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sabato 30 novembre 2013

Massimiliano e Salvatore, una condanna già scritta ?


Il dott. de Mistura ieri ha raccomandato di non dare credito alle notizie che arrivano dall’India, ma non ha fornito altri elementi di conoscenza su quanto sta accadendo intorno a Massimiliano e Salvatore.

Il Ministro degli Esteri non ci dice di più. Solo affermazioni del tipo “ Non è accertata l’innocenza dei due Marò”, “auspichiamo un processo rapido ed equo”, “saranno a casa per Natale” dimenticando di esplicitare l’anno, “è esclusa la pena di morte e non dico altro”. Una serie di dogmatiche affermazioni prive di qualsiasi motivazione, quasi a trasmettere il messaggio: se lo dico io …..!

I cittadini comuni, quindi, tutti coloro che non sono illuminati dalla “sapienza” istituzionale e politica e non hanno altri riferimenti, non possono che trarre conclusioni facendo riferimento a ciò che solo la stampa indiana ci propone.

L’India ci dice che   la NIA avrebbe rilevato nel proprio rapporto che i nostri Fucilieri di Marina non hanno rispettato le comuni procedure, quali  avvertimenti con la voce, fuoco dissuasivo e quanto altro necessario per indurre il possibile avversario a recedere nelle proprie intenzioni.

 Frasi preoccupanti quelle che dovrebbero essere state scritte a conclusione del rapporto investigativo, come ci informa un’ANSA di oggi da Delhi. "Allorchè una unità sospetta si avvicina - ha dichiarato la fonte - dovrebbero essere utilizzati altoparlanti e sparati colpi di avvertimento. Ma in questo caso non sono state seguite le regole. C'erano undici pescatori sulla St. Antony quando i fucilieri di Marina italiani gli hanno sparato contro". "solo due di essi - Ajesh Binki e Jelestine - sono stati colpiti mentre erano ai comandi del peschereccio. I rimanenti nove dormivano al momento in cui e' avvenuto l'incidente".  

La fonte ha concluso che a suo avviso i due sono stati uccisi in una sorta di tiro al bersaglio, colpiti uno in fronte e l'altro al cuore, colpi che si sono rivelati “istantaneamente letali".

Affermazioni gravissime che ci piombano addosso assolutamente imprevedibili, conseguenza di un vuoto comunicativo sicuramente non rispettoso delle più elementari regole di democrazia. Qualcosa che palesemente coglie di sorpresa anche chi avrebbe dovuto averne sentore, se non altro per aver seguito la vicenda fin dall’inizio. Dimostrazione che forse non si è riusciti in 22 mesi nemmeno a creare un network locale che permettesse di ottenere informazioni preventive anche “off record”, essenziali ed indispensabili per decidere come affrontare l’evolversi della situazione ed  applicare corrette contromisure.

La vicenda sembra precipitare, le notizie si accavallano inducendo pessimistiche previsioni. Si conferma solo quanto a suo tempo intuito dalle affermazioni del Vice Ministro Pistilli che poco dopo il suo insediamento  ci informava di “regole di ingaggio” concordate e condivise con l’India. Se la condivisione era quella di una condanna rabbrividiamo,  anche nella ipotesi che in questi giorni sembra essere caldeggiata da fonti non meglio collocate, di una “colpa non dolosa” dei due militari.

Sbigottimento ancora più marcato nel momento che si è lasciato il diritto di giudicare a chi non lo aveva, cedendo sovranità e credibilità internazionale magari solo per poter un giorno pronunciare slogan del tipo “ abbiamo scongiurato il peggio, siamo stati bravi”.

Un’ipotesi non troppo azzardata, visto come la vicenda specifica è stata fino ad ora accettata e gestita in particolare dal 22 marzo in poi

Fernando Termentini, 30 nov. 2013 - ore 12,30
 

martedì 26 novembre 2013

L’attenzione della diplomazia italiana sempre più lontana dalla vicenda dei due Marò


Il 23 novembre a Roma migliaia di  cittadini ITALIANI che ancora credono nel loro Paese, nella democrazia, nello Stato di Diritto e nella sovranità nazionale, hanno manifestato la loro solidarietà a Massimiliano e Salvatore in ostaggio dell’India da 640 giorni.
 
Famigliari dei due Fucilieri di Marina, amici, reduci di tutte le Forze Armate, semplici cittadini si sono riuniti sotto la pioggia battente ed hanno sfilato compostamente per il centro di Roma, inchinandosi rispettosamente di fronte all’Altare della Patria che per costoro è ancora il simbolo sostanziale della Nazione,  intesa come la terra che custodisce le tradizioni, la cultura e le spoglie dei propri avi.

Significativa presenza di tantissima gente esaltata dall’altrettanta significativa assenza di rappresentanti istituzionali o loro delegati che a prescindere dalla loro appartenenza politica abbiano partecipato per dimostrare solidarietà ad altri italiani e la loro compartecipazione alla situazione di disagio di due cittadini italiani che hanno scelto la professione di dedicare la loro vita al Paese, i Fucilieri di Marina del San Marco, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone.

Il giorno dopo solo qualche testata giornalistica, peraltro con modesto spazio, ha informato di quanto era accaduto a Roma. Significativa, invece,  l’analisi che ci ha proposto ieri  Gianandrea Gaiani nella testata online la “Nuova Bussola Quotidiana”. Parole pregne di italianità ed avulse da qualsiasi sudditanza politica ed istituzionale, un volo d’uccello che ci ha ricordato tutta l’inerzia istituzionale e diplomatica che ha contraddistinto l’intera vicenda, unica nella storia internazionale a non essersi conclusa dopo 22 mesi.

L’amico Gianandrea ripercorre le vicende stigmatizzando i punti oscuri delle stesse che anche noi in passato e di volta in volta abbiamo prospettato. Dubbi sul perché non si sia attivato un arbitrato internazionale lasciato in eredità dal precedente Governo all’attuale esecutivo, mai portato avanti per valutazioni non chiare e comunque in contrasto con il pensiero della maggior parte di esperti di diritto internazionale.

La sudditanza ripetuta di due Governi nei confronti dell’India e la ormai palese scelta dell’attuale Esecutivo di raggiungere un obiettivo minimo, quello rappresentato da una modesta  condanna dei due Fucilieri di Marina, colpevoli solo di aver scelto di servire lo stato indossando un’uniforme e di non aver garantiti dal Paese i diritti elementari loro spettanti, primo fra tutti quello dell’immunità funzionale.

L’essersi limitati il 12 novembre a far partecipare alla Conferenza internazionale Asia - Europa un Funzionario del MAE piuttosto che un Vice Ministro o un Direttore Generale. Il rappresentante italiano in questa occasione ha stigmatizzato l’importanza della lotta alla pirateria ma non ha richiesto di bloccare i rapporti economici UE - India fin tanto che non si fosse risolta la vicenda dei due Marò alla quale, peraltro, sono state dedicate modeste parole.

Inerzia sempre di più ingiustificata e che si trascina da 22 mesi, in particolare dal quel fatidico 22 marzo in cui i due militari sono stati estradati per la terza volta in uno Stato che prevede nel suo ordinamento la pena di morte, nel più assoluto dispregio dei vincoli costituzionali e di precisazioni della Suprema Corte in materia.

Solo una mediocre ed opaca azione del Commissario di Governo de Mistura, accompagnata da un formale interessamento del Ministro degli Esteri Bonino che il 22 novembre ci dice attraverso il TG2 che il Governo segue la vicenda “con intensità straordinaria perché è una vicenda straordinaria”. Un impegno quindi imposto dalla complessità degli atti e non dalla sorte di due cittadini italiani ai quali è stato negato ogni diritto internazionale e pattizio. Una Bonino in quell’occasione impegnata anche a precisare che segue “con altrettanta attenzione 10 mila casi di italiani in difficoltà all’estero di cui 3120 in carcere e 400 bambini che non hanno rapporti con le loro famiglie”.

Lo stesso Ministro che il 19 settembre affermando “ non è accertata l’innocenza dei due Marò” ha dimenticato di essere una rappresentante istituzionale di uno Stato di Diritto in cui non è l’innocenza che deve essere dimostrata ma la colpevolezza e che il 22 novembre è stata colpita da un’altra amnesia. Le è sfuggita la differenza fra un cittadino qualunque arrestato all’estero per reati comuni e due militari che vengono imputati per qualcosa che dovrebbe essere avvenuto mentre loro operavano per conto e su ordine dell’Italia.
 
La rappresentante della Farnesina parla di dignità quando afferma che l’obiettivo di questo Governo è quello di “di risolvere la situazione in dignità”, ma a noi sorge lo stesso dubbio che ci prospetta nel suo articolo l’amico Gaiani :  La dignità di chi?

Fernando Termentini, 25 novembre 2013 - 16,00
 

Fonte : Nuova Bussola Quotidiana - “A Roma si manifesta, ma i Marò restano in India” (Gianandrea Gaiani) ,  http://www.lanuovabq.it/it/articoli-a-romasi-manifestama-i-marorestano-in-india-7807.htm


 

 

domenica 29 settembre 2013

I due Marò : anche questo accade in Italia

L’articolo 1 della Costituzione italiana cita testualmente “ L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. “

Parole a base della nostra storia democratica troppe volte disattese dimenticando che democrazia (dal greco δῆμος (démos): popolo e κράτος (cràtos): potere, Wikipedia ndr) significa esattamente un sistema di governo in cui la sovranità è esercitata, direttamente o indirettamente, dall'insieme dei cittadini.

Un concetto che ha trovato una propria espressione storica tutte le volte che si è voluto dare “voce” al popolo perché esprimesse liberamente il proprio pensiero da cui trarre spunto per governare. Una possibilità concretizzabile solo concedendo spazio al confronto nel massimo rispetto delle posizioni reciproche anche se non condivise.
I moderni sistemi di comunicazione potrebbero facilitare questo contraddittorio fra la base e le Istituzioni. Uno fra tutti il social network Facebook, moderna  rappresentazione della ”Agorà”, la piazza principale dove la gente poteva esprimere la “polis”, il luogo della democrazia per antonomasia, sede delle assemblee dei cittadini che vi si riunivano per discutere i problemi della comunità e decidere collegialmente sulle leggi.
Un  moderno strumento, attraverso il cui ridare la parola ai cittadini e riconsegnare loro il “diritto di mugugno” che rappresenta da sempre il link naturale per riavvicinare il popolo alle Istituzioni, rendendo possibile  il confronto con coloro che sono stati delegati dalla sovranità popolare a gestire le sorti del Paese. Una speranza che ieri veniva confermata dai fatti quando improvvisamente ho preso coscienza e conoscenza che forse si apriva una finestra sulla vicenda di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone e per tutti gli altri cittadini italiani (forse qualche decina) lasciati nelle mani di Stati terzi con una scarsissima se non assente attenzione dell’Italia.

Una fiducia suscitata dall’improvvisa ricomparsa su FB di una pagina titolata al Ministro degli Esteri Emma Bonino (https://www.facebook.com/pages/Emma-Bonino/9005388225?ref=stream), presentata dalla stessa con parole che inducevano ottimismo “Sono contenta di avere questa opportunità di confronto con voi. Vorrei  rispondere a tutti, ma purtroppo non ho sempre il tempo di farlo. Vi chiedo quindi di comprendere e avere pazienza. Per parte mia cercherà di fare del mio meglio.

Una sorpresa rassicurante per tutti coloro che come me hanno seguito le sorti dei due Fucilieri di Marina nel corso degli ultimi 19 mesi. Una pagina dove peraltro i primi spazi di discussione erano dedicati ai lavori dell’ultima Assemblea delle Nazioni Unite ed all’impegno della Farnesina  per la soluzione del caso d’Alessandro. Immediati quindi i commenti di chi come me chiedeva notizie sulla sorte dei due Fucilieri del S.Marco e del perché si fosse deciso di non portare avanti l’arbitrato internazionale.

Il tutto con toni assolutamente educati, senza polemica di sorta, solo incisività determinata dall’affetto nei confronti dei due Fucilieri di Marina. Ci aspettavamo quindi delle risposte costruttive come ci aveva abituato l’ex Ministro Terzi nella sua pagina di FB. Un sereno confronto di idee, uno scambio di pareri, anche su posizioni diverse ma senza appropriarsi dell’esclusività gestionale dei post da parte dell’intestatario della pagina.

In questo caso invece una reazione totalmente diversa. Pressoché tutti gli interventi dei cittadini sono stati rigettati con prese di posizione permeate da sofismi inconcludenti e da giudizi di “off topic” attribuiti a coloro che si proponevano nella pagina del Ministro.  Una gestione  assolutamente poco comprensibili nel momento che il Ministro Bonino si era presentata con le parole  “Sono contenta di avere questa opportunità di confronto con voi”.  

Una dichiarazione di intenti sconfessata quindi dai fatti e non solo dalle parole in quanto gli oltre 50 commenti sono spariti dal Web, cancellati con un’azione di censura assolutamente improponibile in un Paese democratico (o forse non li trovo più io a causa delle mie scarse conoscenze informatiche).

In questo modo è stata cancellata l’opportunità di qualsiasi confronto come i cinquanta post scomparsi avrebbero forse dimostrato, commenti comunque raccolti e conservati, alcuni dei quali anche pubblicati sul Web http://alfredodecclesia.blogspot.it/2013/09/guai-nominare-i-maro-alla-bonino.html?spref=fb. Sono stati cancellati dalla “bacheca che li ospitava  ma esistono ed evidenzieranno sempre l’approccio incomprensibile di chi dovrebbe essere deputato a gestire relazioni internazionali.

Signor Ministro, prendiamo atto della Sua decisione di gestire la pagina come meglio crede. L’aver  cancellato o messo da parte i commenti a cui faccio riferimento è una scelta come tante altre, ma almeno se ancora crede nel confronto democratico tante volte da Lei richiamato,  apra uno spazio sui due Marò e ci dia la possibilità di esprimere democraticamente il nostro punto di vista.

Altrimenti parlare di democrazia è un ripetere solo parole come quelle che ci sentiamo reiterare  da Lei su una soluzione (processo) per Massimiliano e Salvatore “equo e rapido”, mi permetto di dire pleonastiche ed insopportabili dopo più di 600 giorni dall’inizio della vicenda.

Fernando Termentini
29 settembre 2013, ore 14,30


venerdì 20 settembre 2013

La vicenda Kazaka, l’altra faccia della medaglia del caso Marò

Alcune emittenti televisive in questi giorni hanno rilanciato un messaggio di Alma Shalabayeva e della sua bimba, moglie e figlia del dissidente kazako Ablyazov,  prelevate a Roma e consegnate al dittatore Nazarbayev, che auspicavano un immediato rientro in Italia dopo un’espulsione a dir poco affrettata.

Un’uscita in video dopo settimane di silenzio istituzionale successivo all’espulsione, nel rispetto delle migliori tradizioni italiane, rafforzate nel caso kazako e nella vicenda dei due Marò. In ambedue i casi i vari livelli istituzionali interessati alla vicenda “o non sapevano o se sapevano erano momentaneamente impegnati in altro” e chiedono silenzio per non “innervosire” le controparti.  

Nel caso kazako gli Interni, gli Esteri e la stessa Presidenza del Consiglio erano all’oscuro di tutto, così come per i fatti dei due Fucilieri di Marina non erano noti gli accordi bilaterali sottoscritti con l’India a tutti coloro che a livello istituzionale stanno seguendo il  problema. In ambedue le vicende, poi, le dichiarazioni di rappresentanti istituzionali  rilasciate  alla stampa immediatamente dopo  venivano sconfessate in Parlamento.

Solo per ricordare, nel caso dei due Marò l’11 marzo l’AGI batte un’agenzia con dichiarazioni del dott de Mistura che informa che Massimiliano e Salvatore non sarebbero stati rimandati in India, decisione concordata fra i Ministri interessati alla vicenda e con la precisazione “siamo tutti nella stessa posizione, in maniera coesa e con il coordinamento di Monti”. Qualche giorno dopo il Senatore Monti in Parlamento smentisce la sua approvazione alla decisione presa.

Nei fatti che riguardano Alma Shalabayeva poche le differenze. Un Ministro dell’Interno che “prende atto della vicenda” perché non informato. Il Ministro degli Affari Esteri che solo dopo alcuni giorni dall’evento si limita a rilasciare un’intervista al “Il Messaggero” definendo l’incidente  “anomalo” . La Presidenza del Consiglio che comunica che “Rispetto a quanto apparso sulla stampa circa la vicenda della cittadina kazaka Alma Shalabayeva, il Presidente del Consiglio, Enrico Letta, ha immediatamente chiesto di avviare una verifica interna agli organi di Governo che ricostruisca i fatti ed evidenzi eventuali profili di criticità”. 

A fattor comune dei due casi gli interessi economici hanno avuto la prevalenza su tutto, accompagnati anche dall’azione di altri Stati con interessi contrastanti con quelli italiani e che, come emerge da fonti diplomatiche internazionali, sono stati pronti ad approfittare della situazione per incidere sulla visibilità italiana in ambito internazionale.

Risorse energetiche  nel caso kazako, contratti per commesse militari e civili in quello indiano. Un Financial Times che, forse su input dell’intelligence inglese non informata su fatti che riguardavano congiunti di un dissidente a cui Londra aveva riconosciuto i diritti di rifugiato politico, attiva i mass media italiani che danno immediata rilevanza alla vicenda di Alma Shalabayeva. Lo scandalo di Finmeccanica nella fornitura di elicotteri all’India, con ogni probabilità orchestrato e gestito dall’ Inter Intelligence Service (ISI) pakistano preoccupato che Delhi potesse disporre di velivoli da combattimento in grado di garantire il controllo del Kashmir.

Il tutto affrontato con un approccio “furbesco” confidando nella “beneficienza indiana” nel caso dei due Marò e nella vicenda della Shalabayeva per compiacere Nazarbayev,  il Presidente kazako.

Strategie non vincenti, però,  gestite in ambedue i casi con burocratica lentezza e scegliendo di non affidare in ambedue gli eventi il coordinamento unico al MAE che per mandato istituzionale dovrebbe rappresentare la massima expertise nella gestione di vicende internazionali complesse e destinate ad avere una grossa risonanza pubblica.

Per quanto noto, infatti, nella vicenda kazaka ha agito in completa autonomia la Questura di Roma e nel caso dei due Marò l’allora Ministro della Difesa e l’Armatore, almeno per quanto attiene alle decisioni di far rientrare la nave nelle acque territoriali indiane ed alla sottoscrizione degli impegni con l’India sulla garanzia che, all’occorrenza,  anche gli altri componenti del NMP fossero interrogati.

Ma forse una soluzione è possibile, almeno per risolvere - in tempi brevi ed equi - le problematiche che ancora impediscono il rientro in Italia di  Alma Shalabayeva e della sua bimba. Ci viene offerta dall’esperienza maturata in questi 19 mesi in cui l’Italia ha lasciato in ostaggio dell’India due propri militari.

Distacchiamo in Karzakistan il dott. De Mistura che ormai sembra abbia avviato ad una sicura soluzione i problemi relativi ai due Marò che sono ancora a  Delhi, ed affidiamogli la mediazione per risolvere il problema con Nazarbayev.


Roma 20 settembre 2013, ore 12,00

domenica 21 luglio 2013

La Farnesina è ancora necessaria ?

DAL BLOG DDI FERNANDO TERMENTINI

Il 19 luglio Ezio Mauro pubblica sul quotidiano ”La Repubblica” un articolo sulla vicenda dei due Marò  titolato  “L’Italia cede alla condanna pur di farli tornare presto a casa”

Con assoluta modestia  mi permetto di non concordare sul titolo che forse sarebbe stato più appropriato se espresso, ad esempio, con parole, “L’Italia non è in grado di pretendere che i due Marò siano giudicati in Patria e preferisce cedere al ricatto indiano”.

Uno scritto che ci informa fra l’altro “La Bonino spera per Natale. L’India : stiamo superando  gli ostacoli”. Immediata la domanda su quale certezza il Ministro Bonino fonda la sua speranza che Massimiliano e Salvatore ritorneranno a Natale. Se il Suo convincimento deriva da promesse indiane sarei molto cauto nell’accettarne i contenuti.

Sarei, invece, molto confuso se il pensiero del Ministro fosse  indotto dalla sicurezza derivata dalle famose “regole di ingaggio” concordate con l’India come ci ha informato alcune settimane orsono i Vice Ministro Pistilli e si dia per scontato che rientrino con i “ceppi ai polsi” dopo una condanna.

Uno smarrimento che mi spinge a proporre, seppure come soluzione limite, che forse è arrivato il momento che nel quadro del processo italiano di  ”Spending Review”, sia ridotto al minimo il Ministero degli Affari Esteri in considerazione dell’efficacia diplomatica delle sue azioni a fronte di consistenti spese gestionali e funzionali.. Magari, limitarne le funzioni  alla sola gestione amministrativa dei visti turistici o d’affari.

Un’amara considerazione che deriva dalla constatazione  che coloro a cui è affidata l’affermazione della sovranità nazionale all’estero, molla essenziale per amplificare le potenzialità e l’affidabilità nazionale in termini politici ed economici, da tempo dimostrano di prediligere soluzioni di compromesso piuttosto che di fermezza.

Nel caso dei due Marò abbiamo accettato l’altalena decisionale e dilazionatoria imposta dall’India, rinunciato ai nostri diritti previsti in ambito Internazionale, non in ultimo astenendoci di affidare il giudizio a parti terze attraverso un arbitrato internazionale. Si è preferito, invece, accettare che a due militari italiani non fosse riconosciuta l’immunità funzionale lasciandoli in ostaggio da più di 500 giorno ad uno Stato terzo.  Scegliere la strada “del minore dei mali” non è vincente nella maggior parte delle controversie internazionali prediligendo un  approccio pragmatico e semplicistico  che può essere accettabile nella gestione politica di piccoli fatti interni, ma sicuramente non  condivisibile quando la controversia coinvolge in bilaterale due Stati sovrani.  

Nei rapporti del Karzakistan, come emerge giorno dopo giorno ed anche confermato dalle parole del Presidente della Repubblica,  abbiamo quasi obbedito alle richieste  di un diplomatico straniero accreditato a Roma senza essere nemmeno preparati a farlo,  se  è vero che nessuno degli apparati dello Stato a cui è affidata la sicurezza nazionale fosse a conoscenza che un “esule” ricercato dall’Interpol vivesse a Roma. In questo caso, nessuna responsabilità della Farnesina,  ma perplessità che dopo quasi un mese il MAE non abbia espresso il “non gradimento” per l’Ambasciatore kazako ed avviato le pratiche di rimpatrio, dandone notizia alla Nazione..

Infine, un agente della CIA catturato a  Panama  in seguito ad un mandato internazionale emesso dall’Italia, dopo appena 24 ore viene rilasciato e riconsegnato al proprio Stato che rivendica giustamente per il suo cittadino “l’immunità funzionale all’epoca dei fatti”.

Forse, anche in questo caso è mancata un’auspicabile azione diplomatica a Panama ed a Washington coordinata da Roma, per ottenere almeno una formale sessione giudiziaria in cui Italia ed USA potessero esplicitare le reciproche motivazioni..

Un pensiero, questo mio, non di critica, non provocatorio, solo l’espressione di massima delusione nei confronti  di uno Stato in cui ho sempre creduto,  servendolo  per 40 anni in Patria ed all’Estero, penso con onore e dedizione.    

21 luglio 2013 ore 16,00

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lunedì 15 luglio 2013

I Pusillanimi non moriranno mai

E’ dal 18 febbraio 2012 che mi occupo insieme a moltissimi cari amici della vicenda di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone e, senza falsa modestia, mi permetto di affermare con una certa assiduità.

 Pochi i risultati oggettivi ottenuti in quanto gli interlocutori principali, Istituzioni Internazionali, rappresentanti istituzionali e politici italiani, sono tessere di un “muro di gomma” difficilmente penetrabile, di ottima fattura e tale da rimbalzare qualsiasi cosa vi impatti !

Da qualche giorno, invece, improvvisamente si è scatenata una “guerra mediatica” che forse dimostra che qualche successo lo abbiamo ottenuto.

Qualcuno è, infatti, sicuramente preoccupato della nostra azione e per agirarla  ha avviato una controinformazione per via Web e non solo, cercando di innescare dubbi ed incertezze sulle responsabilità di Massimiliano e Salvatore.  Qualcosa di accettabile sul piano concettuale se fosse improntato a moderazione espressiva, ad educazione ed, in particolare, al rispetto della persona.

Ma non è così. I detrattori dei nostri marò o chi è impegnato perché la vicenda rimanga sempre più confusa forse per difendere persone od interessi che potrebbero rappresentare serio imbarazzo qualora il “vaso di pandora” fosse improvvisamente scoperchiato, offendono la dignità dell’uomo.  Ricorrono a parole, aggettivazioni, esplicitazioni di concetti, assolutamente offensivi della persona e tali da colpire anche e soprattutto le famiglie dei nostri militari.

Non è un giudizio esagerato il mio. Per dimostrarlo propongo il link di questi gruppi improvvisamente apparsi si FB, https://www.facebook.com/groups/241715115959453/ e https://www.facebook.com/pages/I-2-Marò-Fuggitivi-e-Vigliacchi/426774004071743. Questo ultimo, dopo le nostre segnalazioni, sembra essere stato per ora depennato.

Oggi è accaduto qualcosa di nuovo che mi rende felice.  Sono stato infatti avvertito da molti amici di FB ed altri che qualcuno ha aperto un account “flash” a nome “Fernando Termentini” senza immagine, che compare e  scompare sulle  bacheche con parole ingiuriose nei confronti dei due Marò e, peggio, invitando a mio nome a cliccare “mi piace” sulle pagine di cui sopra o su altre simili.   

La mia soddisfazione non deriva né da autolesionismo né  tantomeno da  masochismo. Piuttosto dalla convinzione che i mie sforzi, I NOSTRI SFORZI, stanno raggiungendo risultati. Quello che sta avvenendo dimostra, infatti, che abbiamo colto al segno, stiamo suscitando preoccupazione in chi vuol mantenere la vicenda coperta da una nube di incertezza per scopi ancora non chiari, forse solo per proteggere se stesso.  

Costui o coloro sono comunque pusillanimi che dimostrano la propria pochezza nell’anonimato e sfruttano la buona fede degli altri. Un comportamento che se consigliato da convinzioni politiche evidenzia la pochezza dei contenuti delle stesse e la malafede in chi tenta di portarle avanti.

Se invece suggerito da procedure di contromisure di qualsiasi natura, evidenzia pressapochismo, immaturità e mancanza di professionalità nello gestire un problema importantissimo e che più di altro aiuta a comprendere  perché i due Fucilieri di Marina sono ancora in ostaggio dell’India.

Chi vuole continui pure su questa strada, almeno a me non intimorisce, anzi mi invita ad essere ancora più incisivo, lo invito solo di lasciare in pace Massimiliano Latorre e Salvatore Girone e le loro famiglie.


15 luglio 2013  - ore 12,45

venerdì 5 luglio 2013

Marò, governo: intensificare azione per soluzione equa rapida

Marò, governo: intensificare azione per soluzione equa rapida



NATURALMENTE NON MI ASPETTO NESSUNA RISPOSTA, IO SONO SEMPLICEMENTE UN CITTADINO, NON SONO UN IMMIGRATO, PROFESSO IL SESSO CHE LA NATURA MI HA ASSEGNATO E SONO DI PELlE BIANCA. SONO SOLO UN ITALIANO E COMUNQUE CHIEDO !Ma il Ministro Bonino ed il dott De Mistura che hanno date rassicurazioni certe e ripetute su un processo "equo e rapido" dando per certo il processo a luglio (forse hanno dimenticato di precisare l'anno) non dicono nulla o sono ancora in apnea sotto la sabbia. Il Vice Ministri Pistelli perché non ci chiarisce sui contenuti delle regole di ingaggio stabilite con l'India. E' assolutamente vergognoso per l'Italia ed offensivo per gli italiani che vengono usati da certa gente. Ma che fine a fatto l'ex Onorevole Bonino strenuo difensore dei diritti umani ? Non è un diritto umano essere giudicati secondo le leggi ? Vomitevole ed ancora non si sono accorti che il problema quasi certamente sta nelle scelte delle persone a cui è stato affidato il caso e che forse Lutwack ha ragione ?

 

giovedì 4 luglio 2013

La vittoria di Pirro


DAL BLOG DI FERNANDO TERMENTINI
http://fernandotermentini.blogspot.it/

Una battaglia vinta a un prezzo troppo alto per il vincitore è generalmente definita “una vittoria di Pirro”. Un detto che si richiama a re Pirro dell'Epiro, che sconfisse i Romani a Eraclea e Ascoli Satriano,  rispettivamente nel 280 a.C. e nel 279 a.C.,sostenendo perdite così alte da essere in ultima analisi incolmabili, e condannando il proprio esercito a perdere la guerra pirrica.

 Il termine “vittoria di Pirro” è entrato nell’uso comune anche se  associato a una battaglia militare per rappresentare, in analogia,  situazioni in cui apparentemente si è raggiunta un successo  ma di fatto il prezzo pagato è talmente alto che l’aver vinto non ha significato e potrebbe anche rappresentare una sconfitta anziché una vincita. 

Un concetto valido  negli affari, nella politica, nella giurisprudenza o nello sport per descrivere una lotta dove il vincitore ne esce sostanzialmente male conseguendo una popolarità più apparente che reale e concreta.  

La più clamorosa vittoria di Pirro dell’era moderna è quella che si accinge a vincere l’Italia per ottenere che l’India restituisca due cittadini italiani indebitamente tenuti in ostaggio da 500 giorni.

Una successo ottenuto rinunciando alla propria dignità nazionale, senza avvalersi di ricorrere ad arbitrati terzi come quello internazionale, perché fosse garantito quanto il Diritto Internazionale prevede, ma accettando, invece,  che uno Stato Terzo prevarichi regole universalmente riconosciuto e mai disattese nel corso della Storia.

Immunità diplomatica, immunità funzionale, concetto di acque internazionale, garanzie di difesa dell’imputato sono solo alcuni dei diritti che l’India sta negando all’Italia, il tutto sotto lo sguardo disattento delle Istituzioni, di un’Unione Europea sempre più holding economica e non Federazione di Stati e delle Nazioni Unite  più interessate ad assecondare Delhi anche a danno di antiche e consolidate democrazie come quella italiana.

Probabilmente Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, in un modo o nell’altro, faranno a breve rientro in Italia, magari dopo essere stati condannati da un tribunale che non ha il diritto di esercitare nei loro confronti l’azione penale avendo riconosciuto  la stessa Suprema  Corte di Delhi che gli eventi forzatamente attribuiti ai due marò italiani sono avvenuti in acque internazionali.

Sono certo che qualcuno si stia preparando a brindare al successo proponendosi all’opinione pubblica come il “salvatore della Patria” , un maestro nelle mediazioni internazionali ma che, invece, sarà un perdente come lo fu Pirro ad Eraclea.

In una mediazione internazionale, infatti, non si può definire successo l’aver ottenuto il rilascio dei  due Marò, dopo aver pagato il  “riscatto”  cedendo sovranità nazionale.

4 luglio 20\3 - ore 09.00

 

martedì 2 luglio 2013

Due militari italiani in ostaggio dell’India


DAL BLOG DI FERNANDO TERMENTINI


 Venerdì prossimo il Ministro della Difesa ha annunciato una riunione fra i Ministri Interessati e si auspica il Presidente del Consiglio per affrontare la vicenda dei due marò. Un impegno annunciato come prioritario all’atto dell’insediamento dell’Esecutivo ma che di fatto sembra partire solo dopo circa 60 gg di maturazione !  Speriamo che sia la volta buona e sia ridata la libertà a due innocenti e dignità all’Italia.

Per ricordare i fatti ripropongo qualcosa pubblicato a gennaio del 2013, a circa un anno dagli eventi per sottolineare che nulla è cambiato da allora anzi è peggiorato

 
31 gennaio 2012 :
Fra due  settimane sarà trascorso un anno dal momento in cui i nostri Marò sono stati catturati con l’inganno dall’India e costretti a subire uno stato di detenzione seppure in libertà vigilata. 365 lunghi giorni ed ancora non si intravede la soluzione del problema. Di nuovo una cortina impenetrabile è calata sulla vicenda garantita dal silenzio tombale dei mezzi di informazione e delle Istituzioni.

Una precedente ricostruzione del Ministro Terzi titolata “Marò in India, ricostruzione del Ministro Terzi”, ripresa e pubblicata domenica 27 gennaio su “Altrainformazione” http://alfredodecclesia.blogspot.it/2013/01/maro-in-indiaricostruzione-del-ministro.html?spref=fb) dopo 12 mesi ripropone   una serie di quesiti su aspetti ancora non del tutto chiari, che invece meriterebbero un maggiore approfondimento  per capire esattamente cosa sia successo il 15 febbraio 2012.  

Ci dice il Ministro che “…., le autorità indiane hanno chiesto via radio al comandante della Enrica Lexie di dirigersi verso il porto di Kochi (India, Stato del Kerala), precisando che avevano arrestato alcuni sospetti pirati e necessitavano di una collaborazione per identificare gli autori dell'attacco.” Comunicazione del Centro di coordinamento per la sicurezza in mare di Bombay che è risultata immediatamente falsa ed ingannevole e come tale considerata reato penale dal Diritto Internazionale marittimo. Un’occasione forse da non perdere per sottoporre i fatti alla valutazione  delle strutture giuridiche internazionali, ma l’Italia ha preferito scegliere l’approccio del low profile.  

Possiamo ancora leggere, “…..decideva di dirigere in porto, informando di questa sua decisione il Centro operativo interforze della Difesa,….”. Anche il Ministro De Paola ha ammesso, con la risposta scritta 4-070507 ad un’interrogazione presentata alla Camera che “……l’autorizzazione  a procedere verso le acque territoriali indiane è stata data dalla compagnia armatrice, una volta contattata dal comandante della nave. Ciò, tuttavia, per la presenza di NPM a bordo, è avvenuto a seguito di preventiva informazione della catena di comando militare nazionale…..”. E’ quindi lecito riproporre l’interrogativo per chiarire  se il Centro Operativo Interforze della Difesa abbia informato immediatamente l’Unità di crisi del Ministero degli Esteri su quanto stesse accadendo nell’Oceano indiano con il coinvolgimento di una nave battente Bandiera italiana, di cittadini italiani imbarcati come equipaggio e come Nuclei Militari di Protezione antipirateria.  Una domanda rimasta tale da 365 giorni e rimane ancora oscuro un aspetto importante della vicenda, quello di un possibile carente  coordinamento fra i due Dicasteri.

Una sola certezza: all’arrivo della nave a Koci erano ad attenderla in banchina il Console italiano a Mumbai  e l’Addetto Militare accreditato in India.

Un altro aspetto rilevante lo troviamo nell’affermazione del Ministro  “Aggiungo che la missione militare dell'Unione europea «Atalanta», di cui facciamo parte, contempla la possibilità di inviare nuclei militari armati posti sotto il comando e il controllo della missione europea e con chiare regole di ingaggio. La presenza di questi nuclei a bordo è conforme anche alla risoluzione dell'ONU….”. Probabilmente l’ONU e l’Unione Europea dovevano, quindi,  farsi carico “motu proprio” della vicenda e promuovere ogni iniziativa per una rapida ed efficacie soluzione del problema nel pieno rispetto del Diritto Internazionale e della “immunità sovrana” dei due militari di uno Stato Membro dell’Unione.  

Nella relazione non emerge, invece,  lo scarso interesse internazionale ed in particolare della UE, piuttosto viene sottolineata l’attenzione alla vicenda della baronessa Catherine Asthon responsabile della politica estera dell’Unione. La stessa che il 2 ottobre 2012 attraverso il suo portavoce ha dichiarato in una lettera “Non sarebbe corretto per l’UE intervenire in una questione che è posta dinanzi alle competenti istanze giudiziarie di uno Stato Straniero”.

L'Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza tanto attento alla vicenda dei due Marò da confondere i due militari italiani con  “contractors” di ditte private di sicurezza.

 Il Ministro sottolinea, inoltre, la validità dell’operato degli organi diplomatici italiani presenti sul posto. Una difesa d’ufficio più che condivisibile sul piano deontologico, ma non completamente su quello sostanziale.

 Terzi ci dice “ La consegna e la discesa a terra dei Marò sono avvenute nonostante un'opposizione fermamente opposta dalle nostre autorità diplomatiche e militari presenti sulla Lexie, mi riferisco al console generale Cutillo e all'intero team formato dall'ambasciatore a New Delhi, dall'addetto per la difesa e dagli esperti legali….” . Se opposizione c’è stata  non credo, però,  che possa essere definita ferma, se non altro perché non risulta che i funzionari, nel rispetto della Costituzione italiana, si siano opposti energicamente all’arresto di due cittadini italiani da parte di uno Stato che per il reato loro addebitato prevede la pena di morte, nonostante che  fossero anche nella condizione di avvalersi dell’immunità diplomatica. Un’opposizione che difficilmente la Polizia del Kerala avrebbe prevaricato senza il “placet”  del Governo Centrale di Nuova Delhi, garante delle prerogative delle delegazioni diplomatiche, giusto quanto previsto dalle Convenzioni dell’Aia.

Quegli stessi rappresentanti diplomatici che, sembra di ricordare, all’atto del primo interrogatorio di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone hanno assicurato loro la traduzione simultanea di un Vescovo cristiano locale, emotivamente coinvolto nei fatti,  senza invece assegnare un interprete giurato ed accreditato presso l’Ambasciata italiana.

Se fermezza, quindi, vi è stata non ha avuto poi grande successo ed è stata anche accompagnata da leggerezze procedurali che hanno consentito ad uno Stato non appartenente all’Alleanza Atlantica  di sequestrare, peraltro senza contraddittorio, l’armamento, il munizionamento  e l’equipaggiamento di due militari di una Nazione della NATO. 


Anche quanto relazionato sugli atti peritali compiuti lascia perplessi. Si parla di “È così che abbiamo ottenuto - e non senza molte discussioni e difficoltà - la partecipazione di due eccezionali esperti in questa materia, appartenenti all'Arma dei Carabinieri, quali osservatori qualificati delle operazioni concernenti questa perizia.”. Osservatori non significa periti di parte che abbiano partecipato alle indagini tecnico – scientifiche, ma persone che hanno solo potuto “guardare”  le sommarie fasi iniziali senza poi essere coinvolti in quelli che potremmo definire “atti irripetibili”, come le analisi di reperti ed altro  di importante che la storia processuale moderna ci indica come fondamentali.


Non si mette in dubbio che l’Italia abbia tentato di coinvolgere Paesi alleati ed Organizzazioni internazionale come ci dice il Ministro. “Abbiamo avviato un'azione di sensibilizzazione a tutto campo e a tutti i livelli attraverso importanti Paesi amici e organizzazioni internazionali per trovare una soluzione concreta che consenta di riportare a casa i nostri uomini. Abbiamo interessato l'Unione europea e i Paesi membri più influenti del Consiglio di sicurezza dell'ONU, anche il Segretario generale delle Nazioni Unite, i Paesi a noi più vicini e più amici in Asia e nel Mediterraneo.” . Si constata però che i risultati ottenuti sono stati irrilevanti.


Leggendo, poi,  che “…..abbiamo ottenuto anche un sostegno pubblico alla posizione italiana, espresso dalla stampa,….”, sembrerebbe che tutti i media nazionali ed internazionali abbiano parlato a fondo e con cadenza ciclica  della vicenda dei due marò, esprimendo posizioni ben precise contro la disattenzione indiana nell’applicazione del Diritto internazionale. Non risulta, però,  che ciò sia avvenuto. Piuttosto molte le critiche della stampa internazionale per l’iniziativa della Ferrari in occasione del Gran Premio di Nuova Delhi e molta attenzione nel riportare e commentare la una “frettolosa” dichiarazione alla stampa indiana del Sottosegretario agli Esteri De Mistura del 18 maggio 2012, “La morte dei due pescatori è stato un incidente fortuito, un omicidio colposo. I nostri marò non hanno mai voluto che ciò accadesse, ma purtroppo è successo».

Una ricostruzione quella del Sig. Ministro accurata, ma che invece di chiarire induce interrogativi di non poco conto in particolare su come sia stata fino ad ora regolato e gestito il concorso militare per azioni contro pirateria. Perplessità peraltro espresse in questi giorni anche dai vertici della Marina Militare ( Adnkronos 25 gennaio 2013, Caso maro': Marina, vicenda pone ipoteca su tutela nostri militari in missione) e condivise da moltissimi italiani che da un anno si stanno impegnando come società civile a favore dei nostri due Marò.

 Forse dopo un anno sarebbe auspicabile poter leggere qualcosa che evidenzi la volontà di considerare quanto accaduto una “Lesson Learned” da cui trarre spunti per il futuro e non proporre invece gli eventi  in una cornice di perfezionismo esasperato che per taluni aspetti potrebbe anche offendere l’intelligenza degli italiani. 


31 gennaio 2012 – ore 10.00

 

 

domenica 30 giugno 2013

L’India calpesta i Diritti Internazionali


DAL BLOG DI FERNANDO TERMENTINI
http://fernandotermentini.blogspot.it/


Si è scritto molto sulle interpretazioni indiane del Diritto Internazionale, della Convenzione di Montego Bay e delle garanzie che il Diritto pattizio assicura a chi opera  in ambienti internazionali  od in altri paesi perchè incaricato di garantire la sovranità e la sicurezza al proprio Paese.

Tutti hanno condiviso che Delhi nel caso della vicenda dei due Fucilieri della Marina Militare Massimiliano Latorre e Salvatore Girone ha prevaricato anche le norme più elementari che regolano i rapporti fra Stati, rinnegando anche atti internazionali concordati sotto l’egida delle Nazioni Unite e sottoscritti dal Governo indiano.

Una verità ormai riconosciuta da tutti, ma forse ignorata unicamente da alcuni esponenti istituzionali italiani assoggettati all’arroganza indiana e che, per taluni aspetti, la condividono accettando che i nostri Marò siano sottoposti a processo penale in India nonostante che i fatti a loro addebitati sono avvenuti inequivocabilmente in acque internazionali, su territorio italiano e quindi assolutamente non di competenza indiana.
 
In questo contesto, chi dovrebbe invece puntare i piedi per garantire il rispetto della sovranità nazionale e del Diritto consolidato sul piano internazionale unica garanzia per la sicurezza globale,  accetta l’indecente approccio indiano, a partire dalla recente minaccia di ritorsioni nei confronti dell’Ambasciatore italiano. Un’azione  che potrebbe ripetersi come  modello ormai consolidato in considerazione che l’Italia, a suo tempo,  ha supinamente accettato l’iniziativa indiana.
 
L'India è arrivata a marzo a minacciare  di arrestare l'Ambasciatore italiano perché, come annunciato dal dott. De Mistura l’11 marzo 2013 i Ministri italiani coinvolti nella vicenda avevano  deciso, con la condivisione dell’allora Presidente del Consiglio, di non "riestradare"  i due Fucilieri di Marina in India dopo la scadenza del permesso di quattro settimane per partecipare alle elezioni politiche in Italia.

Un’azione arbitraria che potrebbe ripetersi solo se l’Italia tornasse a non condividere o semplicemente a contrastare il “modus operandi” di Delhi, attuando un ricatto infinito ed inaccettabile sul piano formale e sostanziale.

Qualsiasi Ambasciatore non può rappresentare in qualsiasi controversia internazionale  “merce di scambio”. Egli beneficia di determinati diritti e privilegi la maggior parte dei quali codificati nella Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche del 1961. L'articolo 29 della Convenzione recita, infatti : la persona del diplomatico è inviolabile. Egli non può  essere sottoposto ad alcuna forma di arresto o di detenzione. Lo Stato di residenza lo deve trattare con il dovuto rispetto e deve adottare tutte le misure necessarie per prevenire ogni attacco alla sua persona, alla sua libertà o alla sua dignità.

Addirittura all’articolo 39 della Convenzione si legge: …….l’immunità cessa quando il titolare della stessa termina le proprie funzioni e lascia il Paese dove è accreditato …… ma deve sussistere fino a questo momento, anche in caso di conflitto armato. Inoltre l’immunità continua a sussistere per tutti gli atti compiuti dal diplomatico nell’esercizio delle proprie funzioni….. .

 Perfino in caso di guerra l’obbligo della garanzia dell’immunità diplomatica deve essere garantito dalla “Nazione Ospite”. L'articolo 44 della Convenzione, infatti, in caso di conflitti armati , prevede che lo Stato di residenza deve garantire strutture idonee per proteggere le incolumità delle persone che godono di privilegi e immunità e delle loro famiglie……., fornendogli ogni mezzo per consentire loro di lasciare il più presto possibile l’area di crisi …..

La norma sull'immunità diplomatica si applica a qualsiasi azione penale o civile, non è un privilegio alla persona ma una garanzia alle funzioni della carica che essa rappresenta, uno scudo importante  che deve essere gestito da un  sistema internazionale capace di creare e mantenere canali di comunicazione aperti, per evitare che  uno Stato, in un qualsiasi controversia, eserciti attraverso fantasiose accuse un ricatto politico nei confronti di un altro Paese.

L’India, di fatto, da più di sedici mesi sta esercitando questo ricatto e l’Italia dimostra giorno dopo giorno di non essere in grado di contrastarlo preferendo ancora una volta la strada del compromesso e dell’accondiscendenza. Un’Italia che a marzo ha consentito a Delhi di minacciare l’arresto del  nostro Ambasciatore pur non avendo  motivi legali per farlo e di impedirgli di fare ritorno nel proprio Paese forzandone ogni diritto.

 L’Italia ha accettato tutto questo e sta continuando a subire una palese prevaricazione della propria sovranità nel momento che il Ministro Bonino ufficializza che “il processo a carico di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due fucilieri della Marina militare trattenuti in India, inizierà a luglio e i due marò saranno "difesi da un collegio di avvocati italiani dello Stato e da avvocati indiani”  e  quando il Vice Ministro agli Esteri Pistilli parla di “regole di ingaggio” concordate con gli indiani per la soluzione del problema.
 
Il tutto mentre il dott. De Mistura, rappresentante del Governo delegato a gestire la vicenda, diventato un “pendolare con l’India” ,  non ritiene, come atto di rispetto nei confronti degli italiani,  di informare l’opinione pubblica sui risultati della “Sua intensa azione di negoziati” a favore di due cittadini italiani.   

Una vicenda nata male e diventata nel tempo  sempre più difficile ed ermetica. Solo  un fatto è certo: l’India calpesta il Diritto Internazionale e l’Italia dimostra accondiscendenza non ricorrendo all’arbitrato internazionale. Accetta invece il rischio di essere ancora una volta ricattata da Delhi attraverso possibili azioni ingannevoli nei confronti di coloro che rappresentano l’Italia in quella terra lontana che forse ha dimenticato troppo rapidamente i concetti di democrazia ereditati dalla lunga egemonia britannica esercitata in quel Paese.

Un’Italia che sta dimostrando di preferire l’accettazione dell’approccio indiano, assopita di fronte a palesi prevaricazioni della propria sovranità, complice nell’affermare un modello di controversia fra Stati che se  gestito come l’attuale può portare ad estremizzazioni come avvenuto in un passato anche recente e che hanno rappresentato un effetto destabilizzante sulla sicurezza internazionale.
 
30 giugno 2013 , ore 12,00

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