giovedì 25 luglio 2013

Marò: l’innocenza è una carta selvaggia

Italia e India, sulla questione dei marò, sembrano due giocatori di poker che litigano su un dettaglio -la finestra aperta perché uno fuma troppe sigarette, la luce che l’altro vorrebbe più tenue  – evitando la madre di tutti i problemi, le carte che ognuno dei due ha in mano. Adesso l’intoppo che prolunga l’inchiesta dell’Agenzia Nazionale di Investigazioni indiana è la questione dell’interrogatorio degli altri quattro fucilieri di marina che erano, con Latorre e Girone, a bordo della Lexie, quel 15 di febbraio di un anno fa. Per l’India non vanno bene gli interrogatori via skype, nè via mail, nè l’invio di funzionari a Roma per effettuare l’interrogatorio. Per l’Italia non va bene inviare in India i quattro. La questione non è di poco conto, perché sembra che le raffazzonate perizie balistiche non abbiano confermato che a sparare siano state le armi sequestrate con  Latorre e Girone, e come si sa ogni arma è strettamente individuale e ogni arma lascia un segno unico sui proiettili.
Non è di poco conto perché pare ovvio che l’Italia tema provvedimenti restrittivi anche nei confronti degli altri quattro, e che  comunque ne faccia una questione di orgoglio. Lo stesso sta facendo l’India, che sbandiera un impegno sottoscritto a suo tempo dall’Italia, secondo il quale gli altri membri del team del San Marco, liberi di rientrare in patria, sarebbero comunque rimasti a disposizione dell’autorità giudiziaria indiana. Ma è un intoppo che fa comodo ad entrambi: consente all’Italia di fare, una volta tanto, l’irremovibile, e all’India di non chiudere l’inchiesta della Nia, anche dopo che sono scaduti i 90 giorni previsti dalle legge indiana.
Una specie di gioco della parti, sullo sfondo di quello che il pigro vocabolario politico italiano chiamerebbe un inciucio, e un cronista giudiziario definirebbe patteggiamento: una condanna simbolica dei due marò, e il ritorno a casa, con una pena da scontare nei modi più quieti e tranquilli, salvando l’onore, e non solo quello, di tutti. Un finale deamicisiano, che non a caso il ministro degli Esteri colloca prima di Natale. Il problema è che l’India fatica a chiudere l’inchiesta perché le premesse da cui si è mossa erano davvero sgangherate: gli inquirenti del Kerala si sono mossi come elefanti sulla scena del crimine, hanno manipolato dati e testimonianze, hanno omesso ipotesi investigative importanti.  L’Italia, davanti alle evidenze che contribuiscono a confermare l’innocenza dei due fucilieri di marina (hanno sparato sì, come del resto hanno confermato, ma in una circostanza e a un’ora molto diversa da quella che ha visto la morte di due pescatori indiani) ha eretto il muro del silenzio, nella politica e sui grandi media. E’ facile immaginare che abbiano prospettato, anche ai marò e alle loro famiglie, la via compromissoria scelta come la più veloce e la più sicura per tornare a casa: battersi per l’innocenza provocherebbe l’irrigidimento dell’India, proprio adesso che abbiamo trovato una scappatoia…. L’India sa che celebrare il processo con le “prove” che ha in mano è rischioso, e deve destreggiarsi in una situazione delicata: sono fuori gioco i campioni della colpevolezza della prima ora, la giustizia del Kerala e quel governatore del Kerala sommerso da scandali, ma sono pur sempre in vista, la prossima primavera, le elezioni presidenziali. Cavarsela con un’insufficienza di prove sarebbe un colpo da maestro, che circonderebbe la Suprema Corte di un’aura di coraggiosa patria del diritto, ma alimenterebbe critiche e strumentalizzazioni politiche. Ma peggio ancora sarebbe ammettere che i colpevoli della morte dei due pescatori erano altri, e se li sono fatti filare via sotto il naso. Un imbarazzo su cui l’Italia, debole da sempre, in questa vicenda, non vuole maramaldeggiare: meglio l’uovo della pena casalinga, e le uova degli affari come sempre, della gallina domani.
Così, romperemo qualche uovo, sabato prossimo, a Mezzi Toni, portando nuovi elementi che appuntano i sospetti sul comportamento della Olimpic Flair, la nave greca. Convinti che si possono avere, insieme, la libertà e il ritorno a  casa per i due marò, e la dignità che sottende a quella parola semplice che nessun ministro italiano ha mai avuto il coraggio di pronunciare, anche quando avevano ragione sulla questione della giurisdizione, quando compensavano- quasi come un’ammissione- le famiglie delle vittime, quando nutrivano timori comprensibili, come sull’interrogatorio degli altri quattro, senza mai però dire che non dobbiamo aver paura delle indagini,e  piuttosto pretenderle, e serie. Una parola : innocenza.
Toni Capuozzo 

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