mercoledì 27 novembre 2013

Un Natale triste per Massimiliano e Salvatore

Il Commissario del Governo dott. Staffan de Mistura, designato a seguire e gestire la vicenda di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, Fucilieri della Marina Militare italiana in ostaggio dell’India da 22 mesi, ci informa da Delhi con parole poco rassicuranti.
 
Dopo oltre 640 giorni, durante i quali l’Italia ha subito un ricatto continuo da parte indiana e rinunciato ad affermare anche la sua sovranità nazionale proponendo un arbitrato internazionale  a cui Delhi non poteva sottrarsi, in fondo al tunnel non si accende una luce, piuttosto si allontana  la possibilità che la vicenda si risolva in maniera dignitosa per i nostri ragazzi.

Un’altra resa italiana che sicuramente non contribuisce a riscattare la meschina figura fatta dall’Italia nel contesto internazionale nel momento che si è rinunciato a pretendere l’applicazione di Diritti universalmente riconosciuti.

Emerge, infatti, in maniera sempre più  evidente che ormai l’Italia è supinamente pronta ad accettare anche una pena lieve sancita dall’India nei confronti di Massimiliano e Salvatore perché giudicati responsabili di eventi colposi, mentre, invece, si delinea un rischio tante volte paventato in passato, quello che il Giudice monocratico indiano, Presidente di un Tribunale Speciale, potrebbe essere chiamato a pronunciarsi su prove ben più gravi da quelle afferenti a fatti colposi.

Infatti, de Mistura ci dice che  "la prassi della NIA (National Investigation Authority),  è di mirare in alto. Ovvero usare le cosiddette manieri forti nel suo rapporto", per cui la relazione conclusiva sulle indagini svolte dall’Agenzia potrebbe concludersi configurando un reato ben più grave ritornando alle vecchie ipotesi di un omicidio volontario per il quale l’ordinamento giudiziario indiano prevede la pena di morte.

In tutto questo contesto coloro che  istituzionalmente dovrebbe esprimersi tacciono. Accettano, invece,  che siano pubblicati su youtube video che ci raccontano la possibilità che i fatti in essere potrebbero essere colposi, aggrappandosi all’unica zattera di salvataggio rimasta, ma non escono allo scoperto per ottenere giustizia vera, ossia il rispetto di diritti internazionali che spettano ai due nostri militari.

Nemmeno in questa occasione si sente la voce del Capo dello Stato, Capo delle Forze Armate e Garante della Costituzione. Nessun commento sulla sorte dei due ragazzi e nessuna parola sul fatto che due militari italiani suoi dipendenti nella scala gerarchica, siano costretti a subire un giudizio da un organo giudicante che non né ha diritto, rischiando anche condanne gravi come la pena di morte.

Un obbligo forse solo morale quello del Comandante Supremo delle F.A. che diventa però una responsabilità oggettiva se costui rappresenta anche il Garante della Costituzione e deve vigilare sulla sua corretta applicazione anche per quanto attiene agli obblighi da onorare in caso di estradizione.  Vincoli che nella fattispecie non sembrano essere stati rispettati completamente nel momento che il 21 marzo u.s. una serie di discutibili decisioni hanno portato a riconsegnare a Delhi i due militari italiani per essere giudicati su un reato per il quale l’ordinamento giudiziario indiano prevede la pena capitale. Atto che in prima approssimazione non ha  tenuto conto di quanto previsto dal Codice Penale italiano, dalla Costituzione e da precise sentenze della Suprema Corte nello specifico.

Forse un segnale forte sarebbe auspicabile ma si ritiene che mai come in questo caso si sia destinati a subire il vecchio detto “chi di speranza vive, di speranza muore”.

Fernando Termentini, 27 nov. 2013 - ore 10,30


 

 

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