martedì 25 aprile 2017

Magaldi: 25 aprile, niente da festeggiare. Nemmeno a Parigi

«Come si fa a celebrare il 25 aprile, continuando a restare indifferenti alla macelleria sociale in atto e allo svuotamento della democrazia?». Gioele Magaldi considera «stucchevole retorica» quella che si nasconde in tanta ipocrisia, spesso riproposta in salsa “antifascista” ma senza spendere una parola sul “totalitarismo” di oggi, quello dell’élite tecnocratica e finanziaria che sta spolpando l’Italia e l’Europa. Piuttosto, bisognerebbe creare le condizioni per poter «celebrare la liberazione di oggi e quella di domani», di cui peraltro non ci sono avvisaglie nemmeno nella Francia che ha appena piazzato Emmanuel Macron in “pole position”, in vista del ballottaggio per le presidenziali del 7 maggio. Macron, il candidato dell’élite targato Rothschild? «Farà piangere i francesi: sarà anche peggio di Sarkozy e Hollande, di cui è il perfetto continuatore». Il problema? Sta nel sistema politico transalpino, giunto alla paralisi: partiti che si annullano a vicenda, tutti fermi attorno al 20%, mentre l’unica vera alternativa in campo – Marine Le Pen – fa ancora troppa paura, nonostante i lodevoli sforzi per far dimenticare il passato fascistoide del Front National. Verdetto già scritto, dunque: «Vincerà Macron, gli avversari della Le Pen giocheranno sul velluto. Ed è una pessima notizia, per i francesi».
Un vero peccato, aggiunge Magaldi, in collegamento con David Gramiccioli di “Colors Radio”, perché Marine Le Pen «ha compiuto una grande evoluzione, decisamente apprezzabile: il Front National non è più quello di un tempo, si è laicizzato, Macron alle spalle di Hollandeanche al prezzo del duro scontro con il fondatore Jean-Marie Le Pen, padre di Marine». Magaldi è autore del saggio “Massoni” e presiede il Movimento Roosevelt, soggetto “metapartitico” che ora guarda con interesse alla corsa di Michele Emiliano nelle primarie Pd, condividendo le critiche al sistema Ue e l’apertura al dialogo con i 5 Stelle. «Io rispetto Marine Le Pen», insiste: «Trovo condivisibili alcune sue idee, altre meno. Certo non l’avrei votata, ma meno che mai avrei votato per Macron, candidato accuratamente “fabbricato” per lasciare la situazione della Francia esattamente com’è». In questo, ammette Magaldi, bisogna “ringraziare” anche le massonerie transalpine, coalizzate contro la Le Pen «per via di antiche ruggini tra la libera muratoria e la destra nazionalista francese». Ripensamenti, tra i grembiulini? Magaldi lo spera: «Data la sconfitta dei raggruppamenti tradizionali, destra e sinistra, forse si avvicina la possibilità di nuove alchimie. E conto molto sul fatto che parecchi massoni, finora sul fronte conservatore, cambino idea e si schierino con i progressisti». Ma il futuro immediato resta grigio.
Per Magaldi, paradossalmente, l’Italia è messa meno peggio: pur nel suo caos, il Belpaese potrebbe partorire idee e soluzioni rompendo vecchi schemi. Operazione che in Francia, invece, sembra ancora impossibile. «Dell’enorme frammentazione politica – dice – può stupirsi solo chi non ha seguito il sistematico, scientifico disgregarsi della proposta politica socialista, definitivamente naufragata con l’imprensentabile Hollande». L’attuale candidato socialista, «il povero Benoît Hamon», ha tentato di giocare in controtendenza «rispolverando temi da sinistra radicale, istanze sociali avanzate, come del resto aveva fatto lo stesso Hollande, all’epoca». E’ colpa di Hollande, non di Hamon, se il Ps è stato umiliato con appena il 6,3% dei voti. «Hollande – ricorda Magaldi – si era candidato come campione anti-merkeliano per un diverso paradigma europeo. Poi invece ha tradito il patto col popolo e si è ridotto al ruolo di cagnolino, di pecorone: peggio ancora di Sarkozy, che almeno avevaGioele Magaldiespresso una sua personalità precisa». E’ così che si è arrivati a Macron, continua Magaldi: il candidato “made in Rotschild” «non regala fremiti, non ha alcun appeal: è stato costruito a tavolino, sapientemente, con grandi finanziamenti».
Obiettivo dell’operazione-Macron: portare all’Eliseo una fotocopia dei predecessori, entrambi proni ai voleri del super-potere finanziario europeo. Macron sarebbe un docile continuatore del sedicente neogollista Sarkozy e del finto-socialista Hollande: prolungherebbe la politica di rigore, senza soluzione di continuità. «Ma se il sistema politico francese è così bloccato – aggiunge Magaldi – la responsabilità è anche di Marine Le Pen, suo malgrado: se infatti l’alternativa all’euro-sistema dei diktat è lei, alla fine la maggioranza le preferirà Macron, come quando gli elettori si coalizzarono e votarono Chirac, turandosi il naso, pur di sbarrare la strada a Jean-Marie Le Pen». Se la signora del Front National non è ancora abbastanza rassicurante per la maggioranza dei francesi, tantomeno – e lo si è visto al primo turno – lo sono gli uomini del Ps: «Per avere un progetto politico vincente e percepito come appetibile – conclude Magaldi – bisogna creare tutt’altra narrazione, lontana anni luce dall’atteggiamento fasullo e fellone dei socialisti francesi». Morale: «Dopo aver avuto Hollande per cinque anni, con Macron il malinteso continuerà: e per i francesi ci sarà ancora più da piangere».
fonte http://www.libreidee.org/2017/04/magaldi-25-aprile-niente-da-festeggiare-nemmeno-a-parigi/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=feed+%28LIBRE+-+associazione+di+idee%29

Emmanuel Macron : il nulla con la Banca Rothschild intorno


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Roma, 24 apr – “Non esiste una cultura francese. Esiste una cultura in Francia: essa è diversa, multipla”. Sono queste le idee, espresse nel corso di un comizio, del futuro presidente di Francia,Emmanuel Macron, che diventerà tale con i voti delle destre e delle sinistre riunite, contro il pericolo mortale rappresentato da Marine Le Pen, che appena qualche giorno fa parlava di “anima millenaria del nostro popolo”. Racine, Corneille, Hugo? Scrittori non francesi, dunque, ma solo di passaggio nell’Esagono. Una considerazione che non stupisce, in bocca a questo esponente della finanza cosmopolita, a questo figlio dell’ipercapitalismo che non conosce culture, popoli, civiltà. Ma, in Italia come in Francia, si parlerà poco di questo, riconducendo tutto il personaggio alle solite parole vuote sui “giovani”, “l’innovazione”, la “riforme”, insomma quella retorica che crea storytelling sul nulla. O magari si parlerà della “favola” di un liceale che si innamora della prof di francese e infine la sposa, anche se ha 23 anni più di lui, anche se l’effetto estetico dei due insieme è grottesco e, anzi, dà proprio l’idea esatta di un saputello bamboccione comandato ancora a bacchetto dall’anziana prof. Emmanuel Macron nasce il 21 dicembre 1977 ad Amiens. Appassionato di pianoforte e savate (la boxe francese), egli è un tipico frutto dell’Ena, l’alta scuola per quadri amministrativi da cui è uscita gran parte dell’élite politica transalpina. In varie interviste ha dichiarato un precoce impegno a sinistra. Ha anche detto di aver composto, in ambito accademico, uno scritto sulla filosofia del diritto di Hegel sotto la direzione del filosofo marxista Étienne Balibar, che tuttavia ha dichiarato di non averne alcuna memoria (chissà chi dei due ha mentito). La virata verso il settore bancario, sempre a sentir lui, è stata dovuta alla delusione per l’elezione di Nicolas Sarkozy a Presidente della Repubblica. Inizia quindi la sua carriera nella banca Rothschild. Nel 2012 dirige l’acquisto di una filiale della Pfizer da parte di Nestlé, un affare da 9 miliardi di euro che gli permette di diventare milionario.
Già dal 2006, tuttavia, aveva conosciuto Hollande ed era nel giro del Partito socialista. Sarà grazie a questa conoscenza che, il 26 agosto 2014, sarà nominato ministro dell’Economia del governo Valls al posto di Arnaud Montebourg. Il 6 aprile 2016, ad Amiens, fonda “En marche!”, giustamente definito più una start-up che un partito. Secondo Mediapart, l’indirizzo legale del movimento è situato presso il domicilio privato del direttore dell’Institut Montaigne, think tank neo-liberale vicino alla Confindustria francese e il cui presidente è tra i vertici del Bilderberg (ai cui vertici Macron stesso ha partecipato). Anche molti membri “Terra Nova”, il gruppo di pressione che suggerì al Partito socialista di abbandonare gli operai e puntare sugli immigrati, sostengono Macron. Tra questi, anche Daniel Cohn-Bendit, volto storico del ’68 francese. Alta finanza e sinistra etica: è sempre un’ottima accoppiata. Secondo alcuni suoi esponenti, “En marche” godrebbe della consulenza di alcuni membri dello staff della Clinton.
Difficile enucleare una sorta di Macron-pensiero: il personaggio, benché scaltro, poggia su enormi basi di fuffa. Giova comunque ricordare che poche settimane fa ha proposto un attacco militare contro Assad e che si è sempre rifiutato di esprimersi sul tema del riconoscimento dello Stato palestinese. È inoltre un sostenitore dell’accoglienza degli immigrati alla Merkel. Quando lo si lascia parlare un po’, tuttavia, le gaffe fioccano. Parlando della Guyana francese, per esempio, ha detto che si tratta di un’isola (quando è in realtà un territorio al confine con Brasile e Suriname). Andando in Guadalupa, ha detto che è abitata da “espatriati” (quando si tratta di un dipartimento d’oltre mare che è, a tutti gli effetti, territorio francese). Nel corso di un’intervista, ha espresso al meglio le sue idee su quale debba essere l’orizzonte valoriale della gioventù: “Servono giovani francesi che abbiano voglia di diventare miliardari”. Nel corso di un discorso, si è trovato a leggere una frase priva di senso, per ammettere: “Non so cosa voglia dire, leggo quello che mi scrivono”. Diverse volte si è lasciato andare a veri e propri scatti di razzismo sociale, come quando ha definito “illetterati” gli operai dei mattatoi Gad o quando ha stigmatizzato l’alcolismo e il tabagismo degli abitanti di un bacino minerario. Ma, in fondo, tutto questo cosa conta, a fronte del suo faccino d’angelo?
Adriano Scianca

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MACRON ; LE GRAND MERDE (in TV stronzate a go go )

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Per fare questo lavoro, soprattutto quando si ha a che fare con eventi importanti come il voto francese, occorre non limitarsi a leggere le analisi dotte, la stampa autorevole, i commentatori più illuminati. Bisogna scavare e guardare come reagisce la pancia del Paese a certe situazioni ma, soprattutto, è necessario capire come l’informazione dell’uomo qualunque – leggi i talk-show – raccontano l’esistente e tratteggiano il futuro. L’ho fatto e, tra molte atrocità che ho dovuto ascoltare pressoché a reti unificate, voglio estrapolare alcune perle assolute emersa da quelle trasmissioni di nicchia che non sono il talk classico, quelli li guardano in dodici e sanno a cosa vanno incontro ma nemmeno il cazzeggio puro. Insomma, si passa dalla Siria alla dieta detox senza soluzione di continuità: le più pericolose in assoluto, perché viste da gente che, tendenzialmente, non ha gli strumenti per capire la quantità di stronzate che gli vengono propinate.

Primo, Emmanuel Macron piace. Piace pressoché a tutti, essendo la trasposizione politica di Medioman della Gialappa’s Band: laureato nella fucina della classe dirigente francese, poi carriera alla Banca Rothshield, il nostro pupillo di Francia lo scorso agosto decide di mollare lo scranno da ministro dell’Economia e di fondare il suo movimento, En Marche!, proprio per puntare al bersaglio grosso delle presidenziali. Insomma, uno che non si era mai candidato a nulla, nemmeno a rappresentante di classe al liceo, sta qualche mese al ministero e poi subito Eliseo, il tutto a 39 anni. Non vi ricorda qualcuno, catapultato in politica con un partito inesistente e subito al potere, grazie anche a buoni uffici craxiani? Di fatto, Macron è un one-man-party come Silvio Berlusconi e En Marche! è un “partito di plastica” esattamente come Forza Italia ma guai a farlo notare: comunque sia, ha fermato l’ondata nera della Le Pen, quindi è strafigo. E, soprattutto, tutti ne parlano come se lo conoscessero da sempre, un po’ come fanno i fan quando parlano del loro cantante preferito, chiamandolo con il nome di battesimo.


Insomma, l’uomo perfetto: europeista convinto, contrario ai nazionalismi, aperto su tematiche sociali, liberale in economia, filo-atlantista (tanto che ha millantato hackeraggi russi in campagna elettorale, come se Putin sapesse chi cazzo è Emmanuel Macron e, soprattutto, lo cagasse di striscio). Di più, autore di un miracolo: la riabilitazione postuma – e temo, in molti casi, la scoperta assoluta dell’esistenza – di Charles De Gaulle da parte della sinistra italiana. La quale, dopo averlo trattato da reazionario conservatore da cui tenersi a distanza, ora l’ha praticamente elevato a nuovo Lenin liberatore dei popoli, visto che pur di andare addosso alla destra che si riconosce nella Le Pen, ha issato a bandiera di riferimento il fatto che il generale fosse il capo della Resistenza francese, scomodando l’OAS, Le Pen padre e temo anche “Casablanca”, di cui ho la certezza che nella ultime 36 ore siano schizzati alle stelle sia i download che la vendita di dvd, tanto per farsi trovare con la citazione cinematografica pronta, che fa sempre figo in casa PD, da Veltroni in poi.

Ma, soprattutto, il buon Macron è oggetto della pruderie peggiore. Perché diciamocela tutta, la cosa che interessa di più di Macron è la leggenda sulla sua presunta omosessualità e, soprattutto, il possibile sbarco all’Eliseo come premier dame di Brigitte, la moglie di 24 anni più grande che è stata sua insegnante: roba che Barbara D’Urso ci campa una sessantina di puntate. Insomma, al netto delle pippe su come Macron salverà la Francia e l’UE dal populismo, ciò che interessa è l’arrivo della milfona alla presidenza della Repubblica, tanto che il Daily Mail ha ironizzato, sottolineando come, se in America una prof va a letto con un 15enne, finisce in galera, mentre in Francia diventa first lady. E il tema, per quanto inutile, è saltato fuori ovunque, dalle trasmissioni più compassate della Rai fino a quelle più “popolari” di La7.

La quale, stamattina, sul tema ha sfoderato un asso tra i commentatori in studio a “L’aria che tira”: Simona Izzo, sedicente attrice e regista, meglio nota alle cronache come moglie di Richy Tognazzi ed ex di Antonello Venditti (praticamente alle soglie dell’anonimato sociale tra i vip, l’impersonificazione dell’aforisma di Andy Warhol rispetto ai 15 minuti di celebrità che spettano a tutti), invitata per presentare il suo ultimo film, immagino destinato a incassi al botteghino pari a quelli del settore ospiti di Milan-Empoli. Dotata di labbra a canotto, di cui è stata un’antesignana insieme a un’altra pasionaria della sinistra chic, Alba Parietti, la nostra ha esordito così: “Uno così lo voterei solo perché ha sposato una donna più grande e gli è restato fedele tutti questi anni”.



Ora, al netto che le natiche di Macron sono parecchio chiacchierate Oltralpe, questione che riguarda comunque soltanto lui, la domanda sorge spontanea: perché Myrta Merlino ha sentito il bisogno di interpellare Simona Izzo sulle presidenziali francesi? Se l’ospitata era la classica marchetta per il film in uscita, normalità assoluta per l’Italia, perché non riservarle uno spazio protetto a parte, evitando al pubblico uno scempio superiore a quello cui aveva già dovuto assistere dalla sera prima, tra inviati RAI nativi di Castellamare di Stabia che si lanciavano in accenti da Quinto Arrondissement e arrampicate sugli specchi per dimostrare che la Le Pen usciva sconfitta dal voto? Perché non invitare Checco Zalone a parlare di manovra correttiva, allora? Oppure Morgan a discettare di legge elettorale?

Perché deve passare questa moda, lanciata da Bruno Vespa che ne renderà conto a Dio, della starlette che oltre delle sue cazzate, parla anche per forza di politica? Meraviglioso, sul finale di trasmissione, il teatrino sul 25 aprile. Aizzati dalla Santanché, gli ospiti hanno cominciato a sciorinare il repertorio classico ma lei, Simona Izzo, novella Francoise Sagan, ha voluto leggere una poesia di Ungaretti dedicata ai caduti della Resistenza. Ora, al di là che l’eloquio aveva lo stesso trasporto regalatoci da Andrea Pirlo nello spot dello shampoo Fructis, perché una che nella vita ha gravitato attorno al mondo delle commediole scollacciate, girovagando tra un talk-show e l’altro per parlare unicamente di adulteri e famiglie allargate e vivendo con dodici domestiche e svariati lacché, deve diventare testimonial del 25 aprile in televisione? O parlare al pubblico di presidenziali francesi? Mistero. O forse no. Un dubbio enorme mi assilla: se ci trovassimo di fronte alla situazione contraria, ovvero la professore che concupisce la studentessa 15enne, salvo poi sposarla, tutte le Merlino e le Boldrini di questo mondo avrebbero detto che era una favola meravigliosa o avrebbero scomodato la parolina che inizia con la “p” e finisce con “filia”? Chissà.


Ma non basta, perché nella medesima trasmissione che mi ha accompagnato fino alle 13.30, è stato trattato un altro fatto di cronaca avvenuto nel fine settimana appena conclusosi: il raduno dei centri sociali meridionali sul pratone di Pontida, in nome dell’orgoglio terrone e in risposta alla visita di Matteo Salvini a Napoli lo scorso marzo. Per carità, in sé nulla di strano: erano in 1500 che hanno ascoltato musica dal vivo, ballato e bivaccato ma il fatto “sconsacrante” è stato farlo su quello che i leghisti ancora definiscono il “sacro suolo”, oltretutto con le scritte “Padroni a casa nostra” cancellate prima dell’arrivo degli ospiti, per non dare adito a provocazioni.

Ognuno fa ciò che vuole, se ti diverti a spararti 1600 chilometri avanti e indietro per ballare sul prato di Pontida, pensando di aver compiuto chissà quale atto rivoluzionario, il problema è solo tuo (e serio) ma non crea disagio alla comunità (se non a quella scientifica, nel vano tentativo di dare una spiegazione a certi fenomeni umani). Il problema è che a finire sotto accusa, divenendo notizia nella notizia, è stato il sindaco di Pontida, il quale ha emanato un’ordinanza di chiusura pressoché totale della città in concomitanza con il ritrovo terrone (si autodefiniscono loro così). Con una foga degna della madre nella Corazzata Potemkin, ecco che sempre Myrta Merlino parte all’attacco: “Cosa vuol dire, che tutti i napoletani sono pericolosi? Io sono napoletana e non mi pare di essere una black bloc”. Applausi della studio e degli ospiti in studio, delizia per l’orecchio buonista di bocca buona, quello che si masturba quando vede il poster di Che Guevara nelle stanzette da letto dai protagonisti delle fiction. Il problema è che questi



sono napoletani e sono, casualmente, gli stessi che hanno organizzato sia le contestazioni a Salvini a Napoli che la pagliacciata di Pontida: fanno capo al centro sociale Insurgencia e non sono esattamente delle dame di carità. Quindi, al netto delle buone intenzioni manifestate a parole, il sindaco è stato poi così fuori dal mondo a volersi cautelare? Per la Merlino e soci, sì, è stato un orrendo gesto razzista. Forse perché, tanto per non sembrare davvero in dodici di passaggio, i simpatici insorgenti terroni hanno imbarcato anche parecchie risorse, così da mandare un duplice, profondissimo messaggio politico e sociale a Matteo Salvini. Quasi a voler confermare che, dove non c’è da fare un cazzo e farsi strumentalizzare, loro sono sempre ben felici in prima fila. Ma cosa volete farci, l’aria che tira è proprio questo, miglior titolo La7 non poteva trovarlo per quella trasmissione.


Ma attenzione, perché a mettere del pepe ulteriore sull’inizio di settimana ci ha pensato il rientro in Italia di Gabriele Del Grande, il blogger-regista detenuto quasi due settimane in Turchia perché pizzicato senza permessi in una zona dove i giornalisti non possono operare (Erdogan sarà anche stronzo ma se siete tutti Travaglio con il culo degli altri, quando si parla di regole e legalità, devono valere anche per la meglio gioventù e la generazione Erasmus). Appena atterrato all’aeroporto di Bologna, ha dichiarato di non aver subito alcuna violenza fisica “ma istituzionale” e ha subito inviato un pensiero a tutti i giornalisti detenuti in Turchia. Salvo, poi, sottolineare il fatto di essere digiuno da sette giorni, visto che aveva ingaggiato uno sciopero della fame per protesta e che, quindi, il suo pensiero più urgente adesso era per il cibo: “Ne ho bisogno”. Ora, guardate la foto scattata all’aeroporto:

vi sembra patito? Vi pare uno che è stato costretto in un centro di detenzione turco e ha digiunato per una settimana? Ora, capisco che questo è il Paese che ha paragonato per anni i digiuni a colpi di cappuccini iper-zuccherati di Marco Pannella a quello un pelino più serio di Bobby Sands, credendoci oltretutto ma dovete proprio prenderci per il culo? Almeno chiamate gli “Elmetti bianchi” per un po’ di make-up serio, roba che lo tramuti davvero in uno che si è cagato addosso (o è stato gasato a Idlib, va bene uguale), altrimenti anche il minimo sindacale di credibilità che può avere un’operazione gestita da Angelino Alfano crolla miseramente. Eh già, il nostro ministro degli Esteri dall’inglese che fulmina e ricorda Shakespeare prima maniera avrebbe sbloccato l’impasse nella notte, tutto da solo, tramutando una detenzione che solo due giorni fa l’avvocato di Del Grande aveva definito “a rischio di prolungarsi parecchio” in un ritorno a casa lampo, un blitz da vero principe della diplomazia.

Casualmente, poi, liberato il giorno prima della festa della Liberazione: scommettete anche voi la cistifellea che, nelle duemila ospitate in cui dovremo sorbirci le pippe di Del Grande (Merlino in testa, state sereni), ci sarà un riferimento a questa coincidenza temporale? Per il resto, banco allo pari accuse contro il regime di Assad, propaganda pro-migranti e difesa a spada tratta del terzo settore, tanto per raschiare via un po’ di merda in via di essiccamento sulla reputazione di certe ONG, essendo Del Grande uno del grande giro di Soros e compagnia destabilizzante e invadente. Ultima certezza, questa legata all’esito favorevole dell’operazione diplomatica: abbiamo pagato. E tanto. Come sempre, come per Greta e Vanessa, come per tutti.

Quanto lo scopriremo in seguito ma state certi che Erdogan col cazzo che lo avrebbe liberato così rapidamente e senza una contropartita, soprattutto dopo la valanga di sterco che l’Italia, come tutta l’UE, gli ha riversato addosso dopo il referendum costituzionale. Ma ora occorre festeggiare: la liberazione di Del Grande, quella dell’Italia, i terroni in gita a Pontida e anche Simona Izzo che declama Ungaretti, anelando per un Macron e un Eliseo per ogni milf del mondo. L’eutanasia, a volte, non è l’epilogo crudele che sembra, guardando la realtà in faccia per quella che è.



lunedì 24 aprile 2017

GABRIELE DEL GRANDE AL SERVIZIO DELL'IMPERIALISMO ROTHSCHILD



Gabriele Del Grande blogger e giornalista arrestato in Turchia
e che gode di notevole supporto mediatico dai media italiani servi dei Rothschild
in passato ha espresso posizioni anti-Assad (1) (2) e pro-ribelli (creatura Rothschild).
Il suo blog Fortpress Europe e' stato
finanziato dalla Open Society di Soros (uomo Rothschild) (3)

Fonti :

(1) https://twitter.com/AbuNefeli/status/795069962872377352

(2) http://www.vita.it/it/article/2013/05/02/del-grande-in-siria-ho-visto-gli-orrori-della-guerra/123448/

(3) http://www.ilprimatonazionale.it/sinistra-2/62621-62621/

http://nomassoneriamacerata.blogspot.it/

Il protagonista occulto


IL SUICIDIO DELLA TEOLOGIA

    La ‘svolta antropologica’ è il suicidio della teologia. Dal gesuita Karl Rahner vero protagonista occulto della svolta a papa Francesco:"Non basta che qualcuno affermi di essere cattolico perché lo sia davvero" 
di Francesco Lamendola  





Chiunque segue la propria coscienza, sia che ritenga di dover essere cristiano oppure non cristiano, sia che ritenga di dover essere ateo oppure credente, un tale individuo è accetto e accettato da Dio e può conseguire quella vita eterna che nella nostra fede cristiana noi confessiamo come il fine di tutti gli uomini. In altre parole, la grazia e la giustificazione, l’unione e la comunione con Dio, la possibilità di raggiungere la vita eterna, tutto ciò incontra un ostacolo solo nella cattiva coscienza di un uomo.

Queste parole eloquenti, e assolutamente errate da un punto di vista teologico, sono state messe nero su bianco da Karl Rahner (1904-1984) nel suo libro La fatica di credere, il cui titolo è tutto un programma, pubblicato disinvoltamente dalle già gloriose Edizioni Paoline nel 1986 (p. 86), e formano la base teorica della “svolta antropologica” che sta alla base dei recenti sviluppi del pensiero teologico “cattolico” (lo mettiamo fra virgolette perché, evidentemente, non basta che qualcuno affermi di essere cattolico, perché lo sia davvero, così come non basta che un triangolo si autonomini una circonferenza per essere diventato realmente una circonferenza).
Abbiamo detto ex gloriose Edizioni Paoline, perché questa eccellente casa editrice cattolica, dopo aver pubblicato centinaia di libri, sia classici, sia moderni, e non solo di argomento strettamente religioso, ma anche letterario, scientifico, di manualistica pratica, a partire dagli anni Settanta cominciò ad adeguarsi, come tutto il reso della stampa e dell’editoria cattolica, alla malefica “svolta antropologica”, venendo a contraddire l’opera meritoria che aveva svolto in precedenza. E, del resto, perché non avrebbe dovuto pubblicare La fatica di credere?, visto che il gesuita Karl Rahner era tenuto in altissima stima nelle alte sfere della Chiesa cattolica? Giovanni XXIII lo aveva invitato a partecipare ai lavori del Concilio Vaticano II come “perito”, cioè come consultore teologico; entrato nella Commissione teologica, egli le aveva impresso un indirizzo molto deciso, secondo le sue idee, venendo così a configurarsi come il vero protagonista occulto, ma neanche tanto occulto, in effetti, di tutto l’insieme dei lavori conciliari (cfr. Il nostro articolo: Rahner e Maritain, cattivi maestri del Concilio?, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 27/08/2012, e ripubblicato su Il Corriere delle Regioni il 05/01/2016).
In fondo, il nucleo essenziale della “svolta antropologica”, di cui è maestro Karl Rhaner, e di cui sono discepoli Walter Kasper, Sosa Abascal, James Martin, e lo stesso papa Francesco (il quale dice e ripete, infatti, di non avere altra mira che quella di “attuare” il Concilio), è molto semplice: eliminare tutto ciò che fa problema per l’intelligenza umana e per la morale rilassata della società contemporanea. La salvezza dei soli battezzati è un problema? La si elimina. Resta la coscienza, come criterio di salvezza; anzi, come abbiamo visto., la “buona coscienza” (visto che solo la “cattiva coscienza” è un ostacolo alla salvezza). Non è chiaro cosa avrebbe risposto Karl Rahner a chi gli avesse fatto osservare che Hitler, a suo modo, era in perfetta buona coscienza. Tutto ciò che sappiamo di lui lo conferma: era un idealista (almeno se le parole hanno un senso: era guidato dai suoi ideali, i quali non avevano niente di materialistico), agiva senza opportunismo, puntava a ciò che la sua coscienza gli mostrava necessario per il bene della sua patria, anche a costo di affrontare i più gravi sacrifici; anche a costo di dare la propria vita. Non è forse un esempio di buona coscienza, questo? Considerando le cose soggettivamente, sì, senza dubbio. E proprio questo è il nucleo della “svolta antropologica”: un soggettivismo radicale, da cui scaturisce un relativismo altrettanto radicaleÈ buono ciò che è buono per me, soggettivamente; dunque, non c’è il Bene in assoluto, ma ci sono tanti beni quante sono le persone che, soggettivamente, lo perseguono, ciascuno alla sua maniera, ma in “buona coscienza”, appunto.
Del resto, per Rahner, vi è perfetta identità fra essere e conoscere: un hegelismo di seconda scelta. Non c’è un essere in sé, ma l’essere che si conosce, quello è l’essere. Inutile notare le conseguenze devastanti di questo delirante principio sul piano etico: se l’essere è solo l’essere conosciuto, e la conoscenza è, essa stessa, l’essere, allora tutto ciò che è,  va accettato senz’altro: non si discute con ciò che è, perché esso è come dovrebbe essere, nel senso che l’intelligenza deve solo prendere atto delle cose come sono e riconoscerle, identificandosi in esse. E anche qui, non è chi non veda come tutte le mostruosità etico-pratiche del cattolicesimo progressista e modernista, scaturiscono proprio da tale assunto. Esistono le coppie di fatto? Sì, certo; dunque, si tratta di prenderne atto e di dare ad esse una legittimazione. La società le deve accettare, la Chiesa le deve accogliere e benedire comunque. Esistono le pratiche omosessuali, la fecondazione eterologa, l’utero in affitto? Sì; e dunque, come sopra. E altrettanto dicasi dell’aborto, dell’eutanasia, per non parlare del divorzio, che si può considerare addirittura scontato. Peccato che tutte queste cose siano in radicale contrasto con il Vangelo. Ma niente paura: a tutto c’è rimedio. Basta dire, come ha fatto padre Sosa Abascal, che noi non sappiamo cosa ha veramente detto Gesù Cristo, ed ecco che il Vangelo torna ad essere un libro bianco, pronto per essere riscritto daccapo, secondo il nostro gusto e i nostri desiderataChe cosa desiderano i “teologi” pro gay? Espungere l’omosessualità dalla lista dei peccati e invocare più spazio per gli omosessuali nella Chiesa, clero compreso? Ma certo: nessun problema. Non è forse vero che Gesù, nei quattro Vangeli, non parla mai degli omosessuali? Se non ne parla, non si può nemmeno dire che li condanna. Già. Peccato che Gesù desse per scontata la Legge mosaica, nelle sue basi essenziali: e la Bibbia dice cosa sia la pratica dell’omosessualità davanti a Dio. Quando Gesù intende rinnovare e modificare la legge mosaica, allora sì, lo dice esplicitamente; ma se non lo dice, s’intende che la considera come il testo fondamentale. Per esempio: interrogato sul divorzio, Gesù ricorda che Mosè lo permise per la durezza di cuore degli uomini; ma, quanto a sé, afferma solennemente che l’uomo non deve separare ciò che Dio ha unito, cioè l’uomo e la donna che si sono sposati. Aggiungiamo che non è neppure vero che Gesù non ha detto nulla sulla omosessualità, visto che ha ricordato esplicitamente il destino di Sodoma, distrutta da Dio per il vizio dei suoi abitanti (anche se monsignor Nunzio Galantino è convinto del contrario, evidentemente dopo aver letto il libro della Genesi in una qualche versione a noi sconosciuta, verosimilmente curata dai teologi della “svolta”). Che miseria teologica e filosofica; quale penosa mancanza di spessore, di ragionamenti, di problematicità. Questa non è teologia: è il nulla spacciato per teologia. Come ha osservato un gigante dimenticato della vera teologia cattolica, padre Cornelio Fabro, nel suo libro La svolta antropologica di Karl Rahner (Segni, Edizioni Edivi, 2011, p. 7): Partendo da un soggettivismo radicale, mai finora tentato dopo la crisi modernistica (…) non teme di capovolgere i principi fondamentali del realismo tomistico; e procede con una scorrettezza metodologica  spinta sino alla falsificazione testuale, tanto da poter parlare di una vera e propria depravazione ermeneutica. Così Karl Rahner ha gettato le basi per lo scardinamento della teologia e per trasformare questa scienza da ancella della fede a pietra d’inciampo per le anime credenti, sollevando ovunque obiezioni, perplessità, mettendo in dubbio una serie di verità di fede, il tutto all’insegna dell’antropocentrismo, perché questo, e non altro, è stata la tanto decantata svolta antropologica: una deformazione della corretta prospettiva teologica in funzione dell’uomo e non della conoscenza delle cose divine, le quali diventano una semplice espressione dell’atteggiamento umano. E questo perché Karl Rahner e alcuni altri teologi hanno deciso che l’uomo moderno non è più capace di credere così come credevano i suoi avi, e quindi bisogna fabbricargli una nuova teologia, o, quanto meno, bisogna orientarlo verso una nuova prospettiva teologica, in modo che le parole del Vangelo abbiano ancora un senso per lui.
Quale incalcolabile errore! La risonanza delle parole del Vangelo è perenne, oppure, semplicemente, non è: non sono esse che devono venire poste in questa o quella maniera, ma è l’uomo che deve mettersi in ascolto, così come, del resto, i cristiani hanno sempre fatto, e la Chiesa ha sempre insegnato, fino all’epoca del Concilio Vaticano II. Peraltro, anche tutto questo potere dato in mano ai teologi è di per se stesso indice di un’aberrazione, di una patologia nella vita della Chiesa: da quando in qua sono essi a tracciare il cammino verso Dio? Da che esiste la Chiesa, quel cammino è segnato dai santi, e sempre sulla base di una fedele e rigorosa adesione alle due sorgenti della Tradizione e delle Scritture. Questa è la Rivelazione cristiana, custodita e tramandata per due millenni; codesti “nuovi” teologi non possono, né hanno alcun diritto, di venire fuori come se avessero scoperto l’acqua calda, e dire: Ecco, ecco, noi abbiano trovato la giusta maniera di leggere di Vangelo e d’interpretare la Rivelazione!  Non date retta a quelle mummie di san Paolo, di sant’Agostino, di san Tommaso e ai padri del Concilio di Trento, o a quelli del Vaticano I; ciò che essi hanno detto e scritto, andava bene per i loro tempi, ma ora non più; ora è il popolo che deve dir la sua, in accordo con il liberalismo, la democrazia, il socialismo o ciò che ne ha preso il posto (cioè in accordo con tutto quel che Pio IX aveva condannato nel Sillabo). Di più: i protagonisti della Rivelazione sono oggi le minoranze, i marginali, le donne, gli omosessuali, gl’immigrati; bisogna dare il Vangelo in mano ad essi, lasciare che ad interpretarlo siano loro: perché loro sono più vicini a Dio. E quindi avanti con la teologia della liberazione; con la teologia della negritudine; con la teologia, anzi, con le molte teologie femministe; e, fra poco, avanti con la teologia sincretista e gnostico-massonica, che farà di tutta l’erba un fascio e mescolerà bellamente cristianesimo e islamismo e giudaismo, e perché no, anche un po’ di buddismo e d’induismo: partendo, si capisce, da un ”perfetto” amalgama fra cattolici, ortodossi e protestanti – perché in fondo, si sa, il buon Lutero aveva ragione, bisogna pur dargliene atto dopo cinquecento anni!
Alla radice di questa deriva relativista e soggettivista c’è un atteggiamento di fondo, che è tipico della modernità: l’egocentrismo dell’uomo, il suo rifiuto di essere creatura e di stare dentro i liniti del mondo creato, la sua invidia nei confronti di Dio e della divina onnipotenza, e l’assunzione di una prospettiva delirante, gonfia d’inaudita superbia, per cui la teologia non è più ancella della fede, ma riscrittura del cristianesimo, secondo lo spirito del mondo. Non ci si accosta al Vangelo in perfetta umiltà e obbedienza, sforzandosi di mettere in pratica la parola di Dio; no, ci si accosta al Vangelo per strapparne qualche brandello, quello che più fa comodo a questo o quel soggetto, a questo o quel gruppo, a questa o quella minoranza rancorosa e aggressiva: tutti vogliono qualcosa, tutti lo brandiscono come un’arma, tutti se ne servono come una piattaforma per aumentare, raddoppiare e triplicare le loro rivendicazioni. Le teologhe femministe, per esempio: La donna è sempre stata ai margini della Chiesa, non è giusto! Essa ha diritto alle “quote rosa”, al sacerdozio femminile, e anche al papato, perché no? Che bel momento, sarà, quando verrà eletto finalmente un papa donna, e non già costretta, come la leggendaria papessa Giovanna, a fingersi uomo, ma così, a viso aperto, e magari con le labbra truccate e il tailleur con lo spacco: perché Dio non è mica sessuofobo, e poi Cristo amava le donne – leggete il libro d Dan Brown, altro che quel vecchio misogino di san Paolo! Anzi, a pensarci bene non si può dire nemmeno che Dio sia maschio; meglio dire che Dio è femmina: così le teologhe femministe sono più contente. Il Vangelo, allora, diventa lo strumento per avanzare delle rivendicazioni, per alzare la voce, per serrare i pugni, per scandire degli slogan: lo stesso concetto che è alla base della teologia della liberazione. Dalla semplice verità che Gesù amava i poveri, si passa alla radicalizzazione del Gesù è dalla parte dei poveri, contro i ricchi! Ma quando mai? Dove è scritta una cosa simile? Non importa, lo dicono loro; lo dicono Leonardo Boff, dom Helder Câmara e tutti gli altri. E così Gesù amava solo le donne, contro lo strapotere maschile; e, chissà, forse amava anche i sodomiti, pardon, volevamo dire i gay, s’intende  contro l’omofobia imperante! Avanti, c’è posto per tutti! Gesù amava soprattutto i non cristiani, dato che il Buon Pastore lascia le novantanove pecorelle per cercare quella smarrita. E infatti, cosa c’è di meglio che invitare gli islamici in chiesa, alla santa Messa, per celebrare lo sgozzamento di un prete cattolico sull’altare, e centinaia di cristiani ammazzati negli attentati terroristici in Europa, e centinaia di migliaia ammazzati o messi in fuga in Africa e in Asia, sempre dai cari “fratelli” musulmani? Oh, già, ma questo non bisogna dirlo: papa Francesco lo ha proibito. Papa Francesco ha detto che non esiste un terrorismo islamico, così come non esiste un terrorismo cristiano. Quello cristiano, infatti, no: sfidiamo chiunque ad asserire il contrario, sulla base anche d’un solo fatto. Quello islamico, con un po’ di buona volontà, si può sempre girar la testa dall’altra parte, per non vederlo, e così evitar di guastare il “dialogo” fra le due religioni, così carico di rosee speranze: e sempre, come volevasi dimostrare, nello spirito di gioiosa “apertura” del Concilio Vaticano II…


La ‘svolta antropologica’ è il suicidio della teologia

di Francesco Lamendola


https://apostatisidiventa.blogspot.it/2017/04/il-protagonista-occulto.html

"La bustina di Mercurio" di Stefano Davidson


È Maria 'oscia in Etruria il geniere renziano che ha tenta'o di far brillare la mina 'antone n'i' baugigi de' i' Gentilonzo, mentre 'uesto già si stava facendo Trumpare da' i' rosso in iuessei. 
I' gio'ino eroti'o pare 'un gli sia piaciuto pe' nulla.
Stefano Davidson

sabato 22 aprile 2017

Il video che smaschera la bufala di Idlib



Il “Sarin di Assad” a Idlib nell’aprile 2017: una bufala che rischia di scatenare la Terza Guerra mondiale (e/o far vincere un altro Premio Oscar a George Clooney e ai suoi White Helmets). Per analizzarla in molti dei suoi aspetti, questo video (postato sia su Youtube che su Facebook).
Il tutto con una linkografia (in continuo aggiornamento) di riferimento.
Buona visione.
Francesco Santoianni
PS Il video è predisposto per potere essere sottotitolato in altre lingue (chi volesse il testo in italiano da tradurre non ha che da chiederlo alla redazione di Sibialiria)
fonte http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=3347

“Vittime Idlib non colpite da gas sarin”

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Nelle scorse ore è arrivato il primo report ufficiale delle Nazioni Unite sul bombardamento che si è verificato, lo scorso 4 aprile, presso il villaggio di Khan Shaykhun, nella provincia siriana di Idlib; l’incursione armata in questione, è divenuta tristemente famosa per via del presunto attacco con il gas sarin che avrebbe ucciso almeno 86 persone, gran parte di questi bambini. Gli Usa, per quell’attacco, hanno subito accusato il governo di Damasco partendo dai report del cosiddetto “Osservatorio siriano dei diritti umani” e delle fonti locali collegate all’opposizione islamista che, è bene ricordarlo, controlla gran parte della provincia di Idlib dal 2012; come ben si sa, le accuse mosse sia da Washington che da gran parte dei paesi europei, hanno poi provocato il bombardamento della base militare siriana di Shayrat con il lancio di 59 missili tomahawk provenienti dalle navi americane presenti nel Mediterraneo. Il rapporto ONU però,smentisce la prima ricostruzione dei fatti.

Vittime non uccise da armi chimiche

Nel rapporto delle Nazioni Unite, risalta in primo luogo la circostanza secondo cui gran parte delle 86 vittime non riporta chiari sintomi di avvelenamento da sarin o da sostanze chimiche; il bombardamento si è realmente verificato in quel 4 aprile all’interno del villaggio di Khan Shaykhun, pur tuttavia esso risulta essere stato effettuato con armi convenzionali e non invece con armi chimiche, così come riportato nelle prime ore. Nel rapporto ONU, si evidenzia inoltre che l’intossicazione da sarin emersa nei video circolati poco dopo il bombardamento avvenuto in questa zona della provincia di Idlib, potrebbe essere stata causata dal rilascio della sostanza letale da uno degli obiettivi colpiti dall’incursione aerea, pur tuttavia come affermato sopra, la maggior parte delle vittime del bombardamento è rimasta coinvolta dalle esplosioni delle armi convenzionali. Da un punto di vista prettamente umano, il decesso di un così elevato numero di persone rimane comunque un qualcosa di molto grave, pur tuttavia la dinamica dei fatti ricostruita dall’ONU appare completamente ribaltata.
Il rapporto delle Nazioni Unite è arrivato dopo circa venti giorni dai fatti di sangue avvenuti nella provincia di Idlib; l’intervento dell’ONU, era stato richiesto dallo stesso governo di Bashar Al Assad e dalla Russia, che sostiene politicamente e militarmente il presidente siriano. Secondo Damasco, il bombardamento con armi chimiche è stato inventato dall’opposizione per dare pretesto all’occidente ed agli USA in primis di intervenire militarmente in Siria; da Mosca, è stato lo stesso Vladimir Putin, lo scorso 11 aprile, a bollare come ‘fake news’ la ricostruzione fornita dall’Osservatorio siriano dei diritti umani sui gravi fatti di Khan Shaykhun e dal Cremlino, nelle ore immediatamente successive al bombardamento, si parlava di un’incursione convenzionale che ha colpito depositi di armi chimiche in mano ai ribelli presenti ad Idlib. Le Nazioni Unite comunque, effettueranno altre inchieste per fornire ulteriori dettagli su quanto successo in quel 4 aprile; quello delle scorse ore è soltanto il primo report, non si escludono nuovi documenti già nelle prossime ore.

Lavrov: “Atteggiamento Usa inquietante”

È bene specificare che questo primo rapporto, presentato nella serata di venerdì 21 aprile presso il Palazzo di Vetro in una conferenza stampa in cui, tra gli altri, il capo della commissione d’inchiesta sui fatti di Idlib, Paulo Sergio Pinheiro, è stato effettuato senza l’invio di esperti ed agenti sul luogo dell’accaduto; lo stesso Pinheiro ha specificato che i dati presentati emergono da testimonianze oculari e da fonti rintracciate nelle vicinanze del villaggio preso di mira dai bombardamenti del 4 aprile: “La Commissione non ha ancora escluso alcuna versione riguardante le cause del rilascio di questo agente chimico e continua a seguire diverse piste” ha affermato il capo della commissione delle Nazioni Unite durante l’incontro con la stampa, dopo aver letto il rapporto. Al momento però, non appare imminente un’indagine con esperti da inviare sul campo da parte dell’ONU e questo ha ricevuto le critiche da parte del governo russo.
Lavrov, in una dichiarazione rilasciata dal Palazzo di Vetro, ha definito ‘inquietante’ l’atteggiamento degli Usa e degli alleati occidentali i quali, secondo il capo della diplomazia del Cremlino, si oppongono all’invio di ispettori in grado di appurare la fonte da cui è stato sprigionato il gas sarin nel villaggio di Idlib colpito dalle incursioni aeree del 4 aprile; il riferimento di Lavrov era alla bocciatura, in sede di consiglio esecutivo dell’Organizzazione per il Divieto delle Armi Chimiche, della proposta di Russia ed Iran di un invio di una missione ufficiale delle Nazioni Unite nella cittadina di Khan Shaykhun. Tale bocciatura, è arrivata per l’appunto grazie al no, tra gli altri, di USA e Gran Bretagna. Dal canto suo, Assad da Damasco, in un’intervista rilasciata nelle scorse ore, si dichiara disponibile a far entrare gli ispettori ONU accusando le potenze occidentali di aver strumentalizzato le vittime dell’attacco del 4 aprile per giustificare un intervento armato
fonte http://www.occhidellaguerra.it/siria-rapporto-onu-vittime-idlib-non-colpite-da-gas-sarin/