sabato 30 aprile 2016

Giubileo militari. Fisichella e Marcianò: eserciti servano la pace. Un pensiero per i nostri Marò



"La sua porta è sempre aperta": è il filo conduttore del Giubileo della Famiglia militare e di polizia in programma a Roma da oggi al primo maggio, nel quadro degli eventi per l'Anno della Misericordia. Oggi convegno all'Augustinianum, domani partecipazione all'udienza giubilare con il Papa, domenica mattina alle 10.00 la Messa in San Pietro presieduta dal cardinale segretario di Stato Pietro Parolin a chiusura del Giubileo. Alle 12 i pellegrini parteciperanno al Regina caeli di Francesco. Alessandro Guarasci ha sentito il presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della Nuova Evangelizzazione, mons. Rino Fisichella: 

R. - Nella Misericordiae Vultus il Papa ha un’espressione che a mio avviso si applica felicemente a quello che viene celebrato oggi. Dice che dobbiamo essere capaci di raggiungere le periferie di questo mondo e noi vediamo che gran parte delle azioni degli eserciti prima ancora che essere uno strumento di guerra e di difesa, sono uno strumento di pace. Raccolgono le forze per poter essere presenti a ricostruire, portano da mangiare dove manca, e a quelle popolazioni in stato di guerra e di violenza restituiscono la serenità e una forma di sicurezza. Quindi mi sembra che celebrare con un Giubileo della Misericordia significhi essere capaci di riconoscere anche il grande impegno per la pace.

D. - Un compito valido soprattutto ora che in Medio Oriente e in Nord Africa c’è fortissima instabilità, anche guerre …

R. - Noi viviamo una guerra mondiale anche se frammentata e davanti a questa esperienza il richiamo alla Misericordia si fa più forte. Ma il richiamo alla Misericordia – come lo vediamo quotidianamente – è anche un appello che viene fatto a tutti gli uomini di buona volontà. Si esprime con la vicinanza, con la partecipazione, diventa consolazione e strumento di pace; diventa guardare con occhi carichi di pietà anche tutte quelle situazioni che richiedono, appunto, una profonda umanità.

Ma qual è oggi il ruolo dei militari, che spesso sono testimioni del male presente nel mondo? Luca Collodi lo ha chiesto amons. Santo Marcianò, arcivescovo Ordinario militare per l'Italia: 

R. – Sono a contatto con il male, con quel male che vorrebbe distruggere il bene e che di fatto a volte ci riesce, soprattutto quando sopprime la vita dell’uomo. Ed è la testimonianza del male che spinge personalmente i militari, e anche i cappellani militari che operano con loro, ad adoperarsi per il bene. Da qui, come militari ma direi, prima ancora, in quanto persone, persone che hanno creduto e che credono nel bene, il coraggio di dare tutto, anche la vita, per i fratelli.

D. – Mons. Marcianò, l’essere prete è compatibile con la condizione di militare?

R. – L’essere prete non è compatibile con la professione del militare. Ma la militarità per il prete, e in questo caso per i cappellani militari perché sono solo loro ad avere questo status, è necessaria per poter svolgere il proprio ministero. Se così non fosse, i cappellani militari avrebbero grosse difficoltà nello svolgimento del loro servizio ministeriale. Aggiungo che mi piace vedere un segno di condivisione con questi fratelli e sorelle: essere uno di loro. La militarità resta il mezzo attraverso il quale il cappellano militare opera. Anch’io avevo dei dubbi, non riuscivo a capire… Non è un caso che in quasi tutti gli Ordinariati del mondo la militarità resti un mezzo assolutamente necessario per poter – ripeto – con grande libertà e autonomia, svolgere il ministero sacerdotale.

D. – Il Concilio Vaticano II vi ha definito “ministri della sicurezza e della libertà dei popoli”…

R. – Mi convinco sempre di più che il Concilio ci ha visto bene e chiaro, in prospettiva. È un termine che può sembrare esagerato, grosso, però è vero: descrive il servizio, il ministero del militare, che ha come fine quello di difendere la libertà e di mettere nelle condizioni i popoli e la gente di poter vivere liberamente, di godere e comprendere il senso della vita. Da qui la dignità dell’uomo: non c’è dignità se c’è oppressione; non c’è dignità se c’è guerra; e non c’è dignità se c’è un persecutore che fa di tutto per togliertela questa libertà, imponendoti legge!

D. – Mons. Marcianò qual è il senso di questo Giubileo delle Forze armate e della Polizia?

R. – Il Giubileo diventa l’incontro con la misericordia di Dio. Il Giubileo dei Militari mi piace vederlo come la conferma di ciò che il militare è. Più volte mi è capitato di definire il militare come un “Buon Samaritano”, è la misericordia che praticano i militari. Li vedo quasi come coloro che si sostituiscono a volte alla responsabilità di quanti hanno in mano le redini dell’umanità e fanno poco, forse nulla, per dare e ridare dignità alla gente.

D. – I militari sono le prime persone che il migrante incontra al momento dell’arrivo…

R. – Io dico che se non ci fossero i militari, tante sarebbero le morti. I militari sono coloro che soccorrono, salvano vite umane e rischiano la vita per salvare quella dei fratelli e delle sorelle che giungono sulle nostre coste. Mi piace associare ai militari anche l’opera dei cappellani militari, che non si limitano ad assistere. Io cerco di garantire la presenza del cappellano su ogni nave: quella del cappellano è un’opera che diventa anche qui coinvolgente, nel senso che il cappellano si confonde con i militari, si sporca le mani come fanno i militari. Si veda l’operazione “Mare Nostrum” prima e adesso l’altra che vede il coinvolgimento dell’Europa: questa è fondamentale ed è a cura esclusiva dei nostri fratelli e delle nostre sorelle militari. Credo che tutti siano d’accordo nel riconoscere a questi nostri fratelli il grande coraggio, la grande abnegazione e il grande senso di solidarietà nel fare di tutto perché questa gente viva.

D. – Un pensiero ai due marò che ancora attendono chiarezza per il loro futuro…

R. – La ringrazio per questa domanda perché la misericordia è prima di tutto verità. E io credo che bisogna fare di tutto perché Salvatore Girone torni in Italia e perché i due nostri fratelli attendano in Italia quanto credo, ormai, sia così chiaramente verificato e condiviso da tutti. Me lo auguro e mi auguro che quest’Anno della Misericordia sia decisivo anche per questa pace interiore che Salvatore Girone e Massimiliano Latorre attendono di avere. Perché - è vero - Massimiliano è in Italia, ma sta male. Salvatore è in India ma non possiamo dire che stia bene. Speriamo quindi che raggiungano finalmente questa pace del cuore per poi aspettare un verdetto che li veda liberi da colpe, che sicuramente non hanno.

Fonte Radio Vaticana - Marilina Lince Grassi




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