparmi depositati – secondo loro.
Che sia questo il calcolo, lo ha rivelato senza volerlo Giovanni Maria Flick, il notorio ministro della  violazione del diritto nel governo Prodi, e allora capo del procuratore Cozzi di Genova,  che distaccò presso il suo ministero. Lo ha detto alla 7:
Popolo italiano, corri alle banche. Prenditi i risparmi e portateli via”.
Flick incita alla corsa agli sportelli. Lui può: Giudice costituzionale per grazia di Napolitano.
Insomma Flick invita a una  corsa agli sportelli gli italiani, un bank run che precipiterebbe l’insolvenza. Essendo lui quello che è e membro interno a certi ambienti “senior”, non c’è dubbio che sta riecheggiando il Progetto di lorsignori, quelli che vengono intervistati da “Reuters” sul New York Times.
Uno di questi anonimi esala: “
“The kind of confrontation they would get is way beyond what they could imagine,” a second senior official said…
Ossia letteralmente: “Il tipo di scontro che loro [gli italiani]  si beccheranno è  molto oltre quello che essi possono immaginare”.
L’unica reazione per ora è quella di Barra Caracciolo, il giurista sottosegretario ai rapporti UE, che nota da giurista all’anonimo alto funzionario intervista, in cui non è difficile immaginare Moscovici o un Drunker, o il suo segretario Selmayr:
Ma ha letto il trattato o pensa che lo “Stato di diritto” sia che l’autorità minaccia i suoi sudditi creando le regole secondo interpretazioni personali?”.
Una nostra che rischia di essere ingenua. Anche l’esortazione di Flick è contraria alla legge e  merita una segnalazione alla Consob: ma la Consob a chi obbedisce? Alla Giustizia..Ma quale? L’incontro  ostentatamente  pubblicizzato di Mattarella e Draghi è forse dentro lo stato di diritto? Sarebbe da porre il questi alla Corte Costituzionale, competente nelle cause che  riguardano la presidenza della rep. Ma quale Corte? Quella dove siede Giuliano Amato che ha subito dichiarato il governo appena insediato, praticamente, nazista? Dove ha seduto Flick? No, non esiste una sola istanza dove si possa invocare il diritto.
I nostri due vicepresidenti, e i loro elettori, stiano desti e svegli.   E’ il gioco del pollo  delle oligarchie, estralegale (in tedesco avrebbe un altro nome), senza limiti per terrorizzare gli elettorati.  Hanno armi che loro nemmeno immaginano.
Ricordiamo solo quetso, quando rischiano di saltare i nervi:

fonte https://www.maurizioblondet.it/ma-e-costituzionale-la-ue-gioco-del-pollo-contro-litalia/