mercoledì 2 aprile 2014

Per i fucilieri di marina meglio diplomazia che arbitrato





Caso Marò

Dopo aver escluso l’applicazione della legge antiterrorismo al caso dei due Marò, la Corte suprema indiana ha ammesso il ricorso italiano volto ad impedire che la polizia dell’antiterrorismo (Nia, National Investigation Agency) prosegua le indagini e formuli i capi di accusa.

La Corte suprema si è però riservata di udire le controparti e ha fissato una nuova udienza tra quattro settimane. Con il rischio che il periodo feriale prolunghi di nuovo una decisione sulla vicenda.

Ma non è questo il punto. Occorre finalmente chiarire se l’Italia voglia difendersi nel processo oppure dal processo. Finora ha contestato la giurisdizione indiana nel processo, presentandosi alle udienze insieme ai due fucilieri di marina e di tanto in tanto ha sollevato la questione nei fori internazionali, ma senza ottenere risultati rilevanti.

Ora si punta sull’internazionalizzazione della vicenda e addirittura si adombra qualche mossa “segreta”, che le autorità competenti non hanno voluto rivelare per evitare di fornire all’India la possibilità di preparare una contromossa!

Cosa vuol dire in concreto internazionalizzazione della vicenda?

Difendersi dal processo indiano.  In primo luogo, il rifiuto di presentarsi alle udienze di fronte alla Corte suprema o di fronte ad altro tribunale indiano. “Nessun processino”, ha dichiarato il rappresentante speciale del governo italiano. Mettersi su questa strada significa non solo impedire che i due fucilieri si presentino in tribunale, ma anche ordinare che essi non si presentino più alle autorità indiane per la firma settimanale.


Questo, ovviamente, potrebbe comportare la revoca della libertà di movimento di cui attualmente godono. I Marò, quindi, dovrebbero starsene chiusi nella nostra ambasciata, luogo sicuro, dal momento che gli indiani non oserebbero invaderne i locali come fecero gli iraniani nel 1979 nei confronti dei locali diplomatici degli Stati Uniti a Teheran.

Non credo, d’altro canto, che l’India acconsentirebbe all’invio dei due Marò in Italia in attesa che si definisca la vicenda, come ha chiesto a gran voce il nostro governo.

Una volta rifiutato il processo in India, l’internazionalizzazione ha davanti due strade: l’arbitrato internazionale o il negoziato diplomatico, da condurre in un quadro multilaterale. Ambedue dovrebbero stabilire a chi spetti la giurisdizione, senza entrare nel merito della vicenda, senza stabilire cioè se i due fucilieri siano effettivamente responsabili della morte dei pescatori indiani.



Arbitrato internazionale
L’arbitrato è quello previsto dall’Annesso VII alla Convenzione del diritto del mare. Omettendo i dettagli tecnici, esso potrebbe essere azionato dall’Italia mediante un ricorso unilaterale. Nello stesso tempo l’Italia potrebbe chiedere al Tribunale internazionale del diritto del mare (Amburgo) una misura provvisoria volta al ritorno in patria dei due marò in attesa della decisione finale.

Richiesta sul cui esito positivo sono da nutrire seri dubbi, ma vorremmo essere smentiti. Quanto al Tribunale arbitrale, si tratta di un collegio di cinque giudici, due dei quali possono avere la nazionalità delle parti, cui spetta la nomina; gli altri tre stranieri, tranne che si decida diversamente.

L’annesso prevede una procedura in caso di stallo, incluso l’intervento del Presidente del Tribunale del diritto del mare. L’appello è escluso, ma le parti potrebbero preliminarmente ammetterlo. La Corte permanente di arbitrato, con sede all’Aja, potrebbe fungere da ufficio di cancelleria e mettere a disposizione le proprie “facilities”, inclusi i locali.

Gli handicap dell’arbitrato sono due: il merito e i tempi della procedura.

Le argomentazioni italiane fanno essenzialmente perno su due punti: il fatto che la sparatoria sia avvenuta in alto mare e l’immunità funzionale dei due marò. La prima argomentazione è debole. Esiste un concorso di giurisdizione poiché le vittime sono di nazionalità indiana ed è speciosa l’argomentazione secondo cui la giurisdizione spetti esclusivamente all’Italia, come sarebbe avvenuto se si fosse trattato di collisione o altro incidente della navigazione.

La seconda argomentazione è invece quella più convincente. I due Marò, anche se imbarcati su nave commerciale, hanno agito per una funzione pubblica e i loro atti devono essere imputati allo stato italiano che, eventualmente, ne risponderà secondo canoni della responsabilità internazionale.

L’unico problema è che si tratta di norma consuetudinaria, quindi non scritta, e che la questione dell’immunità funzionale è attualmente allo studio della Commissione del diritto internazionale delle Nazione Unite.

Il secondo handicap dell’arbitrato riguarda il tempo. Finora sono stati azionati nove procedimenti arbitrali nel quadro della Convenzione sul diritto del mare. Gli arbitrati terminati hanno richiesto almeno tre anni di tempo. Altri non si sono ancora conclusi, come quello tra Bangladesh ed india, iniziato nel 2009.

È vero, peraltro, che, durante la procedura, le parti potrebbero continuare a negoziare e trovare una soluzione prima che si giunga a sentenza.

L’alternativa della diplomazia
L’alternativa all’arbitrato, sempre restando nel quadro dell’internazionalizzazione e rifiutando il processo indiano, è la negoziazione in un quadro multilaterale, facendo leva sugli alleati e presentando il caso nei fori multilaterali , a cominciare dalle Nazioni Unite, sollecitando anche l’intervento del Segretario generale.

Passi in questa direzione sono stati già fatti, ma occorre fare di più e, soprattutto, con costanza e coerenza, cioè abbandonando definitivamente il processo indiano. Strategie di natura tecnico-giuridica possono costituire un valido supporto al negoziato politico-diplomatico.

Ad esempio, in occasione del dibattito annuale in Assemblea Generale sui lavori della Commissione del diritto internazionale, occorre sollevare la questione dell’immunità funzionale degli organi dello stato impegnati in missione antipirateria, come i nostri marò.

L’Italia potrebbe inoltre farsi promotrice di una convenzione internazionale sulla disciplina del personale armato imbarcato sulle navi mercantili, dove dovrebbe essere inserite disposizioni ad hoc per il personale militare, volte a ribadire il loro status secondo il diritto internazionale attualmente in vigore. In materia esiste già un primo articolato, che potrebbe essere rinvigorito ed opportunamente adattato.

In conclusione, l’alternativa della soluzione diplomatica e della chiamata in causa della comunità internazionale sembra preferibile alla soluzione dell’arbitrato, a causa dei tempi lunghi che questo comporta e dell’alea del risultato finale.

La pirateria non è stata completamente sconfitta, ma gli attacchi pirateschi sono significativamente diminuiti da quando personale armato è stato imbarcato sui mercantili. L’Italia ha dato un contributo fondamentale alla lotta alla pirateria. Un merito da far valere al cospetto della comunità internazionale per porre fine ad una triste vicenda.

Natalino Ronzitti è professore emerito di Diritto internazionale (LUISS Guido Carli) e Consigliere scientifico dello IAI.
01.04.2014

fonte: http://www.affarinternazionali.it 
 
edoardo-medini.blogspot.com 

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