martedì 20 ottobre 2015

Siria e Iraq, le terre del "genocidio dei cristiani"



Della difficile condizione in cui vivono i cristiani di Siria e Iraq si è discusso ieri pomeriggio, presso l’aula dei Gruppi parlamentari di Montecitorio, nel corso del convegno dal titolo “Genocidio dei cristiani”, organizzato dall’Associazione "Cristiani pakistani in Italia" e dall’Associazione umanitaria "Padana onlus". Il servizio di Elvira Ragosta:

Sono 450 mila i cristiani sfollati siriani a causa delle violenze della guerra civile e di quelle causate dal sedicente Stato islamico, 120 mila i cristiani iracheni costretti dai jihadisti dell’Is a lasciare le loro case in Iraq, scappando da Mosul e dalla Piana di Ninive verso il Kurdistan iracheno. Pochi sono i cristiani che resistono nella capitale Baghdad. Sulla loro condizione è intervenuto il Patriarca della Chiesa di Antiochia dei Siri, Ignacio Joseph III Younan:

“Quando non c’è stabilità, non c’è sicurezza, i più deboli ne pagano il prezzo… E così noi cristiani abbiamo pagato – e stiamo pagando – il prezzo, perché non c’è una forza di sicurezza che possa proteggere coloro che sono senza difese. Se la situazione resta tale, ossia se continua a esserci il conflitto, e se non si riescono a fermare quelle bande terroristiche, il cosiddetto Sato islamico, non c’è speranza che i cristiani rimangano! Questo è un rischio che minaccia la nostra sopravvivenza”.

Un pericolo reale, che nei prossimi cinque anni – secondo il recente Rapporto sulla persecuzione dei cristiani nel mondo redatto da “Aiuto alla Chiesa che soffre” – potrebbe portare all’estinzione della comunità cristiana nell’area. Il patriarca di Babilonia dei Caldei, Louis Raphaël I Sako:

“Il pericolo è che si arrivino a svuotare questi Paesi del Medio Oriente, sia l’Iraq che la Siria. Il pericolo a cui sono esposti i cristiani: sono perseguitati, bisogna dirlo, sono perseguitati a causa della loro religione e vanno via anche... Perciò, ci vuole una passione forte di fronte a questa tragedia: è il nostro Paese, è la nostra terra, è la nostra storia! Perché allora io, come iracheno, sono perseguitato? Io sono un cittadino iracheno, la religione non c’entra. Per questo ho detto che è necessario separare la religione dallo Stato.”

L’onda migratoria che interessa le popolazioni di queste zone, sia i cristiani che i musulmani, non ha limite – sottolinea il Patriarca della Chiesa greco-cattolica melchita, Gregorios Laham – ricordando che il 50% dei medici siriani è fuggito e che il clima di paura ha investito anche i cristiani, che in Siria hanno visto oltre 140 chiese distrutte. Ma la Siria non vuole la guerra, aggiunge il patriarca Gregorios Laham, che sulla pace auspica:

“È una voce cristiana – del mondo intero – per la pace, non per i cristiani o i siriani, ma per il mondo. Il Santo Padre quando era in Giordania ha detto: “Ci sono due chiavi per la pace nel mondo: la prima è un consenso per una soluzione condivisa, di tutto il mondo, per la Siria. La seconda è la pace e la giustizia per i palestinesi”.

Samaan Daouad ora è in Italia. E’ fuggito dalla Siria per salvare la sua famiglia e ha portato la sua testimonianza sulla condizione dei cristiani in Siria:

R. – I cristiani in Siria vivono male, soprattutto quelli che sono ad Aleppo: sono due anni che non hanno corrente elettrica né acqua… La strada è rimasta chiusa per quasi un anno. Si lanciano molte bombole del gas e non più il colpo di mortaio che causa la caduta di un palazzo o di due o tre piani. È stata proprio una minaccia diretta contro i cristiani siriani di Aleppo e attualmente di Damasco – purtroppo anche noi a Damasco abbiamo subito molte minacce – sulle scuole, le case e le chiese cristiane.

D. – Lei vuole ritornare in Siria?

R. – Il giorno in cui ci sarà la pace sicuramente sì, perché la casa non l’ho venduta e tutte le mie memorie le ho lasciate lì. Non ho voluto portare neanche una foto della mia famiglia, perché mi sono detto: “Bisogna che lasci tutto lì, così tornerò e riprenderò in mano la mia vita di nuovo”.

Non solo di Iraq e Siria si è parlato al convegno. Don Gilbert Shahazad, assistente ecclesiastico dell’Associazione “Pakistani cristiani in Italia”, ha ricordato le difficoltà che vivono i cristiani in Pakistan, ai quali non è concesso aprire attività commerciali o ricoprire incarichi pubblici. E ha parlato dei tanti cristiani in carcere, ingiustamente accusati di blasfemia. Tra questi c’è anche Asia Bibi, la donna cristiana pakistana in carcere dal 2009 per false accuse. La legge sulla blasfemia in Pakistan condanna a morte chi insulta Maometto e all’ergastolo chi insulta il Corano.



Fonte Radio Vaticana





Nessun commento:

Posta un commento