sabato 25 giugno 2016

L’Italia sa addirittura in anticipo della partenza dei barconi ma nessuno ferma i trafficanti.


ilfattoquotidiano.it – Migranti, “le barche partono stanotte”. Segnalazioni e inchieste, ma nessuno ferma i trafficanti. L’Italia sa addirittura in anticipo della partenza dei barconi dall’Egitto, come dimostra un documento che ilfattoquotidiano.it ha potuto consultare.
Ma mentre le traversate e i naufragi aumentano, la lotta ai trafficanti diventa sempre più difficile. Perché il business sulle coste del Nordafrica è florido e il Cairo non interviene e non collabora con i nostri magistrati. Idem la Turchia, nonostante i fondi ricevuti dall’Ue. E con la fine di Mare nostrum si perdono informazioni preziose. Parlano gli investigatori in prima linea nel contrasto ai signori delle stragi  –  di  
“Le due barche dovrebbero partire stanotte, domani o dopodomani”. C’è anche l’indicazione del porto, Rasheed, vicino ad Alessandria d’Egitto, noto snodo del traffico di migranti. C’è persino il nome del capitano che si appresta a tentare la traversata, nonché l’indicazione di un negozio dove sono raccolti i “passeggeri”.
Tradotto: spesso le autorità italiane sanno dei barconi in arrivo ancora prima che salpino verso le nostre coste, magari per colare a picco trascinandosi dietro il loro carico umano, come è accaduto più volte la scorsa settimana. Con un bilancio di 880 morti, secondo l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr).
La segnalazione riservata, che ilfattoquotidiano.it ha potuto consultare, è una delle tante. Risale al 16 maggio ed è stata raccolta e diramata dalla centrale operativa della Guardia costiera – Maritime Rescue Coordination Centre Rome, che fa capo al ministero delle Infrastrutture – a diversi comandi e centri investigativi coinvolti nel contrasto al traffico.
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L’Italia ha molte informazioni sui movimenti via terra, sui porti di partenza in Egitto e in Libia, sulle grandi organizzazioni criminali che lucrano sulla pelle di chi cerca fortuna in Europa. Ma non riesce a fare molto di più che soccorrere i migranti in mare e arrestare un po’ di scafisti, l’ultimo anello della catena criminale.
Anzi, come dimostrano le carte delle inchieste, i trafficanti rassicurano i loro “clienti” spiegando loro che dal mare sarà lanciato un Sos e l’ultima parte del viaggio sarà a carico dalla Marina militare italiana.
Complici la chiusura delle frontiere in Europa e l’arrivo della bella stagione – è la facile previsione degli investigatori impegnati sul campo – le traversate continueranno ad aumentare. In inverno non si sono certo interrotte, ma in queste settimane si sono registrati flussi  tra 1.300 e 2000 arrivi al giorno, calcola un investigatore.
Le armi per affrontare la (perenne) emergenza, però, sono sempre più spuntate.
“In primavera abbiamo registrato diversi sbarchi provenienti dalla Turchia, ma Istanbul non collabora”, spiega il sostituto procuratore Rocco Liguori della Direzione distrettuale antimafia di Catania, da anni impegnato nelle indagini sul traffico. Nell’indifferenza generale, il 17 maggio ha chiesto pene pesanti per i due scafisti di un naufragio da 800 morti, avvenuto il 17 aprile 2015 e considerato la strage più grave del Mediterraneo sul fronte dell’immigrazione.
Quanto all’Egitto, il caso Regeni fa scuola: a parole pronto a collaborare, nei fatti un muro impenetrabile.
Quando le indagini riescono a individuare i boss del traffico internazionale, “le nostre rogatorie restano senza risposta”, afferma Liguori. Eppure da lì “partono mercantili con centinaia di persone a bordo e il pilota automatico bloccato sulla rotta verso l’Italia”. Una vera e propria industria locale su vasta scala, con tanto di cantieri navali e compravendite di vecchie barche da pesca da riconvertire al trasporto di esseri umani.
Un settore economico florido che evidentemente le autorità del Paese “amico” non hanno grande interesse a contrastare (nella mappa sotto, i nodi del traffico di migranti censiti da Europol). Anzi, fra gli investigatori è diffusa la convinzione che molte ruote vengano unte in loco perché gli occhi di chi dovrebbe vigilare restino chiusi. Con la Libia, poi, i canali di collaborazione ufficiali sono addirittura impossibili, dato il caos politico e militare.
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Per di più, continua il magistrato, con la fine dell’operazione Mare nostrum “non riusciamo più a essere incisivi nella lotta alle organizzazioni internazionali, e da parecchio tempo non riusciamo ad avviare un’indagine su vasta scala”.
Come quelle che negli anni passati hanno portato a individuare grandi boss come Fuad Abu Hamada, siriano che opera ad Alessandria d’Egitto, Hanafi Ahmed Mohamed Farrag, egiziano della zona di Kafr el Sheik, Ermias Ghermay, etiope a capo di una multinazionale del traffico di migranti, Jamal Saoudi, libico basato a Zuwara…
Tutti accusati di aver fatto arrivare illegalmente in Italia migliaia di persone. E di aver lasciato, nelle traversate finite male, centinaia di cadaveri in fondo al mare. Tutti ricercati dalla giustizia italiana, ma di fatto protetti dalle autorità dei loro Paesi. “Le attuali missioni internazionali FrontexMare sicuroEunavfor-Med si occupano solo di soccorso in mare ma non di indagare sulla filiera del traffico.
E visto che partecipano anche navi di altri Paesi europei, i nostri investigatori potrebbero incontrare problemi di giurisdizione. Con Mare nostrum, invece, avevano sommergibili, droni, velivoli d’alta quota che registravano immagini e video fino alle coste egiziane”.
Non è un particolare da poco: il 90% dei migranti che arrivano illegalmente in Europa si appoggia a uno di questi network criminali, si legge in un rapporto di Europolpubblicato il 17 maggio, garantendo un fatturato di 5-6 miliardi di dollari nel 2015. “In Turchia, Libia ed Egitto l’attività si sta sempre più concentrando nelle mani dei gruppi criminali più grandi”. Inoltre 22o trafficanti identificati nello stesso anno sono risultati coinvolti in altre attività criminali, dalla droga ai documenti falsi allo sfruttamento del lavoro.
E anche se finora non ci sono prove evidenti, “i terroristi potrebbero usare le risorse dei trafficanti di migranti per raggiungere i loro obiettivi”.
L’agenzia di polizia europea stima che in Libia ci siano “attualmente 400mila migranti”, a cui se ne aggiungono altrettanti “potenzialmente in arrivo nel Paese dal Medio oriente e dalla regione del Sahel“. Fanno un totale di “800mila persone che cercheranno di raggiungere l’Unione europea”.
Si scrive Unione europea, si legge per lo più Italia e Grecia. “Sono chiuse le frontiere nei Balcani, è chiusa l’Austria, ma i siriani che alla luce del patto siglato con l’Unione europea stanno ora in Turchia vogliono lasciare il Paese”, osserva il sostituto commissario Carlo Parini, capo del Gruppo interforze di contrasto all’immigrazione clandestina (Gicic) della Procura di Siracusa, coordinato dal sostituto procuratore Antonio Nicastro.
“Da aprile abbiamo registrati diversi sbarchi in Puglia, Calabria e Sicilia orientale, tutti provenienti dalle coste turche“, racconta. I siriani, in media più ricchi dei migranti africani, arrivano in aereo fino al Cairo e poi si imbarcano dalla zona di Alessandria d’Egitto, da Rasheed (il porto indicato nell’informativa che ilfattoquotidiano.it ha potuto leggere), da Abukir…”.
Diminuscono, secondo Parini, gli arrivi dalla Tunisia, “forse perché sono stati rafforzati i controlli al confine con la Libia”. Dall’ex regno di Gheddafi i viaggi continuano, in particolare con gli ormai famosi gommoni usa e getta incollati alla buona con materiale scadente importato dalla Cina (sempre a proposito dell’indotto del traffico di migranti), “con meno imbarchi a Zuwara e più nella vicina Sabrata“, da dove sono partiti i migranti naufragati – secondo le testimonianze degli scampati  il 26 maggio, una tragedia in cui hanno perso la vita tra circa 500 persone. Spostamenti dovuti probabilmente a mutati equilibri militari nella zona.
Chiuse le frontiere nei Balcani, chiusa l’Austria, ma i siriani ora in Turchia vogliono andarsene. E si apre una nuova rotta verso l’Italia
In dieci anni di attività, con pochi mezzi e scarsa attenzione dal Viminale, il Gcic ha accumulato un grande patrimonio di conoscenze su rotte, porti di partenza, scafisti, trafficanti. Con le vedette della Guardia costiera, la squadra di Parini era spesso la prima a montare sulle navi abbordate in mezzo al mare, a interrogare i migranti e a individuare gli scafisti, grazie ad alcuni ausiliari di origine maghrebina.
Una collezione di informazioni che permetteva poi di risalire a chi tirava le fila del traffico. Anche se poi restava lo scoglio della Procura generale del Cairo dove le richieste di rogatoria si sono infrante. Ma – conferma il sostituto commissario – ora andare avanti si fa difficile.
Nelle nuove missioni è protagonista la Marina militare, “che non ha poteri di polizia giudiziaria e non raccoglie le prove che ci interessano, per esempio immagini ravvicinate di scafi e persone, o ispezioni accurate a bordo”. Inoltre, mentre negli anni passati gran parte dei migranti soccorsi venivano sbarcati nei vicini porti di Catania,Augusta e Pozzallo, “le nuove disposizioni coinvolgono scali come Trapani, Palermo, Cagliari”.
Fuori dalla portata del Gicic (che per inciso, non è dotato neppure di un’auto di servizio). In più, per ordine del ministero dell’Interno, le persone sbarcate “vengono spostate nel giro di un’ora verso i centri di accoglienza, cosa che rende difficile la raccolta delle testimonianze, fondamentali per approfondire le indagini. Di alcuni sbarchi non riusciamo a sapere quasi nulla”.
Dietro i migranti ci sono i flussi economici. E l’Isis può approfittarne”, spiega l’analista di Europol
Il contrasto al traffico di migranti in cerca dell’Europa è rimasto finora sostanzialmente sulle spalle degli italiani, ma dal marzo 2015 Europol è impegnata nell’operazione Jot Mare, focalizzata sulla raccolta, l’analisi e lo scambio delle informazioni sul traffico internazionale di migranti: l’identità degli scafisti, i lidi di imbarco e sbarco, i mezzi di trasporto, i telefonini, l’attività sui social network dei soggetti individuati (in diverse indagini la vanità su Facebook ha permesso di identificare i trafficanti e di approfondire la loro rete di relazioni).
Nella banca dati dell’agenzia di polizia europea finiscono anche dati provenienti da Paesi di partenza dei migranti, se questi hanno rapporti di collaborazione con singole polizie europee. “Non siamo invasi dai siriani”, afferma un analista di Europol che preferisce restare anonimo, “l’incremento dei flussi riguarda l’Egitto e dunque i cosiddetti migranti economici”. Lo stesso vale per la Libia, dove esistono “cittadelle, non solo sulla costa, dove i migranti vengono ammassati in attesa della partenza”.
Un grande business in cui sono in tanti – forse troppi – a guadagnarci. “Dietro i flussi di migranti ci sono flussi economici”, conclude l’analista di Europol. “E anche l’Isis può approfittarne”.
fonte ilfattoquotidiano.it
http://www.nuovaresistenza.org/2016/06/01/migranti-le-barche-partono-stanotte-segnalazioni-e-inchieste-ma-nessuno-ferma-i-trafficanti-il-fatto-quotidiano/

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