giovedì 28 gennaio 2016

0ggi 28 gennaio S.Tommaso d'Aquino



San Tommaso d'Aquino, detto anche Doctor Angelicus, Doctor Communis (Roccasecca, 1225; † Abbazia di Fossanova, 7 marzo 1274), è stato un teologo e filosofo italiano. Pio V, nel 1567, lo proclamò Dottore della Chiesa, e Leone XIII, il 4 agosto 1880, patrono delle scuole e università cattoliche.

Rappresenta uno dei principali pilastri teologici della Chiesa cattolica, ma, per il suo metodo di lavoro e per la sua apertura mentale, è punto di riferimento anche per pensatori contemporanei (teologi e filosofi) non di fede cattolica.

Una fondamentale sua caratteristica è la capacità di leggere in modo sia sempre rispettoso sia sempre nuovo anche questioni della filosofia classica, con riferimenti a maestri come Socrate, Platone, Aristotele, ma anche ai loro commentatori successivi, sia tardoantichi sia ebrei sia musulmani. La luce della fede, collocata nel giusto rapporto con quella della ragione, nonché la profonda conoscenza della Bibbia e dei Padri della Chiesa ne fanno un maestro anche per i tempi di oggi.




Tommaso d'Aquino nacque a Roccasecca, nel feudo dei conti d'Aquino (Frosinone), nel 1225.

Figlio di Landolfo, nobile di origine longobarda, e Teodora, il piccolo Tommaso, a soli cinque anni, fu inviato comeoblato nella vicina Abbazia di Monte Cassino per ricevere l'educazione religiosa.

A quattordici anni Tommaso si trasferì a Napoli, dove si dedicò allo studio delle arti all'Università degli Studi di Napoli "Federico II", presso il convento di San Domenico Maggiore. È così che, pur fortemente ostacolato dalla famiglia, fece richiesta nel 1244 di essere ammesso all'Ordine domenicano, cosa che avvenne a fine aprile dello stesso anno.

I suoi superiori, avendone intuito il precoce talento, e per consentirgli il completamento degli studi, lo inviarono aParigi, ma il giovane, prima che potesse giungervi, fu catturato dai suoi familiari e ricondotto al castello paterno di Monte San Giovanni Campano.

Il periodo di prigionia, che durò un anno, fu caratterizzato dalle pressioni della famiglia che voleva fargli rinunciare all'abito domenicano, e si concluse, per intercessione di Papa Innocenzo IV, con la liberazione (o, secondo alcuni biografi, con la fuga) di Tommaso.

Dopo brevi soggiorni, prima a Napoli e poi a Roma, nel 1248 Tommaso giunse a Colonia in Germania per seguire le lezioni di Sant'Alberto Magno, filosofo e teologo tedesco, la cui dottrina cercò di conciliare l'Aristotelismo con il Cristianesimo, considerando il metodo empirico di Aristotele molto utile per le scienze naturali e, dal momento che scienza e fede non sono contrastanti, indirettamente giovevole anche per la fede cristiana: conoscere meglio la natura equivale a conoscere meglio l'opera del Creatore. Tommaso fece sua questa istanza di Alberto.

A Colonia, nel 1250 o nell'anno successivo, diventa sacerdote. Dal 1252 invece Tommaso insegnò all'Università di Parigi, iniziando come baccalarius biblicus, e dopo quattro anni poté tenere la sua prima lezione in cattedra.

Nel frattempo, Tommaso combatté contro gli averroisti, che ritenevano la fede inconciliabile con la ragione. Secondo Tommaso, invece, la ragione supera le fede, ma non si oppone ad essa.

Tommaso cercò anche, contro l'opinione del dominante indirizzo agostiniano, filosoficamente platonico oneoplatonico, di mostrare la conciliabilità dell'impostazione aristotelica - ovviamente interpretata in modo diverso da quanto facevano gli averroisti e, dove occorreva, opportunamente corretta - con la fede cristiana; Tommaso, in questa operazione, non scadde mai nella polemica, citando anzi sempre con grande stima lo stesso Sant'Agostino; a tal proposito, è da rilevare che fu personalmente in ottimi rapporti con uno dei massimi esponenti contemporanei dell'agostinismo, San Bonaventura.

Nel 1259 Tommaso tornò in Italia: strinse amicizia con Guglielmo di Moerbeke, il grande traduttore di Aristotele dai testi originali greci, e collaborò ad alcuni scritti con papa Urbano IV, presso il convento di Orvieto, dove il ponteficesi era temporaneamente stabilito.
Ragione, scienza e fede

Il metodo di lavoro di Tommaso è caratterizzato da una grande e critica fiducia nella ragione umana e nelle sue capacità di scoperta: nel commento al De coelo et mundo di Aristotele, ad esempio, Tommaso sostiene che non si debba mai ritenere una teoria scientifica definitivamente vera, perché può sempre succedere che ne venga elaborata una nuova, in precedenza mai concepita da nessuno.

La certezza nell'universale capacità umana di ragionare fa di Tommaso un grande sostenitore del metodo dialogico (cfr. la Summa contra gentiles), capace, come si vede in ogni sua opera, di accogliere senza pregiudizio qualunque contributo di riflessione possa avvicinare alla verità, da qualunque ambiente esso provenga: cristiano o musulmano, ebreo o pagano.

Giungere alla pienezza della verità, che Tommaso identifica con Dio, non è, però, alla portata della sola ragione umana: dobbiamo fare ricorso ad una superiore fonte di conoscenza: la Rivelazione. Per Tommaso però "superiore" non vuol dire "contrastante". Tommaso è molto lontano dalla teoria della doppia verità degli averroisti latini, i quali ritenevano, secondo l'impostazione di Sigieri di Brabante, che la fede e la ragione potessero rispondere in modo non solo diverso, ma addirittura opposto alla stessa domanda, e che si dovessero tenere per buone entrambe le risposte. Per lui, invece, la fede e la ragione, se rettamente intese, non possono mai essere in contrasto tra loro, provenendo entrambe da Dio; la differenza tra esse sta nel fatto che la seconda, anche quando parla di Dio, lo fa a partire dalla sua manifestazione nella natura, mentre la prima è fondata sulla conoscenza che Dio stesso ha di sé. Da qui deriva il suo primato.

La teologia, che si basa sulla Rivelazione divina, e che è una scienza per gli uomini solo in quanto subalterna alla scienza di Dio, ha lo stesso statuto epistemologico di altre scienze quali la prospettiva e la musica, che ricevono, senza né dimostrarli né poterli considerare di per sé evidenti, i propri principi di lavoro rispettivamente dalla geometria e dall'aritmetica.
Etica e politica

Oltre che fondamento e causa efficiente del mondo, Dio ne è anche il fine: nell'uomo, in particolare, l'agire consapevole è sempre in vista di un fine. Ma c'è un fine ultimo, criterio di ogni atto di scelta? Sì: è raggiungere la beatitudine, che Tommaso intende in senso oggettivo: quella realtà capace di rendere beati. Tale può essere solo il bene infinito, perché i beni finiti non ci possono quietare in tutti i nostri desideri, ed il bene infinito, l'infinito essere, è Dio.

Il mio personale stato di benessere soggettivo è allora conseguenza del raggiungimento del fine, non è fine esso stesso. Così la legge è soltanto mezzo per raggiungere il fine, non fine essa stessa. Nel momento in cui obbedire alla legge (qualsiasi legge) mi allontana dal fine, la legge non vale più. Tommaso parla nella Summa Theologiae di una speciale virtù che aiuta a capire quando è il momento di disobbedire.

La legge può essere distinta in quattro livelli:
legge eterna, nella mente di Dio, e pertanto non conoscibile da noi in modo diretto;
legge naturale, che è una partecipazione della prima e si può cogliere con la ragione;
legge positiva, che è posta dagli uomini e non deve contrastare la legge naturale, pena la perdita di validità: posso ribellarmi ad una legge che calpesti un mio diritto naturale, devo farlo se la legge vuole impormi di calpestare un diritto altrui;
legge divina, che vale per chi accetta il Cristianesimo e non può essere imposta a chi è fuori dalla Chiesa.

Questa concezione del diritto fonda la reciproca autonomia dei poteri politico e religioso: Tommaso, contrario alla teocrazia, afferma che l'autorità politica è legittimata da Dio attraverso il consenso popolare, non attraverso il Papa. La società migliore, anzi, è quella in cui tutti sono elettori e tutti eleggibili.

Interessante, a riguardo della legge naturale, è il fatto che esista una gerarchia nei diritti naturali: ad esempio, quello alla proprietà è subordinato, e funzionale, al diritto alla vita. Ne deriva che, qualora il diritto alla vita di qualcuno si possa affermare solo con l'appropriazione di beni (magari superflui) altrui, quest'appropriazione è pienamente giustificata; la proprietà privata, insomma, per quanto in sé legittima, va sempre coniugata con un uso sociale dei beni.

Le riflessioni dell'Aquinate sul diritto naturale si sono rivelate di grande importanza nella storia del pensiero occidentale, soprattutto per la nascita del moderno diritto internazionale e per la formazione della dottrina sociale della Chiesa, dalla Rerum Novarum di Leone XIII (1891) fino ad oggi.





Estratto da Cathopedia
Questo articolo come personale omaggio al carissimo Mons. A. Sappa , Milla Lince Grassi






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