martedì 14 marzo 2017

BARILLA & GRANO STRANIERO A RAVENNA




  
di Gianni Lannes

Ogni italiano mangia in media 27 chilogrammi all’anno di pasta. Ma da dove viene il grano? Forse, dal mulino tricolore o da quello bianco? Spesso da aree contaminate dalla radioattività come attestano i rapporti dell’IAEA relativi ad Ucraina, Russia, Bielorussia, Romania e Bulgaria. In una percentuale che varia dal 20 al 50 per cento il frumento utilizzato per fare la pasta è straniero. E’ sufficiente fare una visita al porto di Ravenna per afferrare certe dinamiche affaristiche a detrimento della produzione nostrana, in particolare a danno della salute degli ignari consumatori. Coldiretti non ha dubbi: 

«Troppo grano estero: una speculazione. L’Italia è il principale produttore europeo di grano duro, eppure molta materia prima di scarsa qualità destinata almeno in Canada agli animali, spesso contaminata da agenti chimici e radioattivi, viene importata dall’estero e data in pasto agli italidioti dopo particolari tagli e miscelazioni. 

 
Ravenna

Il boom di importazioni del porto di Ravenna si accompagna a speculazioni di mercato che si riflettono pesantemente sui compensi riconosciuti ai nostri agricoltori, oggi tornati su livelli di 30 anni fa. E così, mentre l’importazione di cereali si rivela sempre più strategica per il porto bizantino, c’è un intero comparto - che potremmo chiamare granaio romagnolo - che rischia di sparire a causa del crollo del prezzo del grano duro destinato alla pasta, oggi praticamente dimezzato (-43%). In pericolo, ci sono anche gli alti livelli qualitativi per i consumatori garantiti dalla produzione di grano made in Italy».   




Le portarinfuse sono navi usate per trasportare carichi non-liquidi e non unitarizzati in container o pallet: carbone, rifiuti e grano. Le portarinfuse (bulk carrier in inglese) sono per convenzione divise in categorie a seconda delle capacità di carico.  Ma che ci fanno adesso a Ravenna queste navi?  Begonia S (bandiera Cook Islands, IMO 9445540) proveniente da Odessa in Ucraina; Canopus (bandiera St. Vincent & Grenadine, IMO 9076466), proveniente da Temryuk in Russia; Eagles (Panama,IMO 9006435) proveniente da Illichiusik in Ucraina; Great (bandiera Turchia, IMO 8506505), proveniente da Gulluk in Turcgìhia; Juliana (bandiera Malta, IMO 9655951), proveniente da Mariupol in Ucraina; Stellar Pacific (bandiera Antiguas& Barbuda, IMO 9316995), proveniente da Yuzhnyy in Ucraina.



La concessione ha per oggetto la temporanea occupazione e l’uso di banchina portuale sita nel porto di Ravenna in destra canale Candiano finalizzata allo svolgimento delle operazioni portuali di sbarco, imbarco, stoccaggio, lavorazione e conservazione di merci secche. Botta e risposta. «Un’annata positiva per i cereali» è quella che è apparsa nelle parole del presidente dell’associazione nazionale cerealisti Carlo Licciardi alla riunione conviviale di The International Propeller Club Port of Ravenna. Con 17,428 milioni di tonnellate di merci secche il porto segna un +8,7% rispetto al 2015 e riconferma Ravenna come il più grande scalo italiano per questa tipologia. La crescita più rilevante riguarda il comparto alimentare, derrate alimentari solide e prodotti agricoli, pari a 2.885.096 tonnellate, con 480 mila tonnellate in più (+20%), grazie soprattutto all’aumento del grano duro (+250.000 tonnellate), proveniente perlopiù da Stati Uniti, Bulgaria e Ucraina, delle farine e dei semi soia e di girasole, provenienti soprattutto da Brasile e Argentina.


Se il grano viene macinato a Parma e passa da Ravenna poi la pasta o le merendine fatte diventano made in Italy. Assistiamo a questi miracoli ogni giorno, o forse potrebbero essere chiamati in altro modo. Questa è la tutela che abbiamo delle produzioni italiane L’ 8 giugno 2014  è stata pubblicizzata la seguente notizia. 

«Vi presentiamo il futuro treno del grano Barilla, il progetto per collegare la casa madre della multinazionale della pasta a Parma con la rete ferroviaria, per levare dalla strada parte dei camion che cinque giorni alla settimana portano la materia prima, da spostate sui vagoni. L’intenzione di costruire un raccordo ferroviario a servizio dell’impianto produttivo di Pedrignano è stata annunciata pochi giorni fa dall’ad di Barilla Colzani, assieme al bilancio 2013 del gruppo. I progetti della nuova ferrovia sono già pronti, elaborati nel corso dello scorso anno. È già iniziato anche l’iter burocratico per autorizzare i lavori. Una volta ottenuti i permessi, il cronoprogramma prevede la realizzazione di tutto il progetto in appena sette mesi e mezzo, dall’impianto del cantiere alla sua smobilitazione. Il progetto prevede la costruzione di un raccordo ferroviario fra la fabbrica e l’interconnessione ferroviaria tra la vicina linea Tav e la stazione di Parma. Saranno stesi nuovi binari su un ovale all’interno del terreno agricolo a sud dello stabilimento, che è già proprietà della Barilla.  Scopo del progetto è una nuova e più efficiente gestione logistica delle materie prime, ossia del grano, ma anche del prodotto finito, la pasta. Progetto direttamente in relazione con un altro progetto già autorizzato a Pedrignano, la costruzione di nuovi silos a Pedrignano, dove Barilla ha pure un mulino. Non tutto il grano per la pasta Barilla arriverà su ferro, ma solo quello di provenienza estera, che è circa un terzo del totale. Il resto continuerà a viaggiare su gomma. Il mulino di Pedrignano lavora annualmente 300 mila tonnellate di grano, circa 900 tonnellate al giorno, delle quali due terzi circa di provenienza italiana e un terzo estera. Finora, il grano viene portato tutto da camion: in media 27 camion al giorno da lunedì a venerdì. Ma i rifornimenti non sono regolari. Nei giorni di traffico con “bollino rosso” o “bollino nero” – vacanze o manifestazioni – l’autostrada si intasa e rallenta i rifornimenti. Viceversa, il grano estero che arriva via nave fino ai porti di Ravenna e di Livorno giunge sempre a ondate: quando la nave approda, i camion salgono a 75 al giorno, perché occorre portare a Parma l’intera stiva. La ferrovia servirà proprio per superare le difficoltà di questi carichi: il grano italiano continuerà a viaggiare con i camion. Quello che viene via mare in treno. Nelle previsioni della Barilla, i camion del grano diminuiranno di un terzo, da 10.200 all’anno a 6.750, 3460 veicoli in meno. Ma il treno servirà anche a trasportare una parte dei prodotti finiti, sia quelli di Pedrignano verso l’esterno, che quelli degli stabilimento Barilla di Caserta e Foggia verso l’interno. Sono previsti 480 camion in meno da e per Caserta, 700 in meno da e per Foggia e 2.460 camion di scatole di pasta in meno diretti in Germania. Sommando tutto, col treno ci saranno 7.100 viaggi in camion in meno all’anno».


Dall’inizio di novembre 2011 ogni settimana 2 treni dedicati, ciascuno con 40 container appositamente predisposti per questa particolare tipologia di merce, attraversano l’Emilia Romagna per rifornire il mulino della Barilla a Pedrignano, nato per alimentare con semola autoprodotta gli impianti di produzione della pasta. La logistica del servizio è modificata come segue: alla banchina di Eurodocks la merce dalla nave viene caricata su camion che poi arrivano al terminal Setramar dove scaricano sul treno. «L’importanza  dell’avvio di questo collegamento sta nell’aver portato a Ravenna due grandi operatori come Barilla e CePIM, ma soprattutto nell’avere confermato che il nostro porto, unico  della Regione, è una valida, strategica e competitiva porta di ingresso per la movimentazione di merci in cui il nostro scalo è al primo posto in Adriatico» conviene  il presidente dell’Autorità Portuale, Galliano Di Marco.


L’intenzione di costruire un raccordo ferroviario a servizio dell’impianto produttivo di Pedrignano era stata annunciata da Barilla in primavera in una con la presentazione del bilancio 2013. Il progetto ha previsto la costruzione di un raccordo ferroviario tra fabbrica e interconnessione ferroviaria tra la linea TAV e la stazione di Parma, stendendo nuovi binari su un ovale all’interno del terreno agricolo a sud dello stabilimento, di proprietà della Barilla.  Un fascio di binari, in parte doppio, in parte triplo, lungo 1,5 chilometri utilizzabile da treni fino a 450 metri da 20 vagoni. Oltre ai binari il progetto ha generato strade di servizio, una buca per lo scarico del grano all’interno di un edificio esistente, una torre di pre-pulitura al servizio dei nuovi silos e una piazza di manovra, con l’impermeabilizzazione di una superficie di 12mila metri quadrati. Il mulino di Pedrignano lavora annualmente 300mila tonnellate di grano, in precedenza portato tutto da una media di 27 camion al giorno; e quando arrivano le navi, prima dell’uso della rotaia, questo flusso si innalzava fortemente sino a 75 camion al giorno. Nelle previsioni di Barilla i camion del grano diminuiranno da 10.200 a 6.750 all’anno. Il treno servirà anche a trasportare una parte dei prodotti finiti, sia quelli di Pedrignano verso l’esterno, che quelli degli stabilimento Barilla di Caserta e Foggia verso l’interno. Sono previsti 480 camion in meno da/per Caserta, 700 in meno da/Foggia e 2.460 camion di scatole di pasta in meno diretti in Germania. Dunque in totale col treno vi saranno 7.100 viaggi in camion in meno all’anno. Con una superficie di 40.000 metri quadrati, 80.000 posti pallets e 120 camion caricati ogni giorno, il magazzino parmigiano è un autentico gioiello di automazione. Dopo la cessione di Number 1 al gruppo Fisi nel 2012, scelta strategica che ha permesso all’azienda di concentrarsi sul suo core business della produzione di pasta, sughi e piatti pronti, Barilla ha intrapreso la gestione diretta di tutti i magazzini dei propri stabilimenti e ha deciso di automatizzare il magazzino di Pedrignano, che gestisce il 25% del totale delle spedizioni, con l’introduzione di 54 carrelli a guida laser (LGV)  Il rinnovato magazzino (la struttura è stata costruita nel 1967 e ampliata in più fasi), operativo da gennaio 2013, consente di eliminare 3.000 viaggi all’anno, con investimento di 15 milioni di Euro. 
Il 30 aprile 2015 i giornali dell'Emilia Romagna hanno dato questa notizia: mezzi pesanti partivano dall'Italia carichi di amianto o fanghi di depurazione, tornavano dall'Europa pieni di cereali che finivano anche in molini bolognesi.


Allora il famoso made in Italy che fine ha fatto? Cosa accade quando le multinazionali impediscono di inserire l’indicazione esatta dell’origine del grano nelle etichette della pasta? Secondo un sondaggio della Coldiretti 8 italiani su 10 esigono di conoscere l’origine del grano. Insomma, a conti fatti, un pacco di pasta su tre contiene grano straniero senza che però si sappia in giro. Si tratta di una necessità per arrestare le speculazioni che soltanto nel 2016 hanno provocato un crollo del prezzo di grano duro coltivato in Italia e destinato alla produzione di pasta, con un calo netto del 38 per cento rispetto al 2015. In soldoni: un crac valutato in 70 milioni di euro per il granaio d’Italia. A rischio non c’è soltanto la produzione nazionale di grano e la vita di oltre 300 mila aziende agricole, ma anche di un territorio esteso per ben due milioni di ettari.



Ecco un esempio per dimostrare il paradosso tutto italiano nella filiera grano e pasta. La Barilla si oppone all’etichettatura della pasta con l’origine del grano. La multinazionale di Parma nutre forti dubbi e perplessità sul decreto relativo all’origine della materia prima in etichetta della pasta, che nella sua versione attuale confonderebbe i consumatori e indebolirebbe la competitività della filiera della pasta. L’origine da sola, secondo Barilla, non è infatti sinonimo di qualità, tutto a svantaggio sia del consumatore che potrebbe addirittura arrivare a pagare di più una pasta meno buona sia dell’industria della pasta che un prodotto meno buono perderebbe quote di mercato soprattutto all’estero. Possibile? Ora, ci si domanda, ma come fanno questi industriali a fare simili dichiarazioni? Invece, è fondamentale conoscere il territorio dove si è coltivato, come si è coltivato, ma soprattutto cosa ci hanno spruzzato sopra. Preferireste mangiare del grano proveniente dal Canada o dall’Ucraina? Cosa volete che interessi al consumatore se l’azienda perde quote di mercato. Prima si parla tanto di mantenere una buona salute e poi si scade sempre in discorsi economici, anzi di speculazione finanziaria, che con la salute non hanno mai avuto un buon rapporto. E non è la prima volta che un decreto orientato alla trasparenza sull’origine delle materie prime viene inviato a Bruxelles. E’ accaduto anche nel 2011, ma con la motivazione di preservare e proteggere il consumatore. Molte industrie si sono opposte e non ci fu più seguito. Scegliendo cosa mettere nel piatto noi possiamo orientare il mercato. Se vogliamo difendere la qualità della vita e della produzione agricola in Italia scegliamo con attenzione, e diamo fiducia a chi usa esclusivamente e promuove soltanto cibo italiano.


Lo sapete che il grano che sbarca in Italia è sottoposto anche a fumigazioni contro i parassiti? Sapete cosa usano il più delle volte? Fosfina ovvero il tossico idrogeno fosforato, prodotto in Cina e distribuito da aziende nordamericane. 



  
   



  


GRANO NUCLEARE BREVETTATO IN ITALIA



di Gianni Lannes

Crimini sconosciuti contro l'umanità. Radiazioni atomiche per indurre una mutagenesi. Atomi  per la guerra al genere umano in nome del profitto economico. Insomma, i crimini dell'Onu sotto la copertura della FAO e dell'International Atomic Energy Agency, grazie al beneplacito dei governi italidioti, eterodiretti dall'estero.Correva l’anno 1974, quando alla Casaccia di Roma il  Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare brevettò il grano Creso. Un gruppo di ricercatori del CNEN indusse una mutazione genetica nel grano duro denominato “senatore Cappelli” esponendolo ai raggi Gamma di un isotopo radioattivo, il Cobalto 60 coltivando tale varietà all’interno di un cratere artificiale dove oltre ad avere seminato il frumento si era collocata una fonte radioattiva, ottenendo una mutazione genetica; incrociandolo in seguito con la varietà messicana Cymmit. Dopo la mutazione, la pianta di grano diventò “nana”.  Conseguenze sulla salute umana? Mai valutate preventivamente e neanche in seguito, fino ai giorni nostri. Non possiamo mangiare qualcosa se prima non sono stati effettuati decenni e decenni di prove. Dove lo mettiamo il tanto declamato "principio di precauzione" ? Come facciamo ad essere sicuri che questi prodotti non facciano male? 
 

 
CNEN, Casaccia, anno 1967



Nessun esperto istituzionale ha fatto ricerche per capire che altre proteine o sostanze dannose alla salute umana, il nuovo mutante era in grado di innescare, ma si è guardato solo al vantaggio di avere una razza nana e meno allettabile, quindi più produttiva  da cui poi con successivi incroci si sono originate in tutto il mondo, gran parte delle varietà di frumenti duri moderni. Oggi, infatti, si annoverano più di 25 mila varietà di grano ibridati che non esistevano mezzo secolo fa. L’archivio dell’IAEA a Vienna è una miniera esplosiva di informazioni poco note, se non fra gli addetti ai lavori. Per esempio nel 1986, dopo un bombardamento radioattivo fu brevettato un fratello del Creso, ovvero lo Zeveryana e poi l’Ulisse nel 1988. La stragrande maggioranza dei grani che si coltivano oggi non esistevano nell’antichità, come non esisteva l’intolleranza o la sensibilità al glutine, esplosa in Italia a partire dal 1979 (come attestano i dati ufficiali dell'Istituto Superiore di Sanità). Che fare? Puntare sulla qualità e non sulle rese industriali. Tornare a coltivare in Italia i grani antichi. Meditate gente sulla base del ragionevole dubbio scientifico, il pilastro di ogni civiltà. Irradiate pure qualcosa muterà.

riferimenti:



















http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2017/03/grano-nucleare-brevettato-in-italia.html#more

“Il 9 novembre 1989 segnò la fine del ciclo storico socialdemocratico, il 9 novembre 2016 invece l’elezione di Trump a Presidente USA rappresenta la fine di quello neoliberale”



Intervista allo storico Paolo Borgognone (1981), autore di diversi saggi, tra cui presso Zambon editore una trilogia sulla disinformazione strategica, Capire la Russia. Correnti politiche e dinamiche sociali nella Russia e nell’Ucraina postsovietiche, L’immagine sinistra della globalizzazione. Critica del radicalismo liberale, Deplorevoli? L’America di Trump e i movimenti sovranisti in Europa, nonché di Generazione Erasmus. I cortigiani della società del capitale e la “guerra di classe” del XXI secolo in corso di pubblicazione presso Oaks Editrice.
A cura di Federico Roberti.
Il tuo ultimo libro, “Deplorevoli? L’America di Trump e i movimenti sovranisti in Europa”, prende le mosse con l’affermazione che il 9 novembre 2016 è caduto il muro invisibile caratterizzato, nel suo lato economico, dal neoliberalismo e, in quello culturale, dalla retorica dell’antifascismo in assenza di fascismo volta a fidelizzare alla sinistra politicamente corretta i ceti popolari. Possiamo quindi considerare questa data una sorta di 9 novembre 1989, giorno della caduta del Muro di Berlino, al contrario?
Sì, perché il 9 novembre 1989 il Muro di Berlino fu abbattuto da una controrivoluzione di ceti medi cosmopoliti che desideravano recarsi all’Ovest per guadagnare di più, acquistare prodotti e merci capaci di assicurare loro maggior comfort e riconoscimento in termini simbolici e di status, ovvero accedere ai modelli di consumo e stili di vita europei e americani, entrare in possesso legalmente di valuta pregiata e gestire la propria esistenza secondo i ritmi scanditi dalla società di mercato. La retorica mainstream volta a celebrare la ritrovata libertà di opinione dei tedesco-orientali è poco meno che un orpello propagandistico utilizzato ad hoc per legittimare quello che l’Ottantanove esteuropeo in effetti fu, ossia il trionfo della pseudocultura della mobilità e delle velleità individuali al successo imprenditoriale di una parte rilevante delle società preconsumistiche dei Paesi fino a quel momento interni alle logiche del Patto di Varsavia, del Comecon e del socialismo concretizzato. Il 9 novembre 1989 segnò la fine del ciclo storico socialdemocratico. Il 9 novembre 2016 invece, Brexit e l’elezione di Trump a Presidente USA rappresentarono la fine del ciclo storico neoliberale, poiché questi fenomeni si verificarono all’intersezione tra la destra politico-culturale e la sinistra economica, ovvero ebbero come propria base di consenso un postproletariato nazionale sradicato dai processi di globalizzazione e ostile nei confronti della summenzionata, elitaria, sottocultura della mobilità. Ventisette anni prima il conflitto geopolitico e ideologico in corso tra USA e URSS fu vinto da attori sociali che avevano fatto propria l’articolazione concettuale e simbolica, nichilista, del capitalismo liberale, poiché la proposta politica che scaturì da quel ciclo storico di rivolte controrivoluzionarie si basava sull’egemonia di una cultura gauchiste e libertaria, tutta protesa alla retorica dei diritti cosmetici e sul predominio del neoliberismo in economia. Esattamente l’opposto accade oggi, per questo le citate élite del denaro che “non dorme mai” e della mobilità globale che avevano celebrato l’Ottantanove esteuropeo attivano tutto il potere di fuoco multimediale di cui dispongono per demonizzare, riproponendo l’ormai antistorica dicotomia novecentesca fascismo/antifascismo, l’ascesa degli eterogenei movimenti di insorgenza populista in Europa e Stati Uniti.
A tuo parere, sono fondati i timori che possa verificarsi una rivoluzione di velluto nei confronti del neoeletto Presidente USA? Oppure è più probabile che possa essere messo da parte attraverso un golpe che potremmo definire psichiatrico? Per non affrontare la complessa procedura congressuale prevista per il cosiddetto “impeachment”, infatti qualcuno potrebbe essere tentato di ricorrere al paragrafo 4 del 25° emendamento della Costituzione USA, che prevede la destituzione del Presidente nel caso non sia più in grado fisicamente o mentalmente di assolvere alle sue funzioni, le quali verrebbero assunte almeno temporaneamente dal Vice Presidente. Nella fattispecie, una diagnosi di psichiatri di chiara fama, sostenuti da un certo numero di membri dell’esecutivo, sarebbe sufficiente a rimuovere Trump.
Il ricorso alla psichiatria dovrebbe essere lo strumento di analisi con cui interpretare le idiosincrasie ideologiche di chi, e mi riferisco a Bernie Sanders e sodali, alle primarie del Partito Democratico ha fatto continuamente appello al richiamo populista e alla proposta economica socialdemocratica per sfidare le élite del capitalismo finanziario e l’establishment di Wall Street contigui a Hillary Clinton e poi, in sede elettorale, è rifluito sul sostegno alla paladina dello stato di cose presenti. Ora, non dico che Sanders avrebbe dovuto appoggiare Trump ma il sostegno che l’anziano esponente socialista democratico ha regalato incondizionatamente a Hillary Clinton è la riprova, ulteriore, della subalternità ideologica della sinistra al campo liberale. Una subalternità giustificata tramite il ritornello del “nemico principale” identificato nella destra populista e non nel capitalismo di libero mercato in quanto tale. Non dubito che i Millennials che alle primarie del Partito Democratico appoggiarono Sanders, oggi potrebbero fungere da massa di manovra controrivoluzionaria per un “golpe colorato” avente l’obiettivo di neutralizzare l’outsider Donald Trump. Le centrali ideologiche di questo golpe in itinere io le cercherei più nella Silicon Valley (culla degli apologisti dell’ideologia del progresso fondata sulle potenzialità taumaturgiche delle nuove tecnologie sulla strada della transizione al postumano) che non a Wall Street mentre le corporation dell’industria dello spettacolo hollywoodiana potrebbero offrire la sponda di copertura e legittimazione scenica di questa “rivoluzione colorata”. L’impeachment potrebbe essere una strada percorribile da parte degli oppositori di Trump, così come lo sono il sabotaggio parlamentare delle procedure di Brexit. Tuttavia, non credo che i cicli storici di cambiamento epocale dell’approccio pubblico alle questioni interne e internazionali possano essere fermati a colpi di decreto.
A seguito dell’elezione di Trump e degli eventi politici che hanno costellato il 2016 – citiamo, fra gli altri, la vittoria del “leave” al referendum sulla Brexit e la netta maggioranza con la quale in Italia è stato respinto il progetto di riforma costituzionale avanzato dal governo Renzi – quale è, se esiste, la strada tracciata dinanzi a quelli che tu chiami movimenti sovranisti in Europa, più frequentemente e spregiativamente denominati populisti?
Una strada che appare simile a un labirinto. I sovranisti sono attori politici con un’identità ideologica incerta, tra loro eterogenei e spesso incompatibili (la galassia politica sovranista si articola in un perimetro che va dal PVV olandese, liberal-liberista, atlantista, filoisraeliano e interno alla narrativa islamofoba fallaciana fino allo Jobbik ungherese, un partito eurasiatista e antisionista), frutto dei caratteri nazionali dei rispettivi contesti d’origine e piuttosto inclini alle logiche del partito imprenditore della rappresentanza dei ceti genericamente incazzati nei confronti di un’oligarchia i cui contorni politico-affaristici e i cui legami internazionali gli stessi sovranisti esitano a delineare con precisione. Detto questo, i sovranisti sono accomunati da alcune proposte programmatiche condivise, ad esempio il ripristino dei poteri pubblici statali sulle frontiere nazionali dei singoli Paesi, la contestualizzazione del conflitto di classe in corso su linee verticali (chi sta in alto vs chi sta in basso) e la narrativa anti-immigrazione. Quest’ultima sembrerebbe, per ovvi motivi di appeal in quanto l’immigrazione è un problema che tocca, nei Paesi della UE, la quotidianità delle persone assai più di altri sconvolgimenti frutto delle politiche neoliberali sistemiche, la direttrice propagandistica foriera di maggiori consensi pubblici ai partiti sovranisti. Certo, non sarebbe male se i sovranisti inquadrassero il fenomeno migratorio nel contesto del regime dei flussi imposto dal capitalismo finanziario e digitale globale, invece che ingannare l’opinione pubblica perseverando a sentenziare che, una volta giunti al governo dei rispettivi Paesi, avrebbero rispedito i migranti a casa propria con il proverbiale “calcio in culo” di leghista memoria. Nel momento in cui i partiti sovranisti della destra si convinceranno che il “calcio in culo” di cui sopra va assestato, più che agli immigrati, agli esponenti di quella upper class creativa di mode e stili di consumo, desiderio e capriccio forgiate ad hoc per dettare il tono della vita di tutti, potranno costituire un’alternativa di sistema ai partiti globalisti tuttora al governo nei principali Paesi della UE. Sull’altro versante, i partiti populisti di sinistra, qualora vi fossero forze politiche organizzate di questo tipo in Europa (e, francamente, a parte alcune eccezioni, come Unità Popolare in Grecia e spezzoni minoritari della Linke in Germania, non sono in grado di scorgerne), potranno risultare convincenti nel momento in cui si risolveranno a convenire sull’assunto concernente l’irriformabilità dall’interno della UE, abbandonando ogni velleità di “uscire” dalla crisi di sovranità in cui le politiche neoliberali dell’élite finanziaria globalista hanno precipitato popoli e nazioni rimanendo “dentro” le strutture di governance multilivello stabilite proprio dai ceti finanziari che, a parole, la sinistra ambisce contrastare.
In Francia, la pressione mediatica e giudiziaria sui candidati alle prossime elezioni presidenziali considerati filo-russi, François Fillon e Marine Len Pen, sta crescendo vertiginosamente. Con il paradossale esito che i consensi persi dal primo vadano a rafforzare ulteriormente la seconda…
E’ noto che un’eventuale vittoria elettorale di Marine Le Pen in Francia alle prossime presidenziali sconvolgerebbe definitivamente gli assetti neoliberali della UE e pertanto questa vittoria è, da parte di chi si ritrova nella prospettiva politica antiglobalista, auspicabile, al di là delle critiche che si possono muovere alla candidata del FN, come ad esempio l’essere piuttosto filoisraeliana in politica estera, il guidare un partito a direzione familiare o l’aver approntato un programma economico semi-liberista. C’è sempre qualche rivoluzionario più rivoluzionario di tutti pronto a giocare il gioco di un candidato come Macron prestando il fianco, da schizzinoso, agli strali anti-lepenisti della sinistra radicale.
In definitiva, se Marine Le Pen, che parla esplicitamente di fuoriuscita della Francia da UE, euro e strutture militari della NATO, nonché di dar vita a un’Europa di patrie, popoli e nazioni da Lisbona a Vladivostok, dunque alleata con la Russia in funzione anti-atlantista, è avversata dal 100 per cento dei media mainstream internazionali, significa che codesta candidata costituisce il male minore, ossia il bene maggiore, per il suo Paese. E le caste globaliste dei media aziendali faranno di tutto per gettare discredito su Marine Le Pen, rivolgendosi al discorso antifascista di autocelebrazione dello stato di cose presenti e costruendo pretesti scandalistici per incastrare la leader del FN. La strategia è infatti il “metodo Fillon”, utile per levare dai piedi a Macron un avversario potenzialmente urtante in termini di spartizione dei consensi dei ceti medi urbani pro-UE ma, rispetto al giovane banchiere dei Rothschild, percepito come “filo-russo” in politica estera (in passato infatti, Fillon, non si sa se per convinzione personale o per drenare alla propria causa politica, liberale di destra e dunque sistemica, voti appannaggio del FN, aveva denunciato l’«imperialismo americano» nel perimetro geopolitico ex sovietico e condannato le sanzioni imposta dall’amministrazione Obama contro la Russia). Tuttavia, credo che la Commissione Europea e la Merkel ripongano molta fiducia in Macron e abbiano mobilitato tutte le forze di cui dispongono per giungere, in Francia, a un ballottaggio presidenziale tra questi e Marine Le Pen, archiviando la prospettiva, inizialmente coltivata ma divenuta impraticabile nel dopo-Trump, di una presidenza Fillon più difficile da inquadrare nell’ottica di quel conflitto culturale e di classe che oppone flussi a luoghi e globalisti a sovranisti. Dopo Trump i ceti globalisti hanno deciso di serrare i ranghi, puntando tutto sullo showdown finale tra il loro candidato, Emmanuel Macron, banchiere internazionale fedelissimo alla linea liberale di centrosinistra, atlantista, filosionista e clintoniano ideologico, e Marine Le Pen. Le prossime elezioni francesi, il ballottaggio soprattutto, vedranno il concretizzarsi politico e mediatico del conflitto multilivello in corso tra i vincenti della globalizzazione e gli sradicati in cerca di sicurezza, identità e rappresentanza.
La serie di elezioni che sta per prendere il via in Europa rischia di ridisegnare la geografia politica del continente, seppellendo nelle urne l’eurozona e le istituzioni di Bruxelles. Quali potranno essere, a tuo parere, i nuovi possibili scenari di politica internazionale? Sarà possibile trovare una soluzione diplomatica ai conflitti in Siria e Ucraina, nonché avviarsi alla pacificazione del teatro libico? Diminuiranno le tensioni con la Russia oppure la NATO proseguirà nella sua strategia di accerchiamento-avvicinamento ai confini del gigante eurasiatico?
Accolgo con favore i patti di reciproca collaborazione firmati a Mosca tra Russia Unita, il partito di Vladimir Putin, e alcuni soggetti politici a vario titolo considerati “populisti” dei Paesi della UE, come la Lega Nord e la FPӦ. Forse, e mi perdonerai se pecco di ottimismo, un comune sentire filo-russo da parte di questi partiti potrebbe smorzarne l’elemento sciovinistico interno, aiutandoli a convergere in direzione di una più spiccata sensibilità antiglobalista, rinunciando al nazionalismo e a una visione schematica e mistificatoria dell’Islam come sorta di unitario blocco terroristico antioccidentale. Penso che i populismi (reattivi e patrimoniali) europei odierni siano molto eterogenei tra loro e poco inclini alla prospettiva, propria di uno studioso come Dominique Venner, di uno Stato identitario europeo da contrapporre alla UE neoliberale e transatlantica. Tuttavia, i partiti populisti, esito finale della conversione ideologica della sinistra da partito delle classi lavoratrici autoctone a sponda politica privilegiata dei ceti medi creativi, cosmopoliti e affluenti, i cosiddetti figli della globalizzazione liberale, hanno il merito, pur nella loro inequivocabile eterogeneità ideologica di fondo, di contribuire a far emergere quelle contraddizioni interne al capitalismo globale che probabilmente contribuiranno a cortocircuitare questo regime della paranoia e del nichilismo istituzionalizzati. Per quanto riguarda la NATO, penso che continuerà a puntellare i pericolanti governi sciovinisti di destra dei Paesi baltici e dell’Ucraina in funzione anti-russa. Il tutto mentre il ceto politico-intellettuale pseudo-progressista europeo da un lato persevererà nel condannare colui che definisce il “dittatore” Putin e a sfilare, bandiera rossa (o meglio, arcobaleno) in pugno alle manifestazioni di memorialistica e folklore antifascisti del 25 aprile e, dall’altro, utilizzerà litri d’inchiostro per consolidare, nell’immaginario stereotipato dei lettori dei giornali liberal dove codesti intellettuali organici al politically correct ricoprono il ruolo di strapagati editorialisti, l’idea secondo cui la NATO, insieme ai “combattenti per la libertà” ucraini e baltici, costituirebbe un “baluardo democratico” per proteggere i “valori cosmopoliti europei” dall’“aggressione” russa. I media mainstream sono unanimi nella condanna di una invero inesistente “Internazionale Sovranista” coordinata, secondo tale vulgata, di volta in volta da Trump o Putin nonché finalizzata alla demolizione della UE transatlantica, liberista e cosmopolitica e, al contempo, si prodigano nell’apologia diretta e indiscutibile della, concreta e tangibile, “Internazionale Liberal” il cui scopo manifesto è annientare ogni traccia di etica comunitaria e identità collettiva caratteristiche dell’Europa come spazio geopolitico tradizionale propriamente inteso.

fonte https://byebyeunclesam.wordpress.com/

Il disoccupato italiano diventato re di Rio de Janeiro grazie a “La Figa”

Da disoccupato in Italia a re di Copacabana. Avete presente quando 
in momenti di particolare difficoltà pensate cose tipo: “Mollo tutto 
e vado ad aprire un chiosco sulla spiaggia di Rio”?. Ecco, lui l’ha fatto.
 A Rio, a pochi metri dalla spiaggia di Copacabana, ha aperto 
una pizzeria piadineria. Che ora è uno dei locali più frequentati 
della città. Una splendida storia raccontata dai conduttori 
di ECG su Radio Cusano Campus.
stefano pandolfi La Figa Copacabana Rio de Janeiro
Lui è Stefano Pandolfi, proprietario de “La Figa” di Copacabana, 
Rio de Janeiro…
Tutto grazie a…”La figa”. Si chiama Stefano Pandolfi, è di Pesaro
 ma sta facendo fortuna in Brasile.
Ha mollato tutto e ha aperto “La Figa”, una pizzeria piadineria 
Ha raccontato la sua storia e il suo successo a Roberto Arduini e
 Andrea Di Ciancio, conduttori di ECG su Radio Cusano Campus,
 l’emittente dell’Università degli Studi Niccolò Cusano.

DUE SPICCI E UNA PAZZA IDEA: MOLLO TUTTO E

 VADO A RIO

Stefano, da Rio, racconta:
“Ho aperto il mio locale il 9 agosto 2014. Abbiamo compiuto

due anni da poco. Non trovavo lavoro in Italia. Io sono di Pesaro

ma ho sempre vissuto a Riccione. Non si trovava nulla, né come

pizzaiolo né come bagnino di salvataggio. Avevo 37 anni, iniziavo

a preoccuparmi. A un certo punto ho detto basta. Ho preso

la mia ragazza e sono partito per Rio. Con due spicci in tasca

e la voglia di inventarmi un futuro. Siamo venuti a Rio e

dopo tanto girare ho aperto questa pizzeria, a pochi metri dalla

spiaggia di Copacabana. Ho scelto di chiamare la mia pizzeria

“La Figa”, abbiamo aperto ed è stato un successo totale.

Figa in brasiliano vuol dire buona sorte. La scelta del nome è

stata di buon auspicio…”
La Figa Copacabana Rio de Janeiro stefano e moglie
Stefano e la moglie sulla spiaggia di Copacabana…

L’INCREDIBILE SUCCESSO DE “LA FIGA”

Continua Stefano a raccontare la sua storia:
“Siamo arrivati a Rio senza conoscere nessuno,

facevamo 200 chilometri al giorno per cercare un posto buono.

Tra pochi giorni ci allargheremo, oltre alla pizzeria e alla piadineria

apriremo anche una pasticceria, che chiameremo sempre “La Figa”.

Ho già venduto tre volte la mia ricetta a tre pizzerie diverse,

il locale è sempre pieno, le cose stanno andando benissimo.
A livello burocratico in Brasile è tutto più sempre.

Le banche ti danno tutti i soldi che vuoi, l’accesso al credito è

molto più semplice rispetto all’Italia. Io pago il 3% di tasse all’anno.

Ho assunto due brasiliani con contratto regolare.

Ho aperto che eravamo io e la mia ragazza, ora ho già sette dipendenti,

e quando aprirò la pasticceria, tra poche settimane,

se ne aggiungeranno altri. Vi rivelo una cosa: da quando ho aperto,

due anni e due mesi, ho fatto solo 130 scontrini fiscali.
Qui la finanza non si fa vedere, tu paghi le tue tasse ogni anno e

nessuno ti rompe le scatole. Io pago una cifra fissa, poi il guadagno è mio. Ti fanno lavorare, ti fanno crescere, non ti mettono i bastoni tra le ruote.

Un anno fa mi è arrivata una multa per un sacco di immondizia,

è arrivato un ragazzo e in cambio di 2 pizze me l’ha tolta.

Noi italiani siamo visti molto bene”.
La Figa Copacabana Rio de Janeiro locale pieno
A tutti piace La Figa…

FUGGIRE DALL’ITALIA PER AVERE SUCCESSO

Stefano è andato via dall’Italia perché non trovava lavoro:
“Litigavo sempre con i miei genitori, che mi davano del nullafacente,

ma la verità è che non c’era lavoro. Ho cercato in tutti i modi,

ma niente, non trovavo nulla, nemmeno a cinque euro l’ora.

Adesso invece la mia fidanzata è incinta, io mi sono realizzato e

tutto va alla grande. La pizza che più piace ai brasiliani? La figa.

E’ una mia ricetta, ci sono salsicce, peperoncino, è molto buona.

Qui la pizza al piatto costa tantissimo. Una margherita costa 12 euro.
L’Italia? Non mi manca affatto. L’Italia mi ha costretto ad andarmene.

Il mio futuro è qui. In Italia non potevo permettermi nulla,

qui ho costruito il mio futuro, ho comprato la macchina, due moto,

mi tolgo ogni tipo di sfizio. Quando arrivano gli italiani,

gli dico spesso di provare “La Figa”, la mia pizza speciale.

Loro fraintendono e mi rispondono che sono arrivati qui con la moglie”.
fonte  https://www.infiltrato.it/viaggi/stefano-pandolfi-la-figa-rio-de-janeiro/

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