sabato 7 dicembre 2013

In attesa che tornino i Marò intanto la Bonino vada a “casa”…

Roma, 4 dicembre 2013 - Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sono in India da più di 650 giorni. Non c’è da scomodare il diritto internazionale, neppure da attendere un processo che ristabilisca la verità. Ci si può dividere tra colpevolisti ed innocentisti, come in una qualsiasi discussione da bar. Le tesi a suffragio di entrambe le versioni non mancano. Va bene, discutiamone. Parliamone. Purché questo non impedisca di rivolgere l’attenzione a quello che è il vero nocciolo del problema: la totale inadeguatezza del governo italiano, prima Monti poi Letta.
L’Italia, Paese del G8, vassalla di un Brics. Non è tanto la dimostrazione di arroganza dell’India a infastidire, quanto la totale incapacità italiana di farsi rispettare. Ingiustificabile. Non c’è alcuna strategia, alcun piano, che possano giustificare una tale dimostrazione di debolezza e inadeguatezza nel gestire la situazione dei Marò. L’Italia si è dimostrata incapace nell’intraprendere azioni di forza, pavida nel tentare un braccio di ferro con l’India, ma persino insufficiente nel tentare di sbrogliare in modo diplomatico l’ingarbugliata matassa. Certo, il momento storico italiano non ha aiutato: la concomitanza dell’evento con l’insediamento di governi tecnici o di larghe intese, composti da burocrati ed economisti, come nel caso di Monti, o da politici costretti a diventare ragionieri per far quadrare i conti, come nel caso di Letta, non ha aiutato. Quando la priorità di un esecutivo è solamente quella di tentare di fermare l’emorragia delle casse dello Stato, alcune tematiche di rilevanza nazionale rischiano di essere trascurate. Per avere a cuore la vicenda Marò, però, non occorre essere ultra-nazionalisti o esageratamente patriottici. E’ sufficiente rispettare le istituzioni, l’esercito, la divisa. Insomma, avere il senso dello Stato. Prerogativa non richiesta a tutti i cittadini, in primis quelli rivoluzionari ed eversivi, ma che dovrebbe essere scontata per un qualsiasi ministro.
Ecco il punto: un ministro come Emma Bonino non può rappresentare l’Italia nella gestione della vicenda Marò. Ad onore del vero, non potrebbe neppure avere la delega agli Esteri. Il ministro più esterofilo del pianeta, come potrà mai rivendicare i diritti dell’Italia o fare la voce grossa con un qualsiasi collega straniero?
Non a caso, a Emma Bonino nulla importa dei Marò. Lo dimostrano le dichiarazioni strampalate, le due righe di comunicato sul sito “Non è accertata la colpevolezza, e non è accertata l’innocenza. I processi servono a questo”, il totale malcelato fastidio nel farsi carico di un problema che per lei non è tale. Girone? Latorre? Chi sono costui. “So i loro nomi, ma non li dico”, disse la Radicale prestata agli Esteri in una recente intervista.
Emma Bonino ha fatto rimpiangere l’ex ministro Terzi, abile ambasciatore non dedito al pugno di ferro, che dopo aver perso troppo tempo ha pensato di tirare fuori i proverbiali attributi ed andare contro persino il suo stesso governo. Dimettendosi, con dignità.
Con Emma Bonino i Marò non torneranno a casa neppure per Natale, piccola consolazione loro concessa l’anno precedente. Non verranno processati in Italia. E, processati in India, potrebbero pure rischiare la pena di morte. Innocenti o colpevoli, a questo punto non importa neanche più.
La gestione Bonino sul caso Marò è deficitaria dal punto di vista diplomatico, politico, umano. Neppure un governo di ultra-sinistra avrebbe dimostrato un così scarso interesse per due servitori dello Stato.
Se non sarà l’ex radicale a dimettersi, allora sia Letta a cacciarla, ricordandosi che il suo esecutivo non è né deve essere un coacervo di estremisti esterofili.

di Massimo Martini

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