domenica 24 agosto 2014

Il nuovo Pil criminale

CONTI PUBBLICI


di Marcello Esposito

A partire da ottobre alcuni paesi europei, tra cui l’Italia, inseriranno nel calcolo del PIL alcune forme di economia illegale. Una decisione che non sta in piedi moralmente, ma sopratutto economicamente. Ecco perché



A partire da ottobre alcuni paesi europei, tra cui l’Italia, inseriranno nel calcolo del PIL alcune forme di economia “criminale” (contrabbando, prostituzione e droga). A quanto è stato comunicato da imbarazzati funzionari, la decisione proviene motu proprio da Eurostat, l’agenzia statistica della Comunità Europea, che in questo modo recepisce indicazioni metodologiche risalenti addirittura al 1995. Stendiamo un velo pietoso sul modo in cui la stima verrà effettuata e lasciamo ai non addetti ai lavori l’illusione che le statistiche economiche ufficiali siano frutto di una scienza e non di un’arte divinatoria.Cerchiamo invece di capire le distorsioni economiche, prima ancora che morali, implicite in una scelta apparentemente “tecnica” ma sostanzialmente “ideologica”.

Il PIL, tra tutte le statistiche economiche, è una delle più importanti e ha assunto una valenza che va ben al di là delle classifiche sportive tra paesi o della semplice misurazione della “ricchezza” materiale prodotta in un determinato lasso temporale. Una valenza che nel caso dell’Unione Europea è sancita da trattati internazionali che vincolano i comportamenti dei paesi membri, influenzando reciprocamente la vita, le speranze e il benessere di 500 milioni di persone. Ci riferiamo principalmente al Trattato di Maastricht e agli accordi successivi, attraverso i quali è stata creata la moneta unica e si sono coordinate le finanze pubbliche dei paesi membri.  In questi accordi e nella loro applicazione pratica, il PIL svolge un ruolo determinante perché è da una sua corretta misurazione che discende un’interpretazione appropriata di alcuni rapporti chiave, come quello del deficit/PIL e quello del debito/PIL.

Perché si è deciso di usare il PIL e non qualche misura alternativa di benessere o di felicità? Perché non sono state incluse forme di attività come il lavoro casalingo? Il motivo è che serve una misura della potenziale “base imponibile” su cui i governi contino per rispettare gli impegni assunti nei confronti degli investitori, privati e istituzionali, che, acquistando il loro debito, hanno finanziato la quota di spesa pubblica non coperta dalle tasse. Il PIL, se calcolato correttamente, rappresenta la misura più affidabile della capacità di un’economia di produrre reddito “tassabile”.

Visto nell’ottica dell’investitore, basta anche solo l’inserimento dell’economia “sommersa” nel calcolo del  PIL per sporcarne la capacità segnaletica: il reddito dell’economia sommersa per definizione sfugge alle autorità fiscali del paese e quindi è inutile ai fini della determinazione della sostenibilità delle finanze pubbliche. Se gli abitanti di Evadolandia hanno tutti la Mercedes ma risultano nullatenenti per il fisco, il ministero del Tesoro pagherà uno spread salato sui suoi titoli di Stato anche se sulla carta il deficit/PIL dovesse risultare inferiore al 3% a causa di un PIL gonfiato dalla stima del reddito evaso.

Forse qualcuno ricorderà che nel 2006 la Grecia rivalutò nottetempo del 25% il proprio PIL, includendo stime fantasiose circa la dimensione dell’economia sommersa e dell’economia criminale. In quel modo riuscì a mascherare lo sforamento nel rapporto deficit/PIL che era in atto. Come è andata a finire, lo sanno tutti. Per la cronaca anche l’Italia (“una faccia, una razza”) è famosa per un’operazione analoga voluta da Bettino Craxi a fine anni ’80, limitata tuttavia all’economia “sommersa”, e che ci illuse per qualche anno di aver spezzato le reni alla Gran Bretagna.

Se, oltre all’economia “sommersa”, si include anche (una stima) di una certa economia “criminale” all’interno del PIL,  si rischia invece di compiere un vero e proprio errore di logica economica. Se il “sommerso” potrà emergere con una più efficiente lotta all’evasione, con una legislazione fiscale più semplice, l’economia “criminale”, invece, non potrà mai emergere. L’economia “criminale” viene combattuta ogni giorno dalle forze di polizia, dalla magistratura, dalle istituzioni. L’obiettivo è quello di azzerarla perché il nostro comune sentire ha decretato che tali attività sono dannose e distruggono capitale umano, sociale ed economico. E, a causa di ciò, anche le attività lecite che dipendono dall’economia “criminale” sono a rischio.

Quanto maggiore la quota di PIL criminale tanto più fragile è l’economia del paese. Volendo usare una metodologia di ponderazione presa a prestito dai modelli di risk management delle banche, l’economia “in chiaro” dovrebbe avere un peso del 100% nel PIL, la stima dell’economia “sommersa” un peso inferiore al 100%, a testimonianza della difficoltà di farla emergere. La stima dell’economia criminale dovrebbe invece entrare nel calcolo del PIL con un peso negativo.

Per capire per quale motivo, l’economia “criminale” dovrebbe entrare con segno negativo nel calcolo del PIL, facciamo un semplice esempio. Prendiamo il caso di una cosca mafiosa che impiega i soldi del traffico di droga nell’economia del proprio territorio acquistando auto di lusso, ristrutturando ville, pagando vitto e alloggio alle famiglie dei carcerati, etc etc. Cosa succederebbe se arrivasse un magistrato come Falcone o Borsellino e, arrestando la cupola della cosca, azzerasse l’afflusso di denaro? Il PIL del territorio si sgonfierebbe non solo per l’ammontare “criminale” ma anche per quello “lecito” che le attività criminali avrebbero reso possibile.  
E veniamo all’arte divinatoria che dovranno applicare i poveri sventurati a cui sta toccando il compito impossibile di inventarsi una stima del valore aggiunto delle attività criminali stando seduti davanti ad un computer dell’Istituto di Statistica.

Prendiamo il caso della dimensione internazionale del traffico di droga. Alcune droghe, come l’eroina e la cocaina, non sono prodotte in Italia, ma sono importate dall’America Latina o dall’Asia. Bisognerebbe dedurre dalla spesa dei consumatori domestici il costo della merce alla frontiera. Una parte della merce che entra in Italia viene poi esportata in altri paesi europei. L’attività di import-export, che pare rappresenti una parte importante dei guadagni delle mafie italiane, sarà inclusa nel PIL?

E come fa l’Istat a calcolare quale parte del valore aggiunto creato con il traffico di droga o la prostituzione rimane in Italia? Se i soldi spesi dai consumatori italiani, in droga o prostitute, vengono spediti all’estero per sfuggire ai controlli della polizia e della magistratura italiana, questi non dovrebbero entrare nel PIL italiano se non per la parte relativa al sostentamento della rete di distribuzione in loco (spacciatori, operazioni militari, …).

Sarebbe poi curioso capire come l’Istat aggiornerà le stime del PIL in base alle operazioni di polizia e all’azione della magistratura. In teoria, l’ISTAT dovrebbe poi mettere in correlazione il livello dell’attività criminale in Italia con l’attività legislativa in materia (“svuota carceri”, “Severino”, “41bis”, …) o con fenomeni come l’emergere di nuove droghe e trend di consumo.

L’inclusione dell’economia criminale o di parti di essa all’interno del PIL ha quindi un senso “economico” solo se l’Europa avesse intenzione di legalizzare quel tipo di attività. Viceversa, non ha alcun senso “economico”, ma rappresenta una fonte di errori statistici incommensurabili. E, quel che è peggio, rappresenta   il frutto di una interpretazione “ideologica”, spesso errata anche dal punto di vista scientifico, del concetto di “domanda di mercato” e “comune accordo tra le parti” per discriminare tra le attività criminali che fanno parte del PIL e quelle escluse.

L’accettabilità sociale dell’economia di mercato si basa sulla libertà degli individui di accettare una determinata transazione ad un determinato prezzo. Gli individui non devono subire coercizioni, se no non è più un’economia di mercato. Si può parlare di “comune accordo” tra un drogato e uno spacciatore? Come si può considerare “libero scambio” quello tra un uomo e una prostituta, se questa è stata costretta con le sevizie e la violenza a fare una scelta di vita così degradante?

E volendo ragionare per assurdo, perché escludere il “pizzo”, la “mazzetta” o l’ usura  dalla definizione di libero scambio? A Chicago qualcuno potrebbe considerarle forme primitive ma efficaci di offerta di servizi di sicurezza, di consulenza e di peer-to-peer lending. Per non parlare della massima espressione della libertà individuale: la speculazione edilizia sul territorio del demanio, dove più che il “comune accordo” vale il principio del “silenzio- assenso”.

Un’ultima domanda per Eurostat e Istat: quando considereremo PIL anche la “libera compravendita” di organi e lo scambio di materiale pedopornografico?

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