mercoledì 30 dicembre 2015

Chi è Laura Boldrini, la radical chic odiata sul web



Sarà colpa del sessismo, che non risparmia nessuno, neanche una donna charmant, dall’aria perbene, con un eccellente curriculum, dedicato a una persistente e coerente battaglia per i diritti civili. Oppure sarà per via della contrarietà dei suoi detrattori politici, che non hanno digerito che una signora della buona borghesia marchigiana – madre antiquario, padre avvocato, ottime entrature nei salotti radical chic – sia riuscita a salire sullo scranno della terza carica dello Stato, passando per il partito di Nichi Vendola. Oppure ancora per sue frequenti esternazioni a favore degli ultimi, piene di enfasi, ma la presidente della Camera, Laura Boldrini, è diventata una figura divisiva.
Al punto che, quando due giorni fa ha confidato di aver ricevuto diverse minacce di morte, di cui molte a sfondo sessuale, alla penna compassionevole de la Repubblica, Concita De Gregorio, e ha invocato provvedimenti per mettere mano all’anarchia del Web, le reazioni sono state contrastanti. Tante donne le hanno espresso solidarietà, ci mancherebbe altro, per le minacce ricevute, dai toni grevi e morbosi. Il “popolo del web”, però, è subito insorto contro la sua tentazione censoria della libertà virtuale, che può esprimere oltre alla democrazia digitale dell’informazione anche le peggiori pulsioni, ancestrali, per cercare di denigrare chiunque.
Persino il popolo digitale de la Repubblica, che l’ha trasformata sin dalla sua elezione alla presidenza della Camera in un’icona della vittoria della buona politica espressa dalla società civile contro la casta, si è diviso. E le riservato aspre critiche. «Laura Boldrini potrebbe candidarsi per lavorare in Corea del Nord, dove sicuramente questi problemi non esistono», ha commentato un lettore sul sito del quotidiano.
Eppure quando lei venne eletta, il 16 marzo, per via di uno stratagemma tattico di Pier Luigi Bersani, che sperava in questo modo di aprire un canale con il M5s, il suo discorso di insediamento dedicato agli ultimi, ai sofferenti, agli esodati, agli imprenditori rimasti senza imprese e soprattutto alle donne vittime dalla violenza maschile, venne accolto con una standing ovation. E gli applausi arrivarono, durante qualche passaggio del suo discorso, anche dai banchi del Pdl. A molti, almeno a quelli che hanno ceduto alla rabbia e al fastidio verso la casta, la sua elezione sembrò una brezza di aria fresca.

Del resto cosa si poteva rimproverare a una donna avvenente, che ha passato 20 anni nelle organizzazioni umanitarie internazionali, prima alla Fao e poi all’Unhcr, l’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite, ad occuparsi delle piaghe dell’umanità? Cosa si poteva rinfacciare a una donna elegante, anche se non griffata, sobria ma vivace, che, quando si insediò a Montecitorio e pronunciò la frase sulla lotta alla mafia, ci mise così tanta enfasi da rianimare le speranze di tutte le persone di buona fede? Si può pensare male di una donna, la terza dopo Irene Pivetti e Nilde Iotti a ricoprire la terza carica dello Stato, che parla in modo semplice, mai in politichese, apparentemente sempre col cuore in mano? Si può provare antipatia o reticenza verso una signora, 52 anni, con un viso bello ma non ritoccato, che restituisce un po’ di dignità a tutte quelle donne, per anni messe in imbarazzo da quella che è stata definita la “mignottocrazia” di Silvio Berlusconi? Impossibile.
Certo, il suo terzomondismo, che la spinse a 19 anni a lasciare le campagne marchigiane per cercare la vastità del mondo, in Venezuela, può non piacere a tutti. Soprattutto a chi non ha condiviso l’inquietudine della sua generazione, che indusse molti a cercare in America Latina, fra la miseria degli indios, o nella rivoluzione sandinista in Nicaragua, un senso alla propria esistenza. Pur sapendo di avere, una volta vissuta l’avventura, il biglietto di ritorno per tornare nei salotti radical chic. Anche se lei, che ha lavorato in una risaia in Venezuela, per poi risalire fino all’ombelico del mondo della Grande Mela, ha fatto tutto in modo ordinato. Sei mesi passati a viaggiare, sei mesi passati a studiare. E così dopo il liceo classico, si è laureata in Giurisprudenza all’università della Sapienza di Roma con una tesi sul diritto di cronaca.
Laura Boldrini OnuLaura Boldrini
Giornalista, ora vittima della cattiva informazione, ha passato molti anni nelle zone più buie del mondo, sui fronti di guerra. Nel 2009 ingaggiò un duello con l’allora ministro dell’Interno, Roberto Maroni, a Lampedusa, dove il sindaco le rese omaggio con l’onorificenza della cittadinanza onoraria, perché si oppose ai respingimenti degli immigrati clandestini nel Mediterraneo. Paladina degli uomini in fuga dalla miseria e dalle guerre, ci scrisse pure un libro nel 2010: “Tutti indietro” (Rizzoli). E al ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che con la sua nota eleganza verbale la definì «disumana e criminale», lei rispose: «Agli attacchi personali non rispondo, si commentano da soli».
Anche se ora che è presidente della Camera, non risparmia critiche a chi la critica, anche sempre con una dose di bon ton. A cominciare da Beppe Grillo che, dopo la sua elezione alla presidenza della Camera, l’ha liquidata come un’ulteriore espressione della partitocrazia. «Boldrini e Grasso due foglie di fico», ha scritto Grillo sul suo blog. E lei si è precipitata a Che tempo che fa, nel salotto televisivo politically correct di Fabio Fazio per rispondere con tono piccato. «Sono affermazioni del tutto fuori luogo, non sono mai stata iscritta a un partito, la mia storia parla per me», ha replicato durante l’intervista (generosa) di Fabio Fazio. Anche se è a Grillo, che lei deve la sua salita nell’Olimpo di Montecitorio, visto che se non ci fosse stato il M5s , la “partitocrazia” non avrebbe mai scelto una figura della società civile per cercare di sedare la rabbia anti-casta.
Certo, a molti non piacciono i suoi cliché sui disagiati (cattolica, ha raccontato che da piccola suo padre le faceva recitare il rosario in latino), ma fino ad ora sembrava essere apprezzata, capace di suscitare empatia grazie alla sua sensibilità. E una forte personalità, che la contraddistingue. Almeno fino alla maldestra gaffe, che le ha alienato molte simpatie, quando, dimenticandosi del suo ruolo istituzionale, il 28 aprile ha twittato (e poi dichiarato pubblicamente) : «Chi ha sparato a Palazzo Chigi era disperato per perdita di lavoro. Urge dare risposte perché la crisi trasforma le vittime in carnefici». Una frase infelice, forse anche ingenua, che ha sollevato molta polvere. Soprattutto sui social network. Il direttore del telegiornale de La7, Enrico Mentana, in un tweet, due giorni dopo ha cinguettato: «Definire Preiti vittima che diventa carnefice, come fa Laura Boldrini dà alibi sociale all’orrore del cittadino che si fa giustizia da sé». È forse anche per questo motivo, che le vessazioni verbali di cui è stata vittima non hanno suscitato un vero moto di indignazione. Sconfortante per lei, che ha fatto dell’indignazione una molla per entrare in politica. «Mi sono candidata per indignazione», ha ribadito più volte.

Chi ha sparato a #PalazzoChigi era disperato per perdita di lavoro. Urge dare risposte perché la crisi trasforma vittime in carnefici

— laura boldrini (@lauraboldrini) 28 aprile 2013

Forse, chissà, anche per questa ragione, nessuno si è indignato perché stata pedinata dai paparazzi per fotografarla con il suo compagno, Vittorio Longhi, di 11 anni più giovane di lei, definito «Il suo toy boy», manco fosse Demi Moore. Proprio lei che venne indicata dal settimanale Famiglia Cristiana nel 2010 come l’italiana dell’anno per il suo impegno civile accanto a profughi e immigrati. Probabilmente, passare dalle colonne perbene e perbeniste del settimanale cattolico a quelle scandalistiche di Alfonso Signorini, le ha insegnato molto di più di una qualsiasi lectio magistralis di politologia nostrana.
Nel 2010, Laura Boldrini in un‘intervista disse che «il movimento degli esseri umani non può essere fermato, ma solo regolamentato. Come Internet, altrimenti ci opponiamo al futuro», dichiarò. E così oggi, sul suo profilo istituzionale di Facebook, c’è chi l’accusa di non poter censurare la rete e chi le esprime solidarietà, incoraggiandola ad andare avanti. C’è chi le dice «presidente tenga la prua in avanti, i cani abbaiano e la carovana passa» e chi invece su Twitter tratteggia così la sua cifra politica: «Il mondo della Boldrini è semplice: o avidi o disagiati. Lei vuole mediare senza spettinarsi». 
http://www.linkiesta.it/it/article/2013/05/04/chi-e-laura-boldrini-la-radical-chic-odiata-sul-web/13432/

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