sabato 17 agosto 2013

De Mistura in India: ecco le ragioni per pretendere l’immediato proscioglimento dei Marò


L’inviato speciale del governo italiano presso quello indiano per il caso dei Marò, Staffan De Mistura, l’ex vice del ministro degli esteri Terzi nel fallimentare e funesto governo Monti, sta partendo per l’India per fare il punto della situazione nel procedimento giudiziario a carico di Latorre e Girone aperto un anno e mezzo fa. La situazione dei nostri fucilieri si è talmente complicata e deteriorata da far apparire quello di De Mistura una sorta di “viaggio della speranza”, come quelli che i malati gravi oggetto di prognosi nefaste o di menomazioni apparentemente irreversibili fanno in pellegrinaggio a Lourdes con i treni bianchi per essere miracolati. Da questo punto di vista la scelta di basso profilo di mandare in India a battere i pugni sul tavolo per pretendere, una volta per tutte, il rilascio immediato dei Marò da politici, magistrati ed inquirenti indiani, inviare un “oscuro funzionario” che da sottosegretario di Monti è stato degradato a semplice inviato dall’attuale governo Letta, ci sembra scelta infelice ed autolesionostica. Per di più, il povero Staffan è figlio di madre svedese e padre dalmata, cioè ufficialmente croato, naturalizzato italiano nel 1999, il che non ci sembra il massimo che l’Italia potesse esprimere per tutelare l’onore e la dignità di due suoi valorosi militari in una questione che coinvolge non negoziabili valori di patriottismo e di italico orgoglio. Per la piega che hanno preso gli eventi, come minimo ci saremmo aspettati che andasse giù la Emma Bonino, meglio ancora se ad intervenire fossero stati Gianni Letta o magari, perché no, lo stesso presidente Napolitano.

A tale proposito si possono citare vari precedenti, uno in particolare. Molti ricorderanno come lo scorso marzo un reparto di parà francesi abbia ucciso per errore due civili indiani nella Repubblica Centroafricana. Un autobus con le insegne dell’esercito del Ciad alleato dei francesi trasportava una trentina di lavoratori indiani lungo un percorso che era sotto pieno controllo dell’esercito francese in un paese dilaniato da una delle tante sanguinose guerre dimenticate, scatenate tra varie fazioni di diversi paesi per acquisire il controllo di ingenti risorse naturali come uranio, oro e diamanti. Non si sa perché, ma ad un tratto i parà hanno scatenato una tempesta di fuoco amico sui malcapitati indiani scambiati per terroristi camuffati, nonostante essi fossero scortati da alcuni soldati alleati del Ciad, uccidendone due e ferendone e molti altri. Appena dopo l’accaduto, il presidente francese Francoise Hollande ha fatto pervenire al primo ministro indiano Manmohan Singh una lettera di scuse scritta di proprio pugno nella quale, oltre ad ovvie condoglianze, forniva ampie rassicurazioni al premier indiano circa l’immediato avvio di una inchiesta interna sulle risultanze della quale gli indiani “sarebbero stati tenuti informati”. Fine, con l’incidente che s’è chiuso lì. Si dirà: ma i parà francesi stavano nel Gabon, come avrebbero potuto prenderli gli indiani? Vero, ma pure i Marò non stavano in India, ma in Italia visto che la Lexie quando naviga in acque internazionali è, per condivisa norma internazionale, un’estensione del territorio italiano. Allora perché i nostri soldati li hanno potuti sequestrare? Girare la domanda a Monti, prego.
Riflettendoci bene sopra, noi siamo arrivati alla conclusione che la situazione dei Marò illegalmente trattenuti da 18 mesi si sia incancrenita per una concomitanza di fattori negativi e di circostanze perverse, ma soprattutto per colpa della meschinità del prof Monti ed il timore reverenziale che l’ex ministro degli esteri Terzi aveva nei suoi confronti. Tra i fattori imponderabili va sottolineato che all’epoca del presunto incidente della Lexie il Kerala era nel pieno di una virulenta campagna elettorale. All’opposizione di sinistra, al locale partito comunista in particolare, non è parso vero di poter strumentalizzare l’accaduto, inventando l’aggressione di biechi capitalisti e colonialisti nei confronti di poveri pescatori indiani, in un stato, il Kerala, dove la corporazione dei pescatori conta tre milioni di iscritti che, con parenti ed amici, costituiscono un coccolatissimo serbatoio di almeno 10 milioni di voti su poco più di venti milioni di aventi diritto al voto. Poi, come abbiamo più volte raccontato, c’è stata l’assoluta incapacità, ma più spesso la malafede, della polizia e della magistratura keralesi.
Ma nonostante tutto questo la situazione non sarebbe precipitata se non ci fosse stato l’intervento maldestro ed irresponsabile del nostro ex premier Monti, del quale si è finalmente svelato il vero volto di incapace millantatore. Messo a capo di un governo avente l’unico obbiettivo di reperire risorse, costasse quel che costasse, per salvare le banche nazionali ed europee fregandosene delle sorti del paese, che infatti è retrocesso ai livelli socio-economici dell’immediato dopoguerra, il prof varesino ha pensato di poter risolvere per via amministrativa, sostituendo alla detenzione una sanzione pecuniaria, anche la questione giuridico-penale delle false accuse ai Marò. Per cui, una volta accertato che gli indiani violavano tutte le regole del diritto internazionale, invece di infuriarsi col governo indiano e spedire Terzi a fare fuoco e fiamme sui tavoli che contano dall’Onu alla Nato ed a tutti i tribunali ed i competenti consessi internazionali, s’è limitato a fare una “donazione” amichevole di 300mila euro ai familiari delle due vittime. A quel punto tutti quelli coinvolti in qualche modo nella vicenda hanno sparato a zero contro i Marò, si sono avventati contro “gli italiani” come un branco di piranha su un prosciutto, indicandoli come gli “assassini” dei pescatori, non perché fosse vero, ma perché speravano di spuntare risarcimenti per i danni materiali e biologici subiti commisurati alla gravità ed alla fermezza delle accuse.
Come non bastasse, anche l’inefficiente e moralmente depravata,in troppi suoi esponenti, magistratura italiana ha contribuito a montare il caso. Nonostante la vicenda dei Marò “killers” dei pescatori indiani sia apparsa con enorme rilievo sulla stampa di tutto il mondo, hanno aperto sul conto di Max e Salvo un fascicolo pro forma, di fatto disinteressandosi di appurare la realtà, qualsiasi essa fosse, o per scagionare i Marò se innocenti, oppure condannarli se colpevoli. Invece se ne sono fregati altamente dell’immagine dell’Italia e della reputazione rovinata ed infangata dei Marò. Quando a febbraio scorso erano tornati per le elezioni, essendo accusati di omicidio, sarebbe bastato che un qualsiasi pm avesse spiccato un ordine di cattura per trattenere i fucilieri del San Marco in Patria. Invece hanno lasciato che il pavido Monti li restituisse ai loro aguzzini. Del resto la magistratura che “conta” è schierata a sinistra. I Marò sono militari ed i militari sono dei “fascisti” guerrafondai, ben gli sta se li condannano. Non per nulla sui muri di Taranto campeggiano ben visibili scritte che neanche nel Kerala imbrattano i muri: “Marò, tornate presto; avvolti nella bandiera”.
Ritornando al tema, allora è successo che la capitaneria di porto di Kochi ha ritenuto di poter coinvolgere la Lexie in una sparatoria alla quale era estranea, che si è svolta 5 ore più tardi di quella denunciata dalla Lexie stessa contro un barchino di pirati, in un altro specchio di mare e che ha visto come protagonista il cargo greco Olympic Flair. Verità queste dimostrate dai messaggi scambiati, e tutti ufficialmente registrati, tra la Lexie ed il centro di controllo del Corno d’Africa e tra la Olympic Flair ed il centro SAR (Search and Rescue) dell’Oceano Indiano. E’ successo che il comandante del peschereccio “aggredito”, il St Antony, che appena sceso a terra alle ore 23.00 circa nella sua prima intervista ha indicato nelle 21.30 l’ora della sparatoria e che, essendo notte, non aveva potuto leggere il nome della nave che li aveva aggrediti, alcuni giorni dopo, improvvisamente, cambia versione, sposta l’ora della sparatoria alle 16.30 ed afferma di essere sicuro che la nave fosse l’Enrica Lexie per averne letto il nome a poppa. Poi non contento, s’è messo d’accordo con la polizia del Kerala per acchiappare due piccioni con una fava; la fava è la distruzione del St. Antony, cioè della scena del delitto, senza che la difesa dei Marò avesse potuto prenderne visione per controdedurre in merito alla dinamica della sparatoria ed alle risultanze delle perizie necroscopica e balistica, che inizialmente erano favorevoli ai Marò, prima che fossero taroccate come ha mirabilmente dimostrato l’ing De Stefani, il perito balistico che ha risolto il mistero dell’esplosione dell’aero Itavia nel cielo di Ustica. A questa conclusione l’ing Di Stefano è giunto dopo aver minuziosamente esaminato copie del rapporto della necroscopia riprese in filmati della Rai e della Bbc, in cui sono evidenti cancellature e contraffazioni che hanno trasformato da non compatibili in compatibili con i proiettili rinvenuti sulle armi dei Marò. E poi con una dettagliatissima perizia balistica delle armi in dotazione ai Marò che è pubblicamente disponibile.
I piccioni sono che il comandante Freddy Bosco adesso spera di poter rivendicare, oltre al risarcimento del danno biologico, anche quello dell’intero peschereccio “andato perduto” dopo che lui lo ha rottamato, mentre per la polizia la scomparsa del St Antony è un modo per cancellare ogni traccia delle sue manipolazioni e dei depistaggi per sviare le indagini in modo da incastrare i Marò. E’ in questa ottica che va anche vista l’assoluta indifferenza con la quale i Marò sono stati accusati, nonostante avessero registrato l’incidente sul libro di bordo della Lexie in tempi non sospetti, cioè prima che scoppiasse il caso, descrivendo un peschereccio blu mentre il St Antony è bianco e nero, come da sempre confermato da un teste oculare, il vice comandante della Lexie Carlo Noviello. Invece di cercare di far luce sull’incongruenza tra il battello descritto dai Marò e da altri testimoni ed il St Antony, la polizia si è limitata ad ignorare la questione nonostante avesse sequestrato e fatto tradurre il logbook della Lexie. In conclusione, tutto questo non sarebbe accaduto se Monti si fosse comportato da statista, invece che da sensale da mercato delle vacche, e gli avvenimenti non avrebbero preso questa bruttissima piega ed ora non saremmo a questo punto.
Il compito che adesso attende l’inviato croato-italo-svedese che rappresenta l’Italia non è per niente facile. Ma neanche impossibile. Le motivazioni di cui dispone a favore dei Marò sono tante, coerenti e granitiche. Gli inquirenti indiani non dispongono di uno straccio di indizio per sostenere che il St Antony sia entrato in contatto con la Lexie piuttosto che essere stato colpito da poche pallottole vaganti nel corso di una sparatoria tra un’altra nave, presumibilmente la Olympic Flair, ed un barchino di pirati, in piena notte. Gli inquirenti devono spiegare, loro a noi, perché abbiano autorizzato il dissequestro del peschereccio e la sua restituzione a Freddy Bosco perché fosse libero di affondarlo senza consentire alla difesa dei Marò una sua ricognizione. Gli inquirenti indiani devono spiegare, loro a noi, perché dopo 18 mesi non siano state rese note le risultanze delle perizie sul St Antony e perché il rapporto finale consegnato alla magistratura keralese sia solo una copia contraffatta dell’originale che scagionava i Marò. Gli inquirenti indiani devono spiegare, loro a noi, come fanno a trattenere i Marò ed a non emettere il non luogo a procedere nei loro confronti essendo ormai chiarito da numerose prove documentate ed inequivocabili che a chiunque abbiano sparato, i Marò lo hanno fatto 5 ore prima che fossero uccisi i pescatori. Loro cosa c’entrano con questo fatto? Gli inquirenti indiani devono spiegare, loro a noi, perché non abbiano accusato ed indagato per falsa testimonianza il comandante del St Antony che dopo aver spiegato alla stampa mondiale che il fatto era accaduto di notte, ragione per cui non aveva potuto leggere il nome della nave dalla quale avevano sparato, poi dopo qualche giorno ha spostato l’ora della sparatoria alle 4.30 del pomeriggio dichiarandosi certo che la nave fosse la Lexie.
Infine una questione tecnico-legale. Gli indiani accusano i Marò di aver ucciso due pescatori indiani che avevano scambiato per pirati. In pratica, l’accusa ammette che, dato ma non concesso che siano riconosciuti colpevoli, i Marò possono essere processati per omicidio colposo od eccesso di legittima difesa. In nessun paese del mondo per reati del genere si tengono in custodia cautelare gli indagati, e comunque non per un periodo di tempo che supera la pena comminabile. I Marò sono trattenuti da 18 mesi, se li condannassero al massimo potrebbero comminare loro una pena inferiore a 2 anni, commutabile in sanzione pecuniaria, visto che le vittime tra l’altro sono state abbondantemente risarcite. Su quale base di quale principio di diritto continuano a trattenerli? Quindi, in conclusione, De Mistura neanche deve parlare troppo, ma deve mettere con le spalle al muro i suoi interlocutori trasformandoli da persecutori nei veri accusati nella vicenda dei Marò. E deve fare intendere loro che l’Italia non se ne starà con le mani in mano, ma che discrediterà l’immagine dell’India portando il caso dei Marò all’attenzione generale in tutte le dovute sedi internazionali politiche e giuridiche. Vedrà che se farà questo, partirà da solo, ma è probabile che ritornerà in tre.    (Fonte)

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