mercoledì 4 giugno 2014

IL 2 GIUGNO DEI MARÒ Da Palazzo Chigi ai vertici militari. Chi ha tradito Latorre e Girone?



Il Capo di Stato maggiore della Marina esautorato di poteri sulla vicenda



Qualcuno ha tradito. La fiducia dei due marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Ma anche la fiducia degli italiani e della nazione tutta. I due fucilieri di Marina sono da oltre due anni prigionieri in India. Senza un’accusa precisa se non il fatto di aver obbedito a un ordine e proteggere una nave italiana in acque internazionali. E ieri i due marò lo hanno detto forte e chiaro in diretta tv alle commissioni Esteri e Difesa nel giorno della Festa della Repubblica mentre in via dei Fori Imperiali sfilavano i loro colleghi. Dalle tribune striscioni e forte il grido «Marò Liberi subito».
Salvatore Girone ha perso la sua abituale freddezza e, alzando il tono della voce, ha quasi urlato ai parlamentari delle commissioni Esteri e Difesa collegati in videoconferenza con l’ambasciata di New Delhi: «Abbiamo solo obbedito a un ordine». Il marò è tornato a essere operativo ed è passato all’attacco. Le sue parole sono state chiare ma allo stesso tempo aprono divese interpretazioni.
Girone a quale ordine si riferiva? A quello di tornare in India nel marzo 2013 voluto fortemente dal governo Monti e dal ministro della Difesa, ex ammiraglio Di Paola, o a quello di scendere dalla Enrica Lexie il 19 febbraio 2012. E qui le ricostruzioni sono ancora fumose. Anche in questo caso l’ordine sarebbe partito dai palazzi della politica «per ragioni di diplomazia inernazionale». Il Capo di Stato maggiore della Marina sarebbe stato esautorato e impedito di occuparsi della faccenda. Nel febbraio 2012, il Capo di Stato maggiore della Marina era l’ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, attuale Capo di Stato maggiore della Difesa, il quale pochi giorni dopo il fermo dei due marò ebbe parole dure: «C’è rabbia per quello che sta avvenendo. I nostri due fucilieri sono trattenuti in ostaggio in India per una vicenda che ha molti lati oscuri». Da subito quindi la politica si è occupata della vicenda con conseguenze drammatiche per Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, sballotati dalla prigione di Kochi a Roma e poi ancora a Kochi, quindi di nuovo in Italia e ora reclusi nel recinto dell’ambasciata italiana di New Delhi. Due anni trascorsi, con continue udienze e altrettanti rinvii, con la spada di Damocle di una condanna a morte, o nella migliore delle ipotesi di passare trent’anni nelle carceri indiane. Per aver obbedito a un ordine, con quell’alto senso del dovere e della dignità di Patria che i militari hanno. I politici anche quando sono tecnici.
«Si deve fare chiarezza una volta per tutte. Vogliamo che venga resa pubblica la modalità del ritorno in India di Latorre e Girone lo scorso anno». È prentorio il primo maresciallo Antonello Ciavarelli del Cocer Marina militare e Guardia Costiera. «I due ragazzi sono innocenti, non hanno ammazzato nessuno – insiste il rappresentante dei marinai - Voglio sapere se sono stati forzati, obbligati a tornare in India. Potevano mettersi in malattia, persino congedarsi... Perché hanno lasciato l’Italia, dove tra l’altro sono stati indagati, per tornare laggiù dove ancora non si sa come andrà a finire? Cosa è successo? Ci sono stati altri motivi a indurli a tornare nelle grinfie della giustizia indiana? Ora il governo deve accelerare. Va bene l’arbitrato internazionale ma si deve fare presto. I prossimi devono essere gli ultimi giorni dei nostri due marò in India».


Tra i colleghi dei due fucilieri del Reggimento San Marco è diffusa l’opinione che Salvatore Girone abbia voluto, alzando il tono della voce, mandare un segnale chiaro: «Abbiamo solo obbedito a un ordine». Un ordine partito da Palazzo Chigi dove, nel marzo 2013, abitava Mario Monti e il suo ministro della Difesa era l’ex ammiraglio Giampaolo Di Paola, forse troppo preoccupati dei rapporti commerciali con New Delhi che dei nostri due marò. Del resto sui militari si possono fare tagli di spesa incontrollati, bloccare gli stipendi, limitare le carriere, se ne può parlare male e si possono mandare a morire salvo poi farsi vedere contriti ai funerali. Ma ieri il popolo di Roma, ma non c’erano solo romani ad assistere alla parata, ha gridato forte il sentimento che è di tutti i italiani: i due marò debbono tornare a casa.
«I due ragazzi sono stanchi. Hanno un altissimo senso del dovere ma ora il governo deve cambiare strategia e dare un’accelerazione alla vicenda». Il capitano di fregata Antonio Colombo membro del Cocer della Marina Militare si è quasi commosso quando in via dei Fori Imperiali, al passaggio del San Marco, c’è stato un lungo applauso e in tanti hanno urlato «Marò liberi!». Stanchi di tanti mesi lontano da casa, dai loro affetti, dai loro camerati del Reggimento, esiliati nell’ambasciata di New Delhi. Ed ecco quello sfogo «Abbiamo solo obbedito a un ordine». «L’ordine al quale Girone si è riferito è a 360 gradi – cerca di interpretrare il capitano di fregata Colombo - Fin dalle origini, da quando è salito sulla nave per proteggerla con il suo team. L’ordine di scendere dalla nave e consegnarsi alla polizia indiana e poi quello di tornare in India. Certo ora sono al limite: il tempo passa e non sembra cambiare molto. Il fatto positivo è che questa diretta tv, trasmessa nei tg più importanti sia un segnale anche al nuovo governo di Delhi. Ora il governo deve fare qualcosa di più».

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