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martedì 12 luglio 2016

C’è vita dopo la morte? Sì, lo dimostrano più di 1.000 geni


Uno studio dall'Università di Southampton che ha effettuato test per quattro anni su 2060 pazienti che hanno subito un arresto cardiaco afferma che c'è vita dopo la morte.
Ovviamente, sottolinea Giovanni D'Agata presidente dello “Sportello dei Diritti”, non in senso metafisico come intendono gli esperti, che sostengono che anche quando il cervello cessa di funzionare ed il corpo è clinicamente morto, la coscienza può continuare. Il 40% di coloro che sono sopravvissuti ad un arresto cardiaco evocano una sensazione strana di coscienza.

Il dottor Sam Parnia, che ha condotto lo studio ed è attualmente presso l'Università di New York, lo ha spiegato al Daily Mail: "i test effettuati sin qui suggeriscono che, nei primi minuti dopo la morte, la coscienza non è schiacciata. Non sappiamo se essa svanisce dopo, ma immediatamente dopo la morte, noi siamo ancora consapevoli.
Il cervello non si ferma quando il cuore cessa di battere".
Finora, è stato stimato che coloro che hanno segnalato esperienze di vita dopo la morte erano ritenute vittime "di allucinazioni".
Il 39% dei pazienti intervistati per lo studio si ricorda di essere consapevole di quello che gli è accaduto sino ad arrivare così a mantenere tutti i dettagli. Il 46% ha segnalato una sensazione di paura o persecuzione, il 9% ha sperimentato un'esperienza vicina alla morte e il 2% ha detto di essere pienamente consapevole e di ricordare, in qualche modo, di essere "uscito" dal proprio corpo.
Si ricordano con precisione cosa hanno visto e sentito dopo che il loro cuore si era fermato.
Il dottor Parnia ha così concluso: "la morte non è un momento specifico, ma un processo potenzialmente reversibile che si verifica dopo una grave malattia o un incidente ed il cuore, polmoni e cervello smettono di funzionare.
Molti tentativi sono stati fatti per invertire questo processo, chiamato 'arresto cardiaco'. Ma se non è possibile, noi lo chiamiamo morte".
Questo studio ha voluto indagare "obiettivamente" cosa succede dopo la morte. E senza essere in grado di dimostrare cosa sostengono i pazienti, ha rilevato ciò che è impossibile ripudiare.


La University of Washington che su BiorXiv hanno pubblicato lo studio intitolato “Accurate Predictions of Postmortem Interval Using Linear Regression Analyses of Gene Meter Expression Data” attraverso il quale ci spiegano come siano giunti alla loro conclusione.

Nobles e i suoi colleghi hanno cercato di identificare il momento esatto in cui sopraggiunge la morte di un essere vivente analizzandone l'espressione di centinaia di geni upregolati (aumento di una componente cellulare), nello specifico i soggetti presi in analisi sono stati alcuni esemplari di pesce zebra e di topi. Dai dati raccolti, i ricercatori sono riusciti ad identificare 1.063 geni che si riattivavano o attivavano in seguito alla morte degli animali, stiamo parlando di un arco temporale che varia da 24 ore fino quattro giorni dopo il decesso, come nel caso del pesce zebra.


I geni che “prendevano vita” erano quelli coinvolti in alcuni compiti specifici per il corpo, come stimolare l'infiammazione, attivare il sistema immunitario o contrastare lo stress. Ma non solo. Ciò che ha lasciato a bocca aperta i ricercatori è stata l'attivazione di alcuni geni fondamentali per lo sviluppo e la formazione dell'embrione che, durante il corso della vita, restano latenti. Altri geni coinvolti sono stati quelli considerati “promotori” dello sviluppo del cancro. Proprio quest'ultimo aspetto potrebbe spiegare come mai le persone che ricevono il trapianto da una persona appena deceduta siano più a rischio tumori.


A cosa serve questo studio? Quanto scoperto permetterà a livello forense di identificare meglio l'esatto momento della morte e a livello scientifico di migliorare le procedure per i trapianti di organi. E, come dice lo stesso autore Noble, “questo studio dimostra che è possibile avere più informazioni sulla vita studiando la morte”.

Fonte : FanPage / Sportello dei Diritti

Marilina Lince Grassi




lunedì 11 luglio 2016

Tre stelle per un Pianeta



La conoscenza sempre più profonda dell'Universo ci sta abituando all'idea che le meraviglie del cosmo superano, spesso e volentieri, la più fervida immaginazione umana: e così, dopo aver scoperto che i pianeti come Tatooine non esistono soltanto nella realtà di Luke Skywalker, adesso scopriamo addirittura che possono esserci mondi che, a seconda della stagione, sperimentano tripli tramonti e triple albe in una giornata sola.

HD 131399Ab, il pianeta con tre Soli

Sì, perché il pianeta HD 131399Ab, recentemente individuato dagli astronomi della University of Arizona di Tucson, ha un'orbita allargata che conduce attorno ad un sistema stellare triplo. Collocato a circa 340 anni luce dalla Terra, in direzione della costellazione del Centauro, questo mondo straordinario ha circa 16 milioni di anni d'età, un fatto questo che ne fa uno dei più giovani esopianeti osservati direttamente. Con una temperatura di circa 580 gradi Celsius e una massa pari a circa quattro volte quella di Giove, HD 131399Ab rappresenta uno dei più freddi e uno dei meno massicci pianeti dei quali si sia ottenuta un'immagine diretta.

L'orbita del pianeta dura circa 550 anni terrestri e, per la sua metà, è accompagnata dalla vista di tre stelle in cielo, con le due più deboli sempre più vicine tra loro e con la loro apparente distanza dalla stella più brillante che muta durante l'anno, a causa del movimento.

In questo modo, HD 131399Ab mostra una varietà di paesaggi veramente ricca: per la gran parte dell'anno, le stelle appaiono vicine nel cielo, sorgono e tramontano assieme, offrendo alternanza tra giorno e notte. Lungo la sua orbita, però, il pianeta vedrà le stelle distanziarsi (apparentemente) sempre più le une dalle altre, fino a quando non si troverà in una situazione per cui il tramonto dell'una coincide con l'alba dell'altra: questo accade per circa un quarto dell'orbita e, quindi, per circa 140 anni terrestri.

Il sistema stellare HD 131399

Numerose osservazioni, nel tempo, sono state necessarie per determinare con precisione quale fosse la traiettoria del Pianeta tra le sue stelle madri. Tra simulazioni e osservazioni si è concluso che la stella più brillante HD 131399A, che è più massiccia del Sole di circa l'80%, ha due stelle meno massicce, B e C, che ruotano attorno, ad una distanza di circa 300 Unità Astronomiche (cioè, 300 volte la distanza media tra Terra e Sole). B e C, inoltre, ruotano l'una intorno all'altra ad una distanza pari a quella che separa il Sole da Saturno (ossia 10 Unità Astronomiche).


Il pianeta HD 131399Ab, quindi, orbita attorno alla stella A a circa 80 UA (ossia con un'orbita doppia a quella di Plutone), trovandosi quindi a un terzo della distanza che c'è tra A e le altre due stelle. Gli astronomi specificano che c'è una varietà di scenari orbitali possibili.


Ma un sistema del genere è stabile? Gli autori non si sbilanciano e spiegano saranno necessarie altre osservazioni, già pianificate, per rispondere a questo ed altri interrogativi relativi alla misura dell'orbita.


La scoperta è stata effettuata grazie a SPHERE (Spectro-Polarimetric High-Contrast Exoplanet Research Instrument) parte del Very Large Telescope dell'European Southern Observatory, situato nel deserto cileno di Atacama. I dettagli del lavoro sono stati pubblicati da Science.

Fonte Fanpage Scienza

Marilina Lince Grassi







domenica 10 luglio 2016

CNR: Dimostrato il legame tra sviluppo cerebrale e comportamenti antisociali



Il cervello degli adolescenti con gravi comportamenti antisociali è molto differente dal punto di vista anatomico rispetto a quello degli adolescenti che non mostrano tali comportamenti. A dimostrarlo, una nuova ricerca internazionale condotta in collaborazione da l’Università degli Studi di Roma ‘Tor Vergata’ e il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr). Nello studio ‘Mapping the structural organization of the brain in conduct disorder: replication of findings in two independent samples’ delle Università di Cambridge e Southampton, pubblicato sulla rivista internazionale Journal of Child Psychology and Psychiatry, gli scienziati italiani e inglesi hanno utilizzato metodiche di risonanza magnetica per visualizzare la struttura cerebrale di adolescenti maschi con diagnosi di disturbo della condotta sociale, un grave problema neuropsichiatrico caratterizzato da estrema aggressività, uso ripetuto di armi e droghe e comportamenti menzogneri e fraudolenti.

“Nello specifico, abbiamo studiato lo sviluppo coordinato di numerose regioni del cervello, prendendo in riferimento in particolare lo spessore della corteccia cerebrale”, dice Luca Passamonti dell’Istituto di bioimmagini e fisiologia molecolare del Cnr (Ibfm-Cnr), attualmente in forza all’Università di Cambridge. “L’idea alla base dello studio è che le regioni cerebrali che si sviluppano in modo simile abbiano spessori corticali di livello comparabile. Studi precedenti, nostri e di altri gruppi di ricerca, avevano già dimostrato che l’amigdala degli adolescenti con gravi disturbi della condotta sociale presenta anomalie rispetto a quella di soggetti di pari età che non dimostrano tali comportamenti. Tuttavia, ritenevamo troppo semplicistico ricondurre problematiche della condotta così complesse ad anomalie in una singola regione cerebrale, ancorché importante come l’amigdala, e infatti i nostri ultimi dati hanno chiaramente mostrato che il disturbo della condotta sociale coinvolge moltissime regioni del cervello che presentano cambiamenti anatomici di natura complessa e sfaccettata”.
Lo studio è stato promosso e finanziato dal Wellcome Trust e Medical Research Council nel Regno Unito. I ricercatori hanno reclutato 58 adolescenti maschi con disturbo della condotta sociale (33 partecipanti nella forma che emerge nella fanciullezza, 25 nella forma che compare durante la fase adolescenziale) e 25 individui non affetti da malattie neuropsichiatriche, di età compresa tra 16 e 21 anni. I ricercatori hanno trovato che le persone con il disturbo del primo tipo, rispetto ai soggetti di controllo, mostravano un elevato numero di correlazioni nella corteccia cerebrale che potrebbe dipendere da anomalie dello sviluppo, cioè da una ridotta perdita di spessore della corteccia che normalmente si osserva con gli anni. I giovani con disturbo che emerge durante l’adolescenza presentavano un minor numero di tali correlazioni e questo potrebbe riflettere uno specifico problema di sviluppo, ad esempio l’incapacità di selezionare le connessioni simpatiche più forti e durature.
I risultati ottenuti sono stati replicati e confermati in un altro campione di 37 individui con disturbo e 32 individui di controllo, tutti maschi di età tra 13 e 18 anni, reclutati all’Università di Southampton.

“Le differenze che abbiamo riscontrato dimostrano che gran parte del cervello è coinvolto in questa malattia neuropsichiatrica – commenta Graeme Fairchild del Dipartimento di psicologia dell’Università di Southampton -. Il disturbo della condotta sociale è un reale problema cerebrale e non, come alcuni ancora sostengono, semplicemente una forma di esagerata ribellione alle regole della società. I risultati dimostrano anche che ci sono differenze cerebrali molto significative tra gli individui che sviluppano tale disturbo nella fanciullezza o durante l’adolescenza”.
“Non c’è stato mai alcun dubbio che malattie come l’Alzheimer siano dipendenti da gravi disturbi del cervello soprattutto perché le metodiche di risonanza magnetica ci hanno sempre permesso di visualizzare tali danni, anche nei singoli pazienti”, aggiunge Nicola Toschi, docente in fisica applicata all’Università di Roma ‘Tor Vergata’. “Tuttavia, prima del nostro studio, non eravamo stati mai in grado di visualizzare in modo chiaro le diffuse anomalie anatomiche che sono presenti nel cervello degli adolescenti con il disturbo della condotta sociale”.
Rimane ancora da stabilire la combinazione di fattori genetici ed ambientali che possa portare alle anomalie cerebrali osservate. I ricercatori confidano che i risultati ottenuti possano portare allo sviluppo di marcatori oggettivi che consentano di monitorare in modo preciso l’andamento dei disturbi della condotta sociale e soprattutto l’efficacia dei trattamenti disponibili.

“Ora che siamo capaci di produrre una mappa delle anomalie nell’intero cervello degli adolescenti con disturbo della condotta sociale potremmo, in un futuro non troppo lontano, vedere se le terapie disponibili siano capaci di influenzare la maturazione del cervello e di ridurre tali comportamenti”, conclude Ian Goodyer del Dipartimento di psichiatria dell’Università di Cambridge.

Fonte : Le Scienze

Marilina Lince Grassi


venerdì 1 maggio 2015

60 anni fa oggi il primo vaccino antipolio


Jonas Edward Salk medico ed epidemiologo americano nato 28 ottobre 1914 a New York, . Medico all' Università di New York nel 1939 è stato nominato assistente professore di epidemiologia presso l'Università del Michigan. Nel 1947 diventa direttore del laboratorio di ricerca sui virus presso l'Università di Pittsburgh e poi professore di ricerca di batteriologia(1949-1954), professore e direttore del dipartimento di medicina preventiva (1956), e professore di medicina sperimentale (1957-1963 ). La sua ricerca in un vaccino contro l'influenza nel 1940 ha portato a lui e ai suoi colleghi per sviluppare un vaccino inattivato antipolio nel 1952. Dopo aver avuto successo in tutto il mondo nel 1954, il vaccino è stato distribuito negli Stati Uniti e ha contribuito a ridurre notevolmente l'incidenza di questa malattia. Verso la metà degli anni 1950, il virologo americano Albert Sabin ha sviluppato un vaccino orale vivo (live) che, insieme con la scoperta di Salk, è riuscito a controllare la malattia. Nel 1963, Salk divenne direttore del Salk Institute per la Ricerca Biologica a San Diego , California. Jonas Salk è morto in La Jolla , in California, il 23 giugno 1995.

Il 26 marzo 1953 Jonas Salk annuncia di avere scoperto il vaccino che sconfigge la poliomielite. In realtà, quello individuato da Salk non è il primo vaccino proposto: il primato spetta infatti al vaccino individuato dal virologo Hilary Koprowski, basato su un sierotipo di un virus vivo ma fragile, somministrato il 27 febbraio 1950 a un bambino di otto anni.

Il vaccino di Salk, invece, è formato da un virus inattivato e viene sviluppato all'Università di Pittsburgh nel 1952: esso si basa su un poliovirus inattivato chimicamente con formalina e coltivato in una coltura tissutale di rene di scimmia. Dopo due somministrazioni tramite iniezione, permette di sviluppare anticorpi protettivi in circa il 90% degli individui vaccinati; dopo tre dosi, invece, l'immunità rispetto a tutti e tre i sierotipi di poliovirus si registra nel 99% dei casi.

La poliomielite, fino al 1955 (anno in cui il vaccino di Salk verrà ufficialmente introdotto), rappresenta il problema di salute più grave nel dopoguerra negli Stati Uniti. I primi casi della malattia sono segnalati negli anni Trenta dell'Ottocento: da allora, la sua diffusione aumenta sempre più. Nel tempo, ci si rende conto che la trasmissione del virus avviene tramite le secrezioni della gola e del naso, oltre che attraverso le feci. Il virus si stabilisce inizialmente nell'intestino, per poi spostarsi al cervello e al midollo spinale: è per questo motivo che causa paralisi o problemi motori.

Tra il 1914 e il 1919 infermieri e medici statunitensi svolgono ispezioni nelle abitazioni per individuare i soggetti infetti: mentre i bambini malati vengono condotti in ospedale, i familiari sono sottoposti a quarantena. Nel 1916 la malattia compare in venti Stati, colpendo più di 27mila persone (oltre 9mila casi solo a New York). E' però solo nel 1921 che la poliomielite ottiene l'attenzione della popolazione, quando a esserne colpito è Frankin Delano Rooswelt, uomo politico destinato a diventare governatore di New York: a nemmeno quarant'anni, egli rimane gravemente paralizzato e costretto alla sedia a rotelle.

La ricerca contro la poliomielite entra nel vivo nel 1938, anno di nascita della National Foundation for Infantile Paralysis, a capo della quale c'è Basil O'Connor, ex consulente di Roosevelt. Nel 1952 si registra un'epidemia molto grave, che coinvolge circa 58mila persone: di queste, 3145 muoiono e 21269 rimangono invalide o paralizzate. La patologia, insomma, diventa preoccupante, anche perché colpisce specialmente i bambini. Nel 1947 Jonas aveva accettato di lavorare alla Scuola di Medicina dell'ateneo di Pittsburgh; poco dopo aveva iniziato un progetto che si avvaleva dei finanziamenti della National Foundation for Infantile Paralysis per stabilire quanti fossero con esattezza i differenti tipi di virus della polio. Così facendo, aveva potuto anche lavorare sullo sviluppo di un vaccino, e per questo motivo si era dedicato al progetto in modo totale insieme a un team di ricerca scelto da lui stesso.

Salk, studioso della polio già da tempo, si era appassionato ancora di più a questa causa, nel momento in cui aveva scoperto che anche sua sorella aveva contratto la malattia. I test del vaccino coinvolgono 64mila impiegati scolastici, 20mila tra ufficiali di salute pubblica e medici e anche 220mila volontari; all'esperimento prendono parte un milione e 800mila bambini. Il 26 marzo 1953 arriva, infine, l'annuncio di Salk, confermato due anni più tardi, il 12 aprile 1955, dal revisore dei risultati del test, il dottor Thomas Francis Junior, il quale assicura ufficialmente che il vaccino è efficace.

A dieci anni dalla morte di Roosevelt, nell'università del Michigan il dottor Francis spiega che il vaccino si è rivelato efficace in almeno 80% di casi in undici Stati diversi. Salk riceve immediatamente gli onori dalla politica e la Casa Bianca organizza una cerimonia per conferirgli una medaglia presidenziale per indicarlo come benefattore dell'umanità. A suo nome verranno istituite otto borse di studio destinate a studenti di medicina; Jonas si vede assegnare inoltre, la prima medaglia del Congresso degli Usa come Distinguished Civilian Service, oltre che una Presidential Citation. Nel 1960 lo scienziato fonderà a La Jolla, in California, il Salk Institute for Biological Studies, centro di ricerca medica e scientifica tuttora attivo.


Il primo vaccino è stato reso disponibile al pubblico 60 anni fa oggi. Grazie, dottor Salk.

Marilina Fenice Grassi

già da me pubblicato su http://marilinalince.blogspot.it/2015/04/60-anni-fa-oggi-il-primo-
vaccino.html




lunedì 27 aprile 2015

L'OCCHIO APERTO SULL'UNIVERSO

Hubble compie 25 anni: per festeggiare l'anniversario, il capostipite dei telescopi spaziali ha fotografato un ammasso di giovanissime stelle che somiglia a uno spettacolo pirotecnico.

Realizzato da Nasa e Agenzia Spaziale Europea (Esa), il telescopio è stato lanciato il 24 aprile 1990 e portato in orbita dallo shuttle Discovery.

Da allora Hubble ha superato tutte le aspettative e da un quarto di secolo fornisce scoperte e immagini mozzafiato: ha rivelato l'esistenza di un'invisibile energia oscura, fotografato mondi alieni, 'supernovae' e buchi neri, rivoluzionando le conoscenze dell'Universo.

Il telescopio ha completato più di 130.000 orbite intorno alla Terra, immortalato più di un milione di oggetti, da nubi di polveri a galassie lontane. Più di 12.800 ricerche sono state condotte usando i dati di Hubble che sono stati citati più di 550.000 volte, rendendo il telescopio uno degli strumenti scientifici più produttivi mai costruiti.

I segreti del successo di Hubble, secondo gli esperti, sono la sua longevità, i dati accessibili a tutti, l'attenzione ai bisogni della comunità. Caratteristiche che hanno trasformato quello che sembrava inizialmente essere un gigantesco fallimento in un trionfo scientifico. A poche settimane dal lancio, infatti, le prime foto hanno mostrato che lo specchio primario aveva dei difetti, che sono stati corretti poi dagli astronauti direttamente in orbita.

L'immagine che Hubble ha scattato in occasione delle sue 25 candeline ritrae un gigantesco ammasso di 3.000 stelle scintillanti chiamato Westerlund 2, che ha il diametro di circa 13 anni luce. Le stelle hanno due milioni di anni e sono tra le più calde, brillanti e massicce della nostra galassia. L'ammasso si trova nella incubatrice di stelle Gum 29, a circa 20.000 anni luce di distanza dalla Terra, nella costellazione della Carena




I NUMERI DI DIO . INTERVISTA AD ENRICO BOMBIERI

Ho trovato un bell'articolo che ho deciso di condividere nelle sue parti essenziali. Si tratta di un'intervista ad Enrico Bombieri l'unico  matematico italiano, ad aver vinto la medaglia Fields, nel  1974. Durante questa intervista gli viene chiesto anzitutto da dove nasce la sua passione per la matematica.
E lui risponde così : “Non so, fino alla terza elementare avevo difficoltà con i numeri. La mia bravissima insegnante della seconda elementare scrisse in un rapporto trimestrale a mia mamma: ‘Ottimo in condotta, ma scarso in aritmetica’. La scoperta, a casa, di un volumetto dell’ingegnere Italo Ghersi, intitolato ‘Matematica dilettevole e curiosa’, del 1913, oggi giunto alla quinta edizione, contribuì a svegliare il mio interesse alla matematica. Per me fu la scoperta di un mondo interamente nuovo, bellissimo, ben più ampio del noioso far di conto”. Che cos’è la matematica? Un’ invenzione umana, una scoperta, o entrambe? Pitagora, Platone, san Bonaventura (per il quale “il numero è il modello principale nella mente del Creatore e il principale vestigio che, nelle cose, conduce alla Sapienza”) hanno ancora qualcosa da dire, a riguardo. “Per me la matematica è un modello della verità – spiega Bombieri – sia pure un modello assai ristretto da chiare regole di consistenza, che ci dice che una Verità assoluta (con la V maiuscola) deve esistere anche se non possiamo comprenderla. La matematica moderna, assai più evoluta oggi rispetto a quella di san Bonaventura, dopo i lavori di Tarski sulla natura della verità matematica e della sua consistenza logica, ci dice anche che la verità matematica non è assoluta e la nozione di verità si applica solamente ad una parte del mondo logico-matematico. Tuttavia, la matematica non è un’ opinione e la ricerca della verità matematica non è soltanto un inutile gioco logico. Le idee di Platone, con varie modifiche, e la logica matematica hanno oggi un ruolo importante nella filosofia moderna”.

Alfred Russell Wallace, co-scopritore con Charles Darwin della selezione naturale, sosteneva che la matematica, insieme alla musica e il senso morale, è una facoltà tipicamente e solamente umana, non spiegabile alla luce di un’ipotesi utilitaristica. “Al giorno d’oggi, la selezione naturale è ampiamente confermata da serissimi dati scientifici. Semplici modelli matematici astratti di selezione naturale, basati su: fabbisogno di energia per sopravvivere, uso di risorse disponibili, necessità della riproduzione della specie (che però avviene ogni volta con piccole differenze e raramente con grandi differenze), indicano che la selezione naturale ha un’enorme importanza e determina l’evoluzione della specie, sia in senso positivo che negativo. Questo non significa che l’evoluzione naturale spieghi tutto, il sostenerlo è quello che io chiamo ‘il calza-scarpe mentale’, cioè forzare tutto quanto nella ben ristretta teoria personale di uno scienziato o di un filosofo. Oggi, ritengo che Wallace rivedrebbe le sue vedute sulla musica e sul senso morale. La musica dei delfini e delle balene apparentemente non sembra essere solo un linguaggio per indicare ad esempio la posizione relativa del gruppo, la presenza di cibo, o di pericolo; a volte potrebbe essere l’equivalente di un canto che esprime uno stato d’animo come soddisfazione, amore. E il senso morale? La mia cagnetta Zeta, una volta che mia moglie ed io eravamo andati al cinema avendo lasciato una bistecca sul tavolo di cucina per scongelarla e cucinarla al nostro ritorno, riuscì destramente ad agguantarla e se la mangiò tutta quanta. Al ritorno a casa, Zeta era sparita! Si era nascosta sotto il letto, non per la paura di punizioni, che non aveva mai avuto in vita sua, ma per la vergogna. Uscì dal suo nascondiglio con la coda fra le gambe e a testa bassa, certamente chiedendo scusa! Più complicato è il sacrificio che un individuo fa per motivi morali, chiaramente al di sopra di una funzione utilitaristica. E la matematica? O le arti in genere? Van Gogh faceva la sua arte perché sentiva di doverla fare a quel modo, anche se non riuscì mai a vendere un quadro. Questo tipo di comportamento è eccezionale, ma ne esistono altri esempi. Un buon matematico, anche se non è al livello di Van Gogh, fa la matematica perché vuole sapere come è fatto il mondo matematico e non per ottenere gloria e fama”.




Non pochi grandi matematici si sono cimentati in opere molto ardue: Cartesio, Leibnitz, Godel hanno scritto “dimostrazioni”, a loro dire, dell’esistenza di Dio, mentre altri, come Ruffini, hanno provato a dare dimostrazioni logiche dell’esistenza dell’anima immateriale. In generale, se pensiamo ad altri matematici molto religiosi, come Pascal, Eulero o Cauchy, pare che i matematici abbiano una particolare propensione per la metafisica. “Cercare di giustificare l’esistenza di Dio con la matematica mi rammenta la storia che si racconta di sant’Agostino – dice Bombieri – ancor che passeggiando in riva al mare meditando sul mistero della Trinità vide un fanciullo con un piccolo cucchiaio con il quale raccoglieva l’acqua del mare e la versava con cura nel suo secchiello. Sant’Agostino chiese: ‘Bimbo, cosa stai facendo?’ e il fanciullo rispose: ‘Sto contando quanta acqua c’è nel mare’. ‘Ma questo e impossibile!’, replicò sant’Agostino. E il fanciullo: ‘Comprendere il mistero della Trinità è più difficile’. La matematica, che è la scienza della verità logica, certamente ci aiuta a comprendere le cose ed è naturale per un matematico che crede in Dio, qualunque sia la sua denominazione, di riconciliare il concetto dell’esistenza di Dio con la sia pure limitata verità che proviene dalla matematica. Per me, è sufficiente il Metastasio, quando dice: ‘Ovunque il guardo giro, immenso Dio ti vedo’. Guardare l’universo, nel nostro piccolo, nel grande al limite dell’incomprensibile, e anche nell’astratto della matematica, mi basta per giustificare Dio”.

Secondo Gauss, il principe dei matematici, “il mondo sarebbe un non-senso, l’intera creazione una assurdità, senza immortalità dell’anima e senza Dio. “Il Dio che viene dal pensiero di Gauss, così come il riferimento ‘il cielo stellato sopra di me’ di Kant, che pur non essendo un riferimento a Dio rappresenta un pensiero di umiltà, presi da soli e non in un contesto più grande, ci danno solo un Dio astratto. Il problema dell’origine dell’universo, che chiaramente è di natura dinamica e non statica, appare in ogni cultura fin dalle origini dell’umanità. Il Big Bang dell’astrofisica moderna non solo ci fa pensare alla creazione biblica, ci dice anche che il tempo è stato creato insieme all’universo, un concetto che risale alla metafisica di sant’Agostino. La matematica è essenziale per dare consistenza a tutto questo, ma da sola non basta per dire che questa visione dell’origine dell’universo stellato di Kant sia esatta al 100 per cento. Il Dio dell’amore non c’è”.

Bombieri è stato discepolo, tra gli altri, del grande matematico italiano Ennio De Giorgi il quale sosteneva: “All’inizio e alla fine abbiamo il mistero. Potremmo dire che abbiamo il disegno di Dio. A questo mistero la matematica si avvicina, senza penetrarlo”. Un altro matematico italiano, Antonio Ambrosetti, ricorda che il De Giorgi amava molto leggere le Sacre Scritture ed era pieno di carità per gli umili e i sofferenti. Un interessamento concreto, non teorico, che si esplicava in aiuti, anche economici: “Alcuni poveri che De Giorgi cercava di aiutare con assiduità, avevano imparato i suoi orari e si facevano trovare quando arrivava in piazza dei Cavalieri ai piedi della scalinata che porta all’ ingresso della Scuola Normale. Lui aveva sempre qualcosa da dare loro, senza farlo mai pesare, senza avere mai un gesto di insofferenza o, ancora meno, di fastidio. E io rimanevo colpito da questi slanci di generosità e mi sembrava che davvero la bontà di Dio si manifestasse in lui in modo sublime”. E’ dunque vero quello che diceva Pascal, secondo cui Dio non è solo l’autore delle verità geometriche, ma anche un Dio di amore e di consolazione, “un Dio che fa internamente sentire a ognuno la propria miseria e la Sua misericordia infinita, che si unisce con l’intimo della loro anima, che la inonda di umiltà, di gioia, di confidenza, di amore”? A questa domanda Bombieri risponde che “Pascal e De Giorgi avevano compreso che Dio non è solo un Dio platonico, astratto, geometrico, aritmetico, o semplicemente creatore di un universo lasciato a se stesso. Essi avevano la visione di un Dio che è più difficile da comprendere, un Dio che è fatto non solo di potenza ma anche di amore infinito. Solamente così diventa possibile, con umiltà, accettare il concetto cristiano della Redenzione”. Bombieri ama molto Dante e ne cita spesso i versi. “Dante è un grandissimo poeta – spiega – la sua poesia viene da un’eccezionale comprensione del linguaggio e della musicalità della parola, con una spontaneità quasi unica. Lo spiega Dante stesso, nella ‘Vita Nova’: ‘Allora dico che la mia lingua parlò quasi come per se stessa mossa, e disse: ‘Donne, che avete intelletto d’amore’’. Questa lingua da se stessa mossa la ritroviamo nella Commedia, quando la fiamma di Ulisse, “come fosse la lingua che parlasse”, racconta a Dante il suo ultimo viaggio. La profondità del pensiero di Dante si rivela quando Ulisse dice: “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza’. Dante è un profondo conoscitore dell’animo umano e ci presenta come il mondo della natura, il mondo delle forze che guidano la vita umana, e il mondo trascendente che appartiene a Dio, sono intrecciati tra loro”.



Cosa risponde, un matematico, alla domanda sul senso del dolore e del male? “Suppongo che la matematica possa servire a misurare l’intensità del dolore fisico o le conseguenze negative del male, e anche quelle positive del bene. Dottori ed economisti adesso usano modelli matematici per quantificare gli effetti positivi o negativi di farmaci o di misure economiche. Tuttavia questa è una risposta di tipo utilitario che considera il dolore, il male, e anche il bene, solo come una reazione del corpo fisico, o come una cosa misurabile. Da un punto di vista filosofico il male e il dolore sono un negativo del bene, ma resta difficile per me considerare una scala assoluta matematica che pone un ordinamento a tutto questo. Il detto: ‘Mors tua, vita mea’ è valido oggi come era valido al tempo dei romani. L’ordinamento è relativo. Possiamo trovare il bene anche nella povertà, così come una persona con gravissimi handicap, che dal punto di vista economico potrebbe sembrare solo un peso per la società, può avere invece un effetto benefico per tutti attraverso il lavoro dei medici e assistenti sociali, anche favorendo nuove scoperte e il ritrovamento di nuovi metodi di trattare i pazienti. E’ la ricchezza un male? Dipende dall’uso che se ne fa; l’accumulare la ricchezza al solo scopo di accumulare ricchezza è, a mio parere, un male. Male e bene sono pieni di contraddizioni e Dante riesce a risolvere queste contraddizioni portandole ad un livello metafisico e religioso. Anche in matematica troviamo paradossi che a prima vista sono impossibili, ma che con un’analisi matematica, a livello più elevato di una primitiva intuizione, si risolvono in modo positivo, aumentando la nostra conoscenza del mondo matematico. Esiste il male nella matematica? Se la matematica è la scienza della verità, che è il bene, il male si può paragonare all’introdurre la falsità dentro la matematica. Di per sé, la matematica è un bene. Tuttavia, esiste la possibilità di un uso pericoloso della matematica. Al giorno d’oggi, esso consiste nel controllo dell’informazione a livello individuale al punto che tutto quello che facciamo viene schedato, catalogato, e vagliato per farne buono o cattivo uso. Ma questo è un altro discorso che ha più a che fare con la politica che con la matematica”.

Il 19 ottobre 2006 Benedetto XVI disse: “Riflettiamo ora su cos’è la matematica: di per sé è un sistema astratto, un’invenzione dello spirito umano, che come tale nella sua purezza non esiste. E’ sempre realizzato approssimativamente, ma – come tale – è un sistema intellettuale, è una grande, geniale invenzione dello spirito umano. La cosa sorprendente è che questa invenzione della nostra mente umana è veramente la chiave per comprendere la natura, che la natura è realmente strutturata in modo matematico e che la nostra matematica, inventata dal nostro spirito, è realmente lo strumento per poter lavorare con la natura, per metterla al nostro servizio, per strumentalizzarla attraverso la tecnica. Mi sembra una cosa quasi incredibile che una invenzione dell’intelletto umano e la struttura dell’universo coincidano: la matematica inventata da noi ci dà realmente accesso alla natura dell’universo e lo rende utilizzabile per noi. Quindi la struttura intellettuale del soggetto umano e la struttura oggettiva della realtà coincidono: la ragione soggettiva e la ragione oggettivata nella natura sono identiche. Penso che questa coincidenza tra quanto noi abbiamo pensato e il come si realizza e si comporta la natura, siano un enigma e una sfida grandi, perché vediamo che, alla fine, è ‘una’ la ragione che le collega ambedue: la nostra ragione non potrebbe scoprire quest’altra, se non vi fosse un’identica ragione a monte di ambedue. In questo senso mi sembra proprio che la matematica – nella quale come tale Dio non può apparire – ci mostri la struttura intelligente dell’universo…”. Così lo commenta Bombieri: “La dichiarazione del Papa Benedetto XVI, che sembra ampliare il punto di vista di san Bonaventura, indica che la matematica è una cosa astratta, una geniale invenzione dello spirito umano, il cui scopo è limitato ad essere uno strumento per lavorare con la natura, metterla al nostro servizio, per strumentalizzarla attraverso la tecnica. Questo punto di vista, cioè la motivazione utilitaristica della matematica, mi rammenta Lancelot Hogben quando scriveva sulla matematica, rivolto al grande pubblico. Il mio punto di vista è diverso e, come ho detto in precedenza, considero la matematica come la scienza della verità logica in cui gli oggetti matematici, solo in apparenza creati dal matematico, in realtà sono ordinati tra loro attraverso il grado di complicazione con cui possono apparire, formando grandi costruzioni. L’ordinamento è fatto dall’uomo, ma gli oggetti matematici esistono di per sé, precisamente per la loro consistenza logica. Di conseguenza, il matematico ha sempre due facce distinte, quella di costruttore e quella di esploratore. Il matematico costruttore è il matematico di Benedetto XVI, ma per me il vero matematico è il matematico esploratore. La consistenza matematica del nostro universo è certamente una ragione per vedere il Dio creatore dell'universo, come ben espresso dal papa Benedetto XVI nel suo discorso. Tuttavia, c’è qualcosa di più. La matematica astratta, in quanto coerente scienza della verità logica, ci rinforza nella certezza della verità assoluta che è Dio. Dio è Creatore, Amore infinito, e Verità infinita”.







Spero che questo articolo sia piaciuto anche a voi, marilinalincegrassi

Tratto da : Il Foglio

lunedì 20 aprile 2015

UNA VITA PER LA SINDONE


Pierluigi Baima Bollone  medico e pubblicista è professore ordinario di Medicina legale nell’Università di Torino.  Fondatore e direttore del dipartimento «Diagnosi e prevenzione» dell’ospedale Gradenigo.
 Autore di moltissime pubblicazioni scientifiche e di un  «Manuale di Medicina legale» adottato in numerose sedi universitarie. Noto saggista a livello internazionale, ha scritto opere  ampiamente tradotte all’estero, occupandosi  particolarmente della vita di Gesù e soprattutto della Sindone.
È il presidente Onorario del «Centro Internazionale di Sindonologia» di Torino, unica istituzione ufficiale per lo Studio della Sindone. ( M.F.G )

Ha dedicato una  intera vita  alla  Sindone. Da quando, fin da bambino, i suoi genitori gli parlavano del Sacro Lino e lui  affascinato li ascoltava, non potendo certo immaginare che, dopo che nel 1969 una commissione di esperti nominata dall’arcivescovo di Torino aveva ipotizzato la presenza di tracce di siero, sarebbe stato il primo patologo al mondo in grado di analizzarle.

Professor Pierluigi Baima Bollone, come è avvenuta la scoperta di microtracce di materia nel tessuto?
«Analizzando nel ’78 dodici fili sottratti al lenzuolo, e una microcrosta di pochi millesimi di millimetri, prelevata con una équipe di scienziati svizzeri. Ma l’idea era stata mia. Così ho scoperto che si trattava di sangue umano, con tanto di gruppo sanguigno. E poi, con l’aiuto di alcuni specialisti di dna, anche alcune delle sue caratteristiche».
Come mai avevano incaricato lei?

«Negli Anni 70 ero un giovane e pimpante medico legale che si interessava di microtracce: don Coero-Borga mi aveva chiesto se ero in grado di stabilire se le macchie sulla Sindone fossero davvero di sangue. Una sfida che ho colto al volo. Ho portato quei dodici fili nel mio laboratorio di corso Galileo Galilei 22 e li ho analizzati sia con il microscopio ottico, sia con quello elettronico a scansione. E poi la meravigliosa scoperta».

Che sensazioni ha provato quando si è trovato per la prima volta a tu per tu con il Lenzuolo?

«È stato un momento che non potrò mai dimenticare. Ero con altri patologi nella biblioteca di Palazzo Reale che aveva le finestre oscurate da sacchi neri messi da noi. Il Lenzuolo era appoggiato su un lungo tavolo illuminato da una luce radente inclinata di 45 gradi per prelevare i frammenti di stoffa, noi stavamo seduti a turno su un trespolo. Quando è toccato a me, ho avuto l’impressione che l’immagine prendesse corpo. Era come se la vedessi in tre dimensioni, e ho pensato che i miei occhi mi stessero facendo un brutto scherzo».
A quando risalgono i suoi ultimi rapporti con il Sacro Lino?

«Non sono mai terminati. Disponendo ancora di alcuni preparati di allora, con l’aiuto di Grazia Mattutino, una delle più importanti criminologhe, i miei studi vanno avanti. E qualche tempo fa abbiamo individuato le particole d’oro e d’argento riferibili al reliquario che conteneva la Sindone durante l’incendio di Chambéry del 1532».

Con che spirito vive l’Ostensione che inizia oggi?

«Con grande partecipazione emotiva, anche se in questi giorni mi sono trovato in diverse occasioni al suo cospetto in occasione della preparazione dell’evento. Verrò a osservarla quasi tutti i giorni, perché il suo effetto ai miei occhi di pellegrino, più che di scienziato, continua a essere decisamente traumatizzante».

Quanto la sua vita è cambiata dopo quegli studi?

«La Sindone è stata molto più di un semplice oggetto di studio. Oltre a contribuire alla mia formazione umana, ha condizionato favorevolmente tutta la mia successiva attività professionale».


Lei si è definito cattolico apostolico romano: un credo che ha condizionato l’interpretazione data alle sue origini?

«L’educazione che ho ricevuto e il mio senso della spiritualità non hanno niente a che vedere con le convinzioni che ho sulla Sindone. Sono certo, per ragioni razionali e scientifiche, che quello di cui stiamo parlando sia il Lenzuolo con cui è stato avvolto Gesù Cristo duemila anni fa. Lo direi anche se fossi ateo. E tra i ricercatori che credono nella sua genuinità ci sono numerosi ebrei, protestanti e agnostici».

Cosa si sentirebbe di dire a chi ritiene sia un falso?


«Di rimanere nelle sue convinzioni, ma che si sta sbagliando, enunciandogli dettagliatamente tutte le ragioni che fanno propendere per la sua assoluta veridicità. Anche perché il calcolo delle probabilità parla di una possibilità su 225 miliardi che la Sindone sia falsa».





giovedì 5 febbraio 2015

RICHIESTA L'ARCHIVIAZIONE DEL CASO MAJORANA



Ettore Majorana, nacque il 5 agosto 1905 e si laureò in fisica nel 1928, fu tra i più promettenti allievi di Enrico Fermi il noto fisico italiano naturalizzato statunitense .

Il suo nome venne alla ribalta per diventare un caso internazionale a causa della sua improvvisa scomparsa, che avvenne nel 1938. Della sua scomparsa si interessò persino Benito Mussolini e il caso divenne un enigma nazionale ad oggi oggi ancora irrisolto.

Le ipotesi che furono avanzate sono molte: chi disse che si fosse suicidato, chi ipotizzava fantasiosamente che fosse stato rapito da qualche Paese che conduceva studi atomici; altri invece ritenevano che si fosse rifugiato presso qualche convento o addirittura che avesse deciso di diventare un mendicante. Anche dal punto di vista familiare fu una tragedia, infatti laa madre si rifiutò di vestire abiti luttuosi,restando restando in attesa del suo ritorno.

Proveniva dalla dei famiglia Majorana-Calatabiano, un’ illustre famiglia , discendente dal ramo cadetto dei Majorana della Nicchiara; con una metafora si potrebbe dire che a questa andarono il blasone gentilizio e le ricchezze terriere mentre alla prima citata, altri beni, quelli tipici e preziosi dell'intelligenza.

Ettore fu l'ultimo di cinque fratelli, che si distingueranno in qualche campo specifico : chi in giurisprudenza, chi nell'amministrazione dello Stato, chi ancora in fisica.

Ettore Majorana è senza dubbio l’apri pista del gruppo, un vero genio della fisica. Estremamente precoce ma anche eccentrico e con squilibri preoccupanti del carattere che ebbero un ruolo determinante nella sua fuga dal mondo , sempre ammesso che di fuga si sia trattato. Ettore era un misantropo radicato e perennemente ombroso, pigro e dal carattere spigoloso.

Anche la sua carriera universitaria non fu del tutto lineare. Dopo il primo approccio con l’ingegneria, si laureò in fisica nel 1929 con una tesi sulla teoria quantistica dei nuclei radioattivi.

Sotto la guida di Enrico Fermi si occupò di spettroscopia atomica e successivamente di fisica nucleare.

Con Orso Mario Corbino, Emilio Segré e Edoardo Amaldi entrò a far parte del gruppo dei "Ragazzi di via Panisperna", il gruppo di geni che ha fecero la storia della fisica italiana.

Le sue più importanti ricerche riguardano una teoria sulle forze che assicurano stabilità al nucleo atomico: e per primo avanzò l'ipotesi secondo la quale protoni e neutroni, gli unici componenti del nucleo atomico, interagiscono grazie a delle forze di scambio.

Ma questa teoria è tuttavia nota con il nome del fisico tedesco Werner Heisenberg che giunse agli stessi risultati in modo indipendente e li diede alla stampa prima di Majorana.

Nel campo delle particelle elementari Majorana formulò un’altra teoria, che ipotizzava l'esistenza di particelle dotate di spin arbitrario, individuate sperimentalmente solo molti anni più tard

Dal 1931, conosciuto il suo straordinario valore di scienziato, fu invitato a trasferirsi in Russia, a Cambridge, a Yale, nella Carnegie Foundation, ma lo scienziato inviti a questi inviti oppose il suo rifiuto.

Dopo il soggiorno a Lipsia e a Copenaghen, rientrò a Roma, ma non frequentò più l'istituto di fisica. Al concorso nazionale come professore universitario di Fisica nel 1936, non volle partecipare, nonostante la segnalazione di Fermi a Mussolini. Si trasferì allora da Roma a Napoli nell'albergo "Bologna" nel 1937, dove accettò la nomina per meriti speciali come titolare della cattedra di Fisica teorica all'Università di Napoli. Ma si chiude in casa e rifiutando addirittura la posta scriveva di suo pugno sulle buste : "Si respinge per morte del destinatario".

Ettore Majorana si lascerà persuadere a intraprendere un viaggio di riposo, Napoli-Palermo nel marzo del 1938. A Palermo alloggerà nell'albergo "Sole", ma vi trascorrerà solo mezza giornata, infatti, la sera fu visto sul ponte del piroscafo all'altezza di Capri ma a Napoli non arriverà.

La commissione di inchiesta che intraprense le indagini scartò l'ipotesi che Mjorana si fosse lanciato in mare, avanzando invece la supposizione che si fosse trasferito segretamente all'estero.

Ettore Majorana confidò ad uno dei suoi più stretti confidenti: "Non mi condannare perché non sai quanto soffro".

Ad oggi la procura di Roma indagando sulla scomparsa ha accertato che nel periodo 1955-1959, e si trovava, volontariamente nella città venezuelana di Valencia nel periodo fra il 1955-1959, e che volontariamente si trovava nella città di Valencia in Venezuela. Infatti ,in una foto scattata in Venezuela nel '55 e poi analizzata dai Ris, lo scienziato, che era conosciuto con un’altro cognome : Bini, appare insieme ad un emigrato italiano, Francesco Fasani, un meccanico,viene ritratto nell'attimo successivo all'aver aver ricevuto un prestito. 


L'uomo che appare i col Fasani risulterebbe compatibile coi tratti somatici del fisico catanese.

La Procura dunque dopo che nel 2011 aprì un fascicolo sulla sua scomparsa ne ha chiesto ora l'archiviazione

Marilina Fenice Grassi




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