giovedì 14 agosto 2014

Renzi, Modi i Marò e le svendite all' india...


14 Agosto 2014, giorno di sequestro 906



Caro Presidente Renzi, siamo sicuri che ha parlato dei nostri Fucilieri Latorre e Girone con il suo omologo Narendra Modi ?




Personalmente credo di no... mi sa che avete parlato di svendite ulteriori di nostri stabilimenti industriali, ma per ogni evenienza le ricordo come è andata a finire un altra svendita con beneficiari i turbantati....




Precisamente parliamo della Videocolor di Anagni...





Videocolor era un'azienda italiana produttrice di elettronica,Nel 1971 la società viene ceduta alla Thomson, che la trasforma in una Joint-venture con la RCA, e rinominata in Videocolor S.p.A., divenendo una delle più importanti realtà dell'industria componentistica elettronica nazionale. L'impresa conta circa 2.000 dipendenti, e fino al 1977, anno in cui partono le trasmissioni televisive a colori in Italia, il 95% dei cinescopi prodotti viene esportato all'estero.

Nel 2005 la Thomson cede la Videocolor alla Videocon, multinazionale indiana produttrice di elettrodomestici. Con la nuova proprietà l'azienda cambia denominazione in VDC Technologies S.p.A.



Nonostante diventi il terzo fornitore europeo di televisori, Videocolor cade in una fase di crisi, dovuta al fatto che la gran parte degli apparecchi prodotti al plasma è rimasta invenduta. La produzione è ferma dalla fine del 2009 e da allora i 1.300 lavoratori sono in cassa integrazione, Il 26 giugno 2012 viene dichiarato ufficialmente, dalla camera di commercio di Frosinone con circa un deficit di 100 milioni di euro, il fallimento del sito.

Fonte Wikipedia



ecco come nel tempo sono comparsi alcuni articoli su importanti giornali nazionali, si passa dai trionfalismi all'epilogo funereo...



27 gennaio 2005

Gli indiani sbarcano ad Anagni, cambia mano la Videocolor

Arrivano gli indiani ad Anagni. Non è il titolo di un western all' italiana, ma l' ultima novità per Videocolor, azienda storica del Basso Lazio. Le imprese italiane delocalizzano la produzione in Asia per sfruttare la manodopera a basso costo? In provincia di Frosinone accade l' esatto contrario. Il gruppo francese Thomson, proprietario dagli anni ' 70 dello stabilimento laziale, ha annunciato ieri la vendita dell' impianto al colosso indiano Videocon, controllato dalla famiglia Dhoot. E per la Videocolor, che realizza tubi catodici per tv di alta qualità ma ormai un po' antiquati (oltre 2,5 milioni di pezzi all' anno), si apre una nuova era. Con i capitali asiatici le linee di produzione saranno riconvertite. Videocon intende trasformare in tre anni lo stabilimento in una fabbrica per l' assemblaggio di ultramoderni schermi al plasma Lcd. L' operazione però presenta ancora punti oscuri: i termini economici dell' accordo non sono stati resi noti. E gli investitori indiani solamente oggi si presenteranno alle delegazioni sindacali. «In linea di massima è stata garantita la tenuta dei livelli occupazionali - spiega Silvio Campoli, segretario provinciale della Filcea Cgil - Videocolor dà lavoro direttamente a oltre 1.500 persone (negli anni 90 erano 2.500) e ad altrettante nell' indotto. Thomson si è impegnata a mantenere le attività di ricerca e sviluppo qui ad Anagni. Ma ancora non abbiamo i dettagli del piano industriale. In ogni caso, l' arrivo di Videocon è una notizia positiva: senza nuovi investimenti, la fabbrica era destinata a un lento declino». Lo stabilimento laziale era stato aperto negli anni ' 60 dalla multinazionale dell' industria musicale Rca, che però aveva quasi subito abbandonato l' esperimento dei tubi catodici per concentrarsi sul cosiddetto «core business»: dischi e musicassette. Adesso, dopo la trentennale gestione francese, Videocolor passa dunque agli indiani. E - anche se può sembrare paradossale - i soldi per la conversione hi-tech di Anagni arriveranno da uno dei paesi più poveri del mondo. 
fonte: http://archiviostorico.corriere.it/2005/gennaio/27/Gli_indiani_sbarcano_Anagni_cambia_co_10_050127006.shtml


20 gennaio 2014 
Alla Videocon di Anagni il fallimento dei capitalisti indiani

L'azienda che produceva i televisori nel 2005 passò dalla francese Thomson alla famiglia indiana Dhoot. oggi è un cimitero industriale

«Abbiamo ammainato la bandiera indiana che sventolava sullo stabilimento della Videocolor di Anagni. L’abbiamo piegata e rispedita all’ambasciata». Così racconta a Il Tempo la vicenda della Videcolor, Paolo Sabatini, responsabile dell’Unione Sindacale di base dell’azienda che produceva cinescopi per televisori e che, acquistata dalla famiglia indiana Dhoot, è oggi un cimelio industriale. La vicenda risale al 2005 quando nella proprietà dell’azienda, gli indiani subentrano alla francese Thomson, rilevando di fatto un piccolo gioiello produttivo italiano perché le maestranze e i tecnici erano di grande livello. Certo la produzione rischiava di essere presto fuori mercato. Nella fabbrica si fabbricavano componenti per i televisori: dal tubo catodico agli schermi. Così gli indiani proposero una produzione più moderna. Non solo televisori, ma anche condizionatori e schermi al plasma, che all’epoca rappresentavano l’innovazione pura e più remunerativa.
La Thomson, che era un’azienda pubblica francese, aveva tra le sue regole quella di non provocare licenziamenti nel momento in cui cedeva le attività. Così lasciò alla Videocolor «made in India», divenuta nel frattempo Videcon, anche una dote da 180 milioni di euro. Gli indiani ne spesero circa 90 nel frattempo per adeguare le linee produttive considerate vecchie e non più in grado sfornare prodotti tecnologicamente avanzati. Andarono a Taiwan ad acquistare un’azienda nuova. La fecero smontare e la trasferirono nel sito di Anagni. «Ma si dimenticarono i diagrammi e i prospetti per rimontarla» racconta Sabatini. Un’operazione sospetta. Qualcosa non quadrava. Ma gli operai della fabbrica ciociara non mollarono. Notte e giorno montarono, servendosi solo delle loro competenze e intuizioni, le linee produttive. «La proprietà rimase sbalordita» commenta il sindacalista Sabatini. Una prova di forza che spinse il rappresentante della famiglia Dooth a riprendere in mano l’investimento e a promettere, nel 2007, la riassunzione di tutto l’organico. Speranza tradita. Le peripezie della politica italiana e i rovesciamenti di fronte fornirono la motivazione ai Dhoot per andarsene da Anagni. Restò appeso anche il contratto di programma con il ministero dello Sviluppo economico che prevedeva l’impegno della Videocon a sostenere investimenti per 307 milioni di euro, 171 milioni per attività industriali e il resto per ricerca e sviluppo. Lo Stato ci metteva circa 36 milioni, la Regione Lazio altri 11. Solo una minima parte di tutto questo si concretizzò. Nonostante il governo avesse chiesto di andare avanti i circa 50 milioni di euro dello Stato restarono in cassa. «Gli indiani se ne sono andati con circa 100 milioni in cassa, lasciando 20 milioni di debiti» aggiunge Sabatini. Ad Anagni, comincia da allora una lunga serie di proteste, blocchi della produzione e cassa integrazione. Oggi nel sito industriale la bandiera indiana non c’è più. E nemmeno la speranza di un posto di lavoro.
Filippo Caleri

cosa c' entra tutto questo con Renzi, Modi e i Marò?
ecco perchè c' entra... il buon Renzi ora pensa a svendere l' acciaio Italiano...

Quanto vale l’acciaio italiano? Un euro e due marò



Roma, 13 ago – Non solo l’Ilva. L’intero settore siderurgico italiano, da Terni a Trieste e passando per tutte le realtà più o meno grandi disseminate sul territorio, soffre una crisi industriale senza precedenti. Sono lontani i tempi di Oscar Sinigaglia e della Ceca, il primo abbozzo di quella che oggi è l’Unione Europea, quando l’Italia poteva vantare un importante primato.
Accanto allo storico stabilimento di Taranto, in difficoltà da anni sono anche le acciaierie di Piombino. Prima il passaggio dall’Iri alla Lucchini, poi da quest’ultima ai russi di Severstal. Fino all’epilogo: la chiusura, nel mese di aprile, dell’altoforno. Considerando la fermata della ferriera di Servola, a Trieste, l’unico in funzione risulta così essere, in Italia, quello tarantino. Ammesso che resti attivo, dato che al momento il siderurgico commissariato si trova in crisi di liquidità, tanto da essere stata costretta a prorogare la corresponsione dei premi di produzione ai dipendenti, nonché risultare in cronico ritardo nel pagamento dei fornitori.
La situazione di Piombino è ancora più drammatica. Lo spettro del licenziamento si fa ogni giorno più concreto per le migliaia di dipendenti che afferiscono all’impianto e all’indotto. Negli ultimi giorni è sembrato però aprirsi uno spiraglio. Il magnate indiano Sajjan Jindal, patron della Jsw steel, sarebbe infatti interessato allo stabilimento. Pendenze del passato incluse, dal risanamento ambientale agli investimenti per complessivi 172 milioni di euro da qui al 2016.
Stando a quanto riportato dal Financial Times, il gruppo indiano verserebbe una somma simbolica (alcune fonti parlano di un euro) per aggiudicarsi l’acciaieria toscana. Il sito diventerebbe così la testa di ponte per la lavorazione dell’acciaio indiano e per il suo ingresso in Italia e in Europa. Allo stesso tempo è sotto gli occhi di un altro gruppo di origine indiana, Arcelor Mittal, anche lo stabilimento dell’alto grande malato della siderurgia, proprio l’Ilva che sembra godere di corsie preferenziali in sedi giudiziarie e di decreti legge ma non quando si tratta di piani industriali di ampio respiro. Sorte che peraltro condivide con Piombino, Trieste e tutto il comparto.
Curiosamente, non più tardi di lunedì è intercorso un colloquio telefonico il premier Matteo Renzi ed il suo omologo indiano Narendra Modi. E’ plausibile che oltre alla questione dei marò si sia probabilmente parlato, anche e soprattutto, di questi progetti d’investimento. Due militari, un processo farsa e qualche spicciolo per la siderurgia nazionale.
Filippo Burla
http://www.ilprimatonazionale.it/2014/08/13/quanto-vale-lacciaio-italiano-un-euro-e-due-maro/

Ricapitolando il Buon Matteo sta proseguendo con le svendite, ora tocca alle acciaierie dopo l' Alitalia, poi a cosa si arriverà, alle cessioni dei territori demaniali e comunali per far cassa vista la voglia di mantenere il deficit sul PIL sotto il 3 % come chiede Draghi e l' europa ?

Toccherà alle infrastrutture militari dopo i tagli annunciati dagli ultimi Ministri della Difesa ?
E si è chiesto gli indiani cosa faranno, l' ennesima chiusura di stabilimenti e licenziamenti dopo essersi assicurati con pochi euro l' ingresso in europa e fette di mercato strategiche ?
Profilo basso sull' innocenza dei Marò, bassissimo sulle svendite di sovranità...

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