domenica 10 aprile 2016

Ultimi aggiornamenti da Radio Vaticana



Papa Francesco "ha appreso con dolore la notizia del tragico incendio avvenuto nel tempio di Puttingal, a Paravoor, nello Stato indiano del Kerala". Così si legge in un messaggio di cordoglio a firma del cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, in cui il Santo Padre invia "le proprie condoglianze alle famiglie delle vittime e delle persone ferite, pregando per tutti coloro che sono rimasti coinvolti in questa tragedia e per le operazioni di soccorso in atto". Infine il Pontefice invoca "sulla nazione la benedizione divina di forza e di pace".

I dettagli della tragedia avvenuta ieri sera
È arrivato a 110 morti e circa 350 feriti – molti dei quali in condizioni critiche – il bilancio, ancora provvisorio, del terribile incendio divampato nel complesso di templi di Puttingal, nel villaggio costiero di Paravoor, nello Stato del Kerala, India meridionale. Nel tempio si stava festeggiando la dea Bhadrakali, come di consueto con uno spettacolo di fuochi d’artificio - che però quest’anno non era stato autorizzato dalle autorità del Kerala per motivi di sicurezza – quando alcune scintille hanno innescato altri fuochi pirotecnici stoccati nelle vicinanze in attesa di un’altra festività, il Capodanno indù, che ricorrerà giovedì prossimo.

Il Premier: assegni alle famiglie coinvolte nella tragedia
Al momento della tragedia, all’interno del tempio trasformatosi in una gabbia di fuoco, si calcola ci fossero circa tremila persone, alcune delle quali sono riuscite a fuggire. Al momento le fiamme sono state spente e sul luogo della tragedia sono all’opera le squadre di soccorso. Il Primo ministro indiano, Narenda Mori, che si sta recando sul posto, ha annunciato un assegno da 200 mila rupie alle famiglie che hanno avuto una vittima e di 50 mila a quelle che hanno avuto un ferito nell’incidente.




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Nell'Italia di domani io ci sarò. Da oggi”: questo il tema della 92.ma Giornata per l'Università Cattolica, che ricorre domenica 10 aprile. Nel messaggio diffuso per l’occasione e ripreso dall’agenzia Sir, la presidenza della Conferenza episcopale italiana (Cei) ricorda che “i nostri giovani sono generosi e che non si tirano indietro di fronte alle sfide e ai cambiamenti”, però “hanno bisogno però di essere sostenuti e incoraggiati, di sentire l’affetto e la vicinanza di tutti coloro che credono e hanno fiducia in loro”. Per questo, “la comunità ecclesiale con le sue istituzioni formative ha una grande responsabilità verso le nuove generazioni ed è chiamata a declinare la crescita umana con una visione integrale della persona alla luce dei valori cristiani e dell’esperienza di fede che scaturisce dall’incontro con Cristo. Un incontro che non lascia indifferenti e che fa diventare operose le mani dei giovani, proiettate verso Dio e verso il prossimo”.

Farsi interprete delle domande dei giovani
Per affrontare le sfide e vivere i cambiamenti, prosegue il messaggio, “generazioni e generazioni di giovani sono state aiutate dall’Università Cattolica del Sacro Cuore”, chiamata a “farsi sempre più interprete delle domande dei giovani e a dare risposte concrete affinché possano essere artefici di un futuro che realizzi il bene del Paese e nello stesso tempo promuova condizioni di giustizia e di pace per tutti i popoli”.

Nuove generazioni desiderose di contribuire al futuro del Paese
Le nuove generazioni, evidenzia la presidenza della Cei, “sono desiderose di contribuire, con la loro creatività e il loro entusiasmo, al futuro del Paese. Anche l’Università Cattolica c’è e si pone con rinnovato impegno al loro fianco”. Poi, l’invito alle comunità ecclesiali affinché sostengano i giovani, “rinnovando e possibilmente rafforzando, con modalità adeguate alle esigenze del nostro tempo, quel rapporto di reciproca stima e sostegno che fin dai suoi inizi lega l’Ateneo ai cattolici italiani”.







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Giubileo. Mons. Viganò, Messa con i detenuti di Paliano

Vivere il Giubileo della misericordia anche tra le mura del carcere: questa l’atmosfera che si è respirata stamani nel penitenziario di Paliano, in provincia di Frosinone, dove i detenuti hanno accolto la Croce pellegrina in occasione dell’Anno Santo straordinario della misericordia. Ad accompagnare il pellegrinaggio, anche il prefetto della Segreteria per la Comunicazione, mons. Dario Edoardo Viganò. Il nostro inviato, Davide Dionisi, gli ha chiesto quale significato assuma la presenza della Croce della misericordia in carcere: 

R. – Assume il significato di ricordare a tutti noi che nella vita c’è sempre qualche momento di fatica. D’altra parte tra noi e i detenuti non c’è molta differenza, se non semplicemente che qualche volte un peccato è anche un reato. Ma oltre la croce c’è sempre la speranza della risurrezione. Cristo è morto perchè dal nostro sepolcro anche noi potessimo risorgere alla vita di Dio.

D. – Come annunciare Cristo in un contesto in cui la libertà umana, materiale, a volte anche piscologica, viene meno?

R. – È complesso, però credo che sia molto importante il lavoro che fanno non solo gli operatori penitenziari, ma anche tutti i volontari e le persone che hanno a cuore la vita, la vicenda e la storia di uomini e di donne che in qualche modo qui passano dei mesi e degli anni. La misericordia è sapere che non c’è mai nessun peccato, nessun elemento dell’umano che non possa essere abbracciato dal Vangelo e dal Vangelo della misericordia.

D. – Secondo Lei, con l’iniziativa di oggi stiamo vivendo già un’anticipazione del Giubileo dei detenuti che si terrà a San Pietro nel mese di novembre?

R. – Sì, in qualche modo. Anche noi abbiamo attraversato una porta, la porta fisica di un penitenziario, la porta del cuore reciproco: quello dei volontari che si aprono ai detenuti e quello dei detenuti che, non in maniera scontata, si aprono a coloro che li vengono a visitare. Quindi, in questa apertura reciproca c’è l’idea di varcare una porta: la Porta Santa, la Porta del Giubileo, la porta che ci ricorda che Cristo è la Porta. Entrare attraverso Cristo vuol dire entrare in quel pascolo dove troveremo cibo in abbondanza.

Ma qual è il ruolo della religione in carcere, nella vita dei detenuti? Davide Dionisi lo ha chiesto alla direttrice del penitenziario di Paliano, Nadia Cersosimo: 

R. – La religione ha un ruolo educativo perché arriva al cuore delle persone che hanno sbagliato, dei detenuti. Noi non dobbiamo dimenticare che il detenuto è un uomo. Non dobbiamo pensare al reato, ma alla persona che ha commesso il reato e in questo senso nessuno può puntare il dito contro nessuno. I detenuti sono stati giudicati dalla legge, hanno seguito un percorso e adesso devono poter rientrare nella società ed esserne una risorsa. E il loro riscatto passa anche attraverso la religione, perché li fa sentire parte integrante di una comunità grande che è quella della Chiesa, una comunità che accoglie anche le persone che sbagliano. Anche noi dobbiamo chiedere perdono, non solo i detenuti. Tutti noi dobbiamo chiedere perdono e dobbiamo saperlo chiedere, perché il Signore è sempre pronto a perdonare, mentre spesso siamo noi uomini a non essere in grado di farlo.

Tra i presenti all’iniziativa, anche suor Nadia Coppa che ha animato la liturgia. Ascoltiamo la sua testimonianza: 

R. – L’opportunità che abbiamo avuto di essere qui presenti ci aiuta a riconoscere il valore della dignità di ogni persona che va al di là di quello che può aver commesso o di quello che può essere successo nella sua vita. Ognuno di noi, nel varcare la soglia di una casa penitenziaria, è chiamato a pensare anche alle tante schiavitù che si porta dentro come uomo, come donna, come credente, e al bisogno costante di sentirsi abbracciati e circondati dalla misericordia. Il nostro cuore, aperto all’altro, all’accoglienza, è lo spazio sacro che ci permette di far spazio al mistero della vita di ogni essere umano. Ed è questa la gioia che ci ricorda che la Pasqua del Signore passa dentro il cuore di ogni persona.

Centrale, inoltre, la riflessione sull’importanza di far comprendere, ai detenuti, che la pena carceraria non è una vendetta per il loro comportamento. Ma come aiutare questo processo di consapevolezza? Davide Dionisi lo ha chiesto a Stefania, volontaria della Comunità di Sant’Egidio che opera all’interno del penitenziario di Paliano: 

R. – Con l’ascolto, l’amicizia, la misericordia, il pensare alle loro risorse e al loro futuro insieme per abbattere il muro che ci separa: il muro non c’è più nello stare qui continuamente ormai da tanti anni e pensare a cosa può essere bello fare insieme a ai detenuti. Noi, ad esempio, abbiamo avviato un laboratorio di icone. È un fatto insolito che proprio in un luogo di pena si provi a dipingere delle tavole per icone. Ma in questo modo, i detenuti superano, in un certo senso, la loro distanza dal Signore.

D. – Cosa spinge un volontario a maturare questo tipo di esperienza in carcere?

R. – Posso parlare per me: fin da giovane, insieme alla Comunità di Sant’Egidio, ho conosciuto le periferie ed il male. E questo male porta molte persone in carcere. Ed allora, io non posso non vederlo, non posso non ascoltarlo, non posso non pensare a come aiutare.





Fonte Radio Vaticana     -    Marilina Lince Grassi                      

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