martedì 18 novembre 2014

Ordine o dis...ordine?


In questo paese può succedere di tutto, anche che qualcuno all’improvviso si svegli e si ricordi di applicare una legge vecchia di 50 anni mai applicata fino ad ora. Succede così, con una semplice lettera raccomandata, che una intera generazione di sfortunati giornalisti che non ha avuto più la possibilità o l’opportunità, e non la voglia, di lavorare onestamente e regolarmente con contributi e stipendio, si ritrovi ad essere estromessa dall’Ordine professionale.  Già, perché l’articolo 41 della legge n. 69 del 1963, recita testualmente: “È disposta la cancellazione dagli elenchi dei professionisti o dei pubblicisti dopo due anni di inattività professionale. Tale termine è elevato a tre anni per il giornalista che abbia almeno dieci anni di iscrizione. Nel calcolo dei termini suindicati non si tiene conto del periodo di inattività dovuta all'assunzione di cariche o di funzioni amministrative, politiche o scientifiche o all’espletamento degli obblighi militari. Non si fa luogo alla cancellazione per inattività professionale del giornalista che abbia almeno quindici anni di iscrizione all'albo, salvo i casi di iscrizione in altro albo, o di svolgimento di altra attività continuativa e lucrativa”.
Nulla da eccepire se la legge fosse stata applicata con rigore ogni anno, provvedendo, in tal modo, alla revisione costante dell’Albo. Ma le cose che non vanno sono tante. Perché solo ora l’Ordine si è accorto di tutta questa gente che non fa più il giornalista, per vari motivi? Perché si è deciso di esentare da questa scellerata scrematura, coloro che hanno un’anzianità di iscrizione che supera i 15 anni? Perché la scelta di questo limite temporale? Secondo quale criterio?
Molti dei giornalisti che rischiano la cancellazione hanno avuto un iter piuttosto travagliato per ottenere il “patentino”. Generalmente occorrono due anni di lavoro regolarmente retribuito, ma c’è più di qualcuno che ha dovuto penare anche 5 – 6 anni per ottenerlo. Perché, non è un mistero, è difficile trovare un editore disposto a versare regolarmente i contributi previdenziali durante i due anni. Nell’ambiente giornalistico il lavoro nero è prassi comune. Si fa leva sull’entusiasmo di chi vuole intraprendere questo affascinante mestiere, si fa leva sulla passione che ci spinge ad accettare anche orari di lavoro e situazioni che di umano hanno poco. E si fa leva anche sulla mania di apparire piuttosto che dell’essere e del saper fare, perché diciamolo, sono pochi che svolgono il faticoso lavoro come andrebbe fatto, cercando le notizie, indagando, facendo quello che ormai sembra essere scomparso: il giornalismo d’inchiesta.
E allora questa revisione dell’albo stride un po’ troppo anche perché, nel frattempo, giornalisti che non lavorano più da molto tempo, hanno continuato a versare la quota annuale di iscrizione. La quota di 100 euro che puntualmente, ad ogni inizio d’anno, l’Ordine reclama. Questa improvvisa manovra di revisione, è stata giustificata con l’applicazione di una legge, anche se, vale la pena ribadirlo, prima d’ora non era mai successo, ed in parte con l’arrampicata sugli specchi di voler arginare e debellare il lavoro nero. Si ha l’impressione che in tutti questi anni l’Ordine abbia avuto il “prosciutto sugli occhi” e non si è mai accorto che il lavoro nero è quasi la normalità, almeno nelle piccole realtà locali, quelle che servono ai futuri giornalisti per “farsi le ossa”. Nessuno ha mai osato denunciare all’Ordine lo sfruttamento all’interno delle redazioni, il lavoro malpagato o per nulla pagato e non si tratta di essere complici di un sistema marcio, ma semplicemente di tenersi stretta quella piccola possibilità di avere un futuro da giornalista. Chiunque avesse denunciato queste situazioni di sfruttamento, sarebbe stato allontanato perché tanto dietro la porta ci sarebbe stato qualcun altro pronto a sostituirlo.
Il problema allora non è il pubblicista che non lavora più regolarmente, anzi quello semmai serve a riempire le casse dell’Ordine con l’obolo annuale. È  tutto il sistema dell’Ordine professionale che va rivisitato. Sono gli editori che non rispettano le regole che devono eventualmente essere colpiti. Con questa revisione si colpisce invece l’anello più debole della catena. Quell’anello che una volta uscito dal sistema, potrà rientrarci con estrema fatica, perché sarà veramente difficile ritrovare un editore disposto a stipendiarti e a versare regolarmente i contributi per due anni. Di questi tempi è davvero difficile….
Sarò per questo che dopo la lettera dello scorso mese di febbraio nessuno dell’ambiente giornalistico ha ancora mosso un dito e mi viene difficile pensare che ci sia rassegnazione, se così fosse le possibilità sono due: o avete fatto i giornalisti per hobby e quindi la cosa non vi tange o siete allineati con questa politica di tagliare risorse umane indiscriminatamente.

Forse il tempo darà le risposte.

Nel frattempo lor signori cestinano la mia mail nella quale spiegavo perchè non posso dimostrare quello che chiedono....

Tiziana Piliego

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