lunedì 13 gennaio 2014

IL SEQUESTRO DEI MARO' LATORRE E GIRONE - l' informazione manipolata, di Stefano Tronconi


IL SEQUESTRO DEI MARO' LATORRE E GIRONE -
A PROPOSITO DI INFORMAZIONE MANIPOLATA DA PARTE DI UN GIORNALISMO BUGIARDO E SERVILE: COMMENTIAMO L'ARTICOLO APPARSO IERI SU LA STAMPA E …........ LA 'MALEDIZIONE' DELLA VEDOVA

(Chiediamo fin d'ora scusa se qualcuno potrà trovare un po' 'forte' la seconda parte di questo articolo)

13 Gennaio 2014

Stefano Tronconi

Sabato ci chiedevamo se in Italia esistesse ancora un giornalismo degno di tale nome. 
Ieri, mentre fingevamo di rimanere in attesa di una risposta alla nostra domanda retorica, giusto per ricordarci che nel nostro moribondo Paese il giornalismo al servizio del potere non dorme mai e raggiunge livelli ogni giorno più infimi abbiamo letto commenti disinformati, senza senso e fuori tema in merito alla vicenda marò sui giornali più vari, da Il Manifesto (a firma Matteo Miavaldi) a Il Giornale (a firma Alessandro Sallusti), coprendo così l'intero spettro politico della vergogna. 
La palma d'oro di giornata dell'indecenza va però a nostro avviso al quotidiano La Stampa di Torino con la pubblicazione di un articolo malamente e frettolosamente messo assieme a firma di Tomaso Clavarino.

In tale articolo, con l'evidente intento manipolatorio di provare a distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica italiana dall'innocenza dei nostri marò (innocenza che tanto sembra dar fastidio al governo in carica ed ai media nostrani in quanto ne mette in evidenza l'assoluta incompetenza ed inettitudine dimostrata per due anni), nonché dall'incredibile prepotenza ed arroganza di un governo indiano screditato e corrotto che arriva fino al punto di poter pensare di equiparare dei soldati italiani a dei terroristi, si torna a rispolverare l'immagine dei pescatori indiani come uniche vere vittime di questa interminabile vicenda (tecnica di distrazione di massa già nota, usata in passato ed amata in particolare dal ministro Bonino). 
Dei due soldati italiani innocenti sequestrati e privati della loro libertà da 23 mesi praticamente nell'articolo non se ne parla se non per sottintendere, neppure velatamente, che, pur in assenza di alcuna prova, i colpevoli non possano che essere loro.

Innanzitutto l'articolo di Clavarino viene presentato come scritto da Kollam ed anche il titolo 'Nel villaggio dei pescatori uccisi: “I Marò? Non Vogliamo Vendetta”' dà al lettore l'idea di un servizio fatto sul posto. 
Se l'autore abbia davvero scritto da Kollam l'articolo in questione non possiamo ovviamente né confermarlo, né escluderlo con certezza. Diciamo però semplicemente che per farlo gli sarebbe bastato chiudersi in una stanza d'albergo dotata di collegamento internet ed usare il sistema del copia ed incolla in quanto le notizie riportate sono tutte rintracciabili su vecchi articoli di giornale indiani. Da qui il sospetto che l'esercizio di copia ed incolla possa essere stato svolto dall'autore tanto a Kollam che in una qualche zona della cintura torinese o in qualunque altro luogo del mondo l'autore si trovasse nel momento in cui la direzione de 'La Stampa' (immaginiamo sollecitata a sua volta da qualche telefonata giunta da Roma) lo abbia chiamato per incaricarlo di mettere insieme con urgenza un articolo con chiara funzione diversiva rispetto al focus delle notizie di questi giorni.

Il dubbio nasce dal fatto che l'articolo pubblicato da La Stampa non ha infatti davvero niente di originale e fin dall'inizio (cosa che ci ha fatto subito suonare il campanello d'allarme visto che godiamo di buona memoria) ci ha ricordato un articolo pubblicato da un giornalista di nome Shaju Philip (lui sì verosimilmente da Kollam) il 29 Dicembre scorso sul quotidiano The Indian Express. L'immagine usata per l'avvio di entrambi gli articoli è infatti pressoché la medesima anche se poi l'articolo di Clavarino viene ovviamente orientato nella direzione del messaggio che si vuole dare a bere ai lettori de La Stampa ed ovviamente integrato e sviluppato con estratti da altri articoli ed immagini di repertorio (anche per evitare così di cadere in una possibile accusa di plagio). In altre parole, Clavarino non sarebbe altro che un allievo di più noti predecessori che della tecnica del copia ed incolla, integrata con poca fantasia e molta ideologia, ne ha fatto non solo un libro, ma anche una tecnica orgogliosamente rivendicata. 

Entrambi gli articoli si aprono comunque nello scenario del cimitero dove è sepolto Valentine Jelestine, uno dei due pescatori indiani rimasto ucciso il 15 Febbraio 2012. Mentre l'Indian Express però, con maggiore verosimilitudine, inizia l'articolo descrivendo la visita quotidiana della vedova Dora al cimitero e prosegue poi con l'intervista della stessa, il nostro Tomaso Clavarino al cimitero preferisce immaginarsi di incontrare e far parlare (molto brevemente) niente meno che un bambino, Jeen, l'orfano 12enne figlio di Jelestine, probabilmente pensando così di riuscire ancora meglio nell'intento di poter far leva su un ipotetico senso di colpa che ritiene doveroso creare nel lettore italiano. 

Tornando agli articoli, il senso di entrambi è quello di trasmettere il messaggio che la famiglia di Jelestine non vuole vendetta nel caso dei marò. 
Mentre però le parole di Dora pubblicate su The Indian Express sono molto esplicite: “Lasciateli andare. Non voglio che sui miei figli ricada la maledizione dei marò”, l'articolo su La Stampa si limita 'cattocomunisticamente' ad un “Non vogliamo vendetta, non proviamo rancore, ed anzi siamo vicini alle famiglie dei due soldati italiani che stanno vivendo, anche loro, una situazione difficile e dolorosa”. Infatti il messaggio che il Clavarino deve dare agli Italiani è sempre quello dei marò che hanno ucciso i pescatori, dei marò che in fondo stanno pagando per il loro errore e degli 'indiani' che in tutta questa vicenda sono in fondo solo brave persone da capire (come già detto, narrazione già utilizzata in passato dal ministro Bonino che ritiene così di poter giustificare i propri fallimenti). 

E se poi l'articolo su The Indian Express si concentra quasi esclusivamente sul fatto che la vita di Dora e della sua famiglia, malgrado il dolore, sia ora proiettata verso il futuro, l'articolo de La stampa riprende invece sì alcuni di questi aspetti, ma non perde l'occasione per ripresentare alcune delle prove fabbricate e già smentite contro Latorre e Girone arrivando anche a ricordarci il più esilarante dei rischi che oggi correrebbe il St. Anthony (la barca sui cui i pescatori hanno trovato la morte), cioè quello, ci ricorda Clavarino, che ignoti (si intende possibili complici di Latorre e Girone) potrebbero compiere atti tesi a cancellare le prove dell'incidente. Peccato che chi ha seguito la vicenda sappia benissimo che il St. Anthony è già stato fatto volontariamente affondare dalle autorità del Kerala pochi mesi dopo l'incidente, e lasciato in acqua a lungo prima di essere ripescato, proprio per far sì che ogni traccia dell'incidente (tracce che avrebbero facilmente potuto escludere ogni responsabilità dei nostri marò) fosse cancellata per sempre. 

Un articolo, quello de La Stampa, vergognoso dall'inizio alla fine e che per questo motivo si guadagna la palma del peggiore nella giornata di ieri. Ma poiché è stato proprio il giornale torinese a richiamarci involontariamente l'attenzione sull'articolo uscito due settimane fa su The Indian Express, vogliamo ora continuare noi a commentare quell'articolo che appunto si apriva con la visita al cimitero alla tomba di Valentine Jelestine. Ed ovviamente lo facciamo a modo nostro, ripartendo proprio dalla frase di Dora (“Lasciateli andare. Non voglio che sui miei figli ricada la maledizione dei marò”) e lo facciamo a questo punto senza reticenze benchè la frase di Dora celi evidentemente un travaglio interiore che rispettiamo.

Sì perchè siamo assolutamente convinti che la signora Dora, come d'altronde gli altri pescatori coinvolti nell'incidente del St. Anthony, sappia benissimo che i marò italiani non c'entrano niente con la morte di suo marito. Ed è per questa ragione che oggi ne teme la 'maledizione' (una maledizione che va ovviamente intesa come oggettiva, dovuta cioè ai 'comportamenti' ed al male compiuto verso degli innocenti, e non certamente come soggettiva in quanto Latorre e Girone, per come tutti li abbiamo potuti conoscere in questi due anni, non sarebbero certo persone capaci di augurare maledizioni a nessuno). 
La signora Dora, che nella sua semplicità è ben consapevole della differenza tra bene e male, non vuole più essere responsabile del male e del dolore causato ai marò ed alle rispettive famiglie, cerca di tirarsene fuori e lo afferma nel modo a lei più chiaro e più forte possibile.
La signora Dora niente vuole avere a che fare con la maledizione che sente finirà per colpire tutti coloro che continuano a chiudere il cuore e la mente al dolore dei marò e delle loro famiglie.
E la signora Dora in fondo ha probabilmente ragione di pensare di potersi liberare in questo modo dal rischio della maledizione, perché in ogni cultura popolare, in ogni religione la maledizione è legata al crimine ed al peccato, ma il peccato alla fine è legato al potere (di incidere più o meno sul peccato). 
La maledizione ed il peccato in questa storia non appartengono quindi più alla signora Dora che si è limitata ad accettare un risarcimento a lei comunque dovuto (e per il quale lei ha l'unica colpa di aver chiuso gli occhi sul fatto che venisse dallo Stato Italiano a cui non competeva). 
La maledizione ed il peccato appartengono oggi (e devono appartenere) a chi da quasi due anni può fare e non fa, a chi deva fare e non fa, a chi appunto ha chiuso il cuore e la mente al dolore dei marò e delle loro famiglie, a chi, se non carnefice in prima persona, sceglie comunque di lavarsene le mani ed accetta per ragioni politiche che un crimine enorme come questo venga reiterato ogni giorno nei confronti dei marò e delle loro famiglie da quasi due anni a questa parte.

Qualcuno nei palazzi della politica e delle istituzioni italiane ed indiane e nei palazzi dei grandi media che hanno messo in atto il processo mediatico colpevolista contro Latorre e Girone sente aleggiare su di sé la stessa maledizione che sente e su cui mette in guardia la signora Dora? Oppure accecati dal loro senso di effimero potere e con la mente annebbiata dalle loro stesse menzogne tutti questi signori dovranno aspettare di rendersi conto della maledizione su cui mette in guardia la signora Dora solo tra qualche anno quando saranno ridotti tutti a piccoli mucchietti di cenere?

fonte : https://www.facebook.com/stefano.tronconi.79


per confronto ecco anche i link degli articoli a cui si fa riferimento : 

http://m.indianexpress.com/news/i-dont-want-my-sons-to-go-to-sea-they-must-study/1212882/

http://www.lastampa.it/2014/01/12/esteri/nel-villaggio-dei-pescatori-uccisi-i-mar-non-vogliamo-vendetta-fCkk3PgQh5cefRpTMhN3OM/pagina.html

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