venerdì 7 febbraio 2014

Cosa diceva il giurista Paolo Bergiacchi nel marzo del 2012 - Il governo italiano invece è sembrato guardare altrove.

CASO MARO': "IL DIRITTO INTERNAZIONALE DA RAGIONE ALL'ITALIA":Intervista al giurista Paolo Bargiacchi


Il caso dei due marò italiani imprigionati in India con l’accusa d’aver ucciso due pescatori indigeni, sparando da bordo della petroliera “Enrica Lexie” ch’erano incaricati di proteggere dai pirati, tiene ormai banco da settimane. Francesco Brunello Zanitti, ricercatore associato dell’IsAG, dopo aver esaminato i retroscena politici interni all’India, ritorna sull’argomento per affrontarlo dalla prospettiva del diritto internazionale. Lo fa intervistando Paolo Bargiacchi, docente di Diritto internazionale all’Università Kore di Enna (presso cui tiene un ciclo seminariale in collaborazione con l’IsAG) e membro del Comitato Scientifico di “Geopolitica”.
La vicenda dei due marò italiani accusati dall’India dell’uccisione di due pescatori indiani ha generato un acceso scontro diplomatico tra Roma e Nuova Delhi. La decisione del tribunale di Kollam di trasferire i due soldati italiani al carcere di Thiruvananthapuram ha reso la soluzione del problema ancora più lontana. Prendendo come punto di riferimento il diritto internazionale, ci potrebbe spiegare se l’intera questione è stata trattata in modo corretto? In caso contrario, quale sarebbe stata la procedura da seguire e quali conseguenze potrebbero esserci ora?
Il comportamento delle Autorità indiane è del tutto contrario al diritto internazionale, dato che gli organi dello Stato sono immuni dalla giurisdizione penale dello Stato straniero quando svolgono attività iure imperii. La giurisdizione sui fatti commessi dai propri organi in territorio straniero spetta allo Stato di nazionalità come, ad esempio, avvenne nel caso del Cermis dove correttamente la nostra Corte di Cassazione dichiarò il difetto di giurisdizione del giudice italiano ed il pilota del velivolo militare fu poi processato da un tribunale militare statunitense. A ciò si aggiunga che, come emerge dalla ricostruzione della vicenda, il fatto è anche avvenuto (il 15 febbraio) al di fuori delle acque territoriali indiane. Il difetto di giurisdizione indiano è quindi ancor più evidente. L’India avrebbe dovuto affrontare la questione della presunta responsabilità dei marò italiani dal punto di vista diplomatico (ad esempio, elevando una protesta ufficiale e/o chiedendo garanzia circa l’apertura da parte italiana di un’inchiesta sui fatti) e non giudiziario. La principale conseguenza, sul piano del diritto internazionale, è che l’Italia può far valere la responsabilità dell’India per fatto internazionalmente illecito di fronte ad un tribunale internazionale.
Perché l’India contesta la giurisdizione italiana sull’accaduto e per quale motivo Nuova Delhi non riconosce l’immunità di Latorre e Girone?
Come detto, la posizione indiana è contraria al diritto internazionale. Dal punto di vista giuridico, l’India esercita giurisdizione in ragione del presunto verificarsi dei fatti all’interno delle proprie acque territoriali. Premesso che la circostanza è probabilmente non veritiera, in ogni caso nulla sarebbe cambiato per il diritto internazionale: il regime di immunità dello Stato straniero (e dei suoi organi) dalla giurisdizione dello Stato del foro, infatti, si applica anche per i fatti commessi nel territorio dello Stato del foro. Credo che Nuova Delhi conosca il diritto internazionale e sia cosciente di essere dalla parte del torto ai sensi del diritto internazionale; temo anche, però, che la situazione politica interna e la forte risonanza mediatica della vicenda in India impediscano, perlomeno al momento, al governo centrale di Nuova Delhi di esercitare le dovute e forti pressioni sulle Autorità dello Stato del Kerala affinchè liberino e riconsegnino i due marò all’Italia.
Alcuni media, a proposito dell’immunità dei due soldati italiani, hanno riferito del mancato riconoscimento dell’India del Vessel Protection Detachement. Ci potrebbe spiegare in che cosa consiste l’accordo sul VDP?
In risposta al dilagante fenomeno della pirateria (in particolare, proprio nell’Oceano Indiano), gli Stati, sia unilateralmente che multilateralmente, forniscono scorte armate (composte di militari, come nel caso dei marò, o di private contractors) a protezione delle navi mercantili. Si tratta evidentemente di attività dello Stato esercitate iure imperii (e non iure privatorum) in risposta ad un fenomeno (quello della pirateria) considerato anche dal Consiglio di Sicurezza come minaccioso per la pace e la sicurezza internazionale. Dinanzi ad un simile contesto politico-giuridico internazionale, il riconoscimento o meno da parte dell’India degli accordi multilaterali VDP (che servono, tra le altre cose, ad organizzare, a livello multilaterale, le scorte armate sulle navi mercantili) non ha alcuna rilevanza giuridica. Conta e prevale il regime giuridico internazionale di immunità che si applica senza alcun dubbio all’attività di contrasto della pirateria.
Come giudica l’operato delle autorità italiane? Vi sono stati errori da parte dell’equipaggio della “Enrica Lexie”?
La ricostruzione della vicenda è ancora non del tutto certa. Secondo le dichiarazioni rese in Senato dal nostro Ministro degli Affari Esteri il 13 marzo, la nave italiane sarebbe stata indotta dalle Autorità indiane ad entrare nelle acque territoriali con un “sotterfugio” (così il Ministro nella sua informativa). In pratica, le Autorità indiane (la polizia locale ed il centro di coordinamento della sicurezza in mare di Bombay) avrebbero comunicato alla nave di avere catturato dei sospetti pirati e avrebbero quindi chiesto alla nave di attraccare nel porto di Kochi per poter poi procedere al riconoscimento, da parte dei marò, dei sospetti. A quel punto, sia l’armatore che le Autorità italiane, per corrispondere giustamente all’esigenza di cooperazione internazionale antipirateria, avrebbero autorizzato la deviazione dalla rotta prestabilita e, così, l’ingresso nelle acque territoriali indiane. Una volta a terra, però, le Autorità indiane procedevano a fermare i due marò italiani. Trattandosi di un inganno, credo che le responsabilità delle Autorità italiane (nel caso il Comando operativo interforze del Ministero della Difesa in Italia) e dell’armatore della nave siano minime, se non addirittura inesistenti.
A livello giuridico quale ruolo può assumere l’Unione Europea, visto che l’Italia ha recentemente chiesto il suo intervento?
L’Unione Europea può e deve esercitare le dovute pressioni politiche e diplomatiche per indurre l’India al pieno rispetto del diritto internazionale. In prospettiva, si potrebbe anche ragionare, nel caso la situazione non si sbloccasse e, addirittura, si arrivasse ad un processo nei confronti dei due marò, sull’adozione di contromisure (le c.d. “sanzioni”) di natura politica, diplomatica e commerciale.
E’ plausibile il ricorso a una sorta di arbitrato internazionale? In che modo si potrebbe risolvere la vicenda e in quanto tempo?
Certamente è plausibile e, anzi, consigliabile. L’Italia dovrà, il prima possibile, sollevare la questione dinanzi ad un tribunale internazionale perché vengano accertati i fatti e, di conseguenza, le rispettive posizioni e responsabilità giuridiche di diritto internazionale. Nel frattempo, però, la questione deve essere risolta sul piano politico-diplomatico ottenendo (mediante le opportune pressioni e contromisure ed il prima possibile) il rilascio dei due marò. Poi sarà il momento dei tribunali.
(Fonte) 

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