lunedì 1 luglio 2013

Niente di nuovo ma .... l'importante è che le notizie "girino"

Crolla il teorema indiano sull’uccisione dei due pescatori, i Marò sono innocenti



Per stasera è annunciato sul Tg5 delle ore 20, all’interno di un servizio a cura dell’inviato Toni Capuozzo, un video in cui Freddy Bosco, comandante ed armatore del peschereccio indiano St Antony, fornisce la sua versione dei fatti a caldo, cioè nell’immediatezza del tragico episodio della morte dei due pescatori attribuita ai due Marò italiani Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Secondo le vaghe accuse lanciate ai nostri due fucilieri del S. Marco imbarcati con altri quattro Marò sulla M/N Enrica Lexie per fornire scorta armata antipirateria, i due pescatori indiani sarebbero stati scambiati per pirati e quindi fatti oggetto di raffiche di fucile mitragliatore sparate volutamente per colpire. Noi non abbiamo ancora potuto visionare il video, ma stando alle anticipazioni in merito fornite dal giornalista Capuozzo, emerge un fatto nuovo di rilevante importanza, mentre trova piena conferma la ricostruzione dei fatti che Qelsi, basandosi su fonti giornalistiche indiane, ha fornito sin dal primo momento e che dimostrano senza tema di smentita non soltanto l’innocenza dei due Marò italiani, ma la loro assoluta estraneità ai fatti loro contestati.

Rimandiamo ad esempio ai post del 10 aprile di quest’anno oppure a quello del 12 giugno dello scorso anno e suoi precedenti. Il fatto nuovo fatto emergere da Capuozzo è che dopo aver alterato, come abbiamo dimostrato, le risultanze delle perizie balistiche, ed aver fatto scomparire la scena del presunto delitto, cioè il St Antony che incredibilmente è stato disarmato e rottamato, cioè letteralmente fatto sparire senza che il collegio di difesa avesse potuto averne mai potuto prendere visione prima del processo, la polizia indiana ha letteralmente ricostruito a tavolino una dinamica dei fatti che fa a pugni con la logica, ma soprattutto con le dichiarazioni degli interessati rilasciate spontaneamente alla polizia portuale la sera del 15 febbraio del 2012. Qualche tempo dopo l’accaduto, il 3 marzo Bosco aveva rilasciato al quotidiano Deccan Chronicle questa intervista, il cui contenuto è poi stato ribadito alla giornalista italiana Fiamma Tinelli del settimanale OGGI il 21 di quello stesso mese, di cui forniamo uno stralcio, un intervento ripreso e reso di dominio pubblico sulla stampa dello stato del Kerala e di quella a diffusione nazionale dell’India:
 
“Il 15 febbraio stavamo fuori a pesca da quasi una settimana, avevamo preso per lo più maccarelli, tonni e qualche piccolo squalo. La cattura stava andando bene, avevamo già più di 3mila prede in stiva. Però ci trovammo improvvisamente fuori dai banchi di pesce a 20 miglia al largo di Kollam. Decidemmo di puntare ad ovest (allontanandosi dalla costa ad intercettare altri banchi di pesce, ndr). Avevamo lavorato tutta la notte e sino a mezzogiorno. Gli uomini erano stanchi e se ne andarono alle loro cuccette. Il mare era calmo, il sole picchiava forte. Saranno state le 4.15 del pomeriggio quando avvertii anch’io il bisogno di schiacciare un pisolino. Chiesi al mio copilota Valentine (una delle due vittime, ndr) di mettersi al timone e mi sdraiai vicino a lui sul pavimento della cabina di pilotaggio. Nei pressi una petroliera si muoveva pigramente. Ma non feci in tempo ad addormentarmi perché avvertii uno strano rumore, sordo, come di un tonfo. Vidi Valentine in terra e pensai ad un attacco di cuore. Gridai per chiedere aiuto: correte in coperta che Valentine sta male. Fu allora che vidi il sangue che perdeva dal naso e dall’orecchio: vidi che aveva un foro in testa. Poi qualcuno cominciò a spararci addosso. Allora gridai di riparare tutti sottocoperta. Io e gli uomini ci precipitammo sotto, al riparo, ma Ajesh (l’altra vittima, ndr) fu colpito, perché stava andando alla toilette che era situata sul lato esposto al bordo della nave da cui sparavano e rimase colpito a morte”. 

Ma voi ce lo vedete uno che si ritrova sotto tiro andarsene alla toilette sul lato esposto all’attacco, invece che spostarsi al riparo su quello opposto e farla eventualmente in mare se proprio non riesce a trattenerla? Mah. Poi Bosco continua a fornire particolari interessanti, come quelli che le rotte del peschereccio e della petroliera erano parallele, ma in verso opposto, che non c’era alcun rischio di collisione, che loro davano sempre precedenza ai grossi cargo per evitare di poter essere scambiati per pirati. Ma a questo punto fa una affermazione incredibile, quando dice che non ha potuto leggere il nome della petroliera, ma di aver solo visto che fosse a fasce una rossa ed una nera. Ora noi forniamo la foto delle cinque navi, tutti cargo, che erano in navigazione nella zona al momento dell’incidente: Kamome Victoria, MBA Giovanni, Enrica Lexie, Olympic Flair ed Ocean Breeze. Sono praticamente tutte uguali, per cui se non leggi il nome è impossibile risalire solo dal colore all’identità della nave. Come ha fatto Freddy, nonostante lui racconti che stavano in piena luce alle 4.15 del pomeriggio, a non leggere il nome della nave che è scritto a caratteri cubitali a poppa ed a prua e che non distava più di 250 metri dal St Antony, e però poi più tardi, invece, ad essere sicuro che si trattasse della Lexie? Istintivamente, da sottocoperta se ti sparano addosso una sbirciatina, al limite col binocolo, al nome della nave che ti aggredisce gliela dai. Lui dice di no, ma poi però alla polizia conferma che si trattava della Lexie. Ma il racconto di Freddy Bosco è pieno di lacune e di contraddizioni: Come ha fatto a sentire il tonfo di Valentine senza prima sentire i colpi d’arma da fuoco? Poi ha testimoniato che il fuoco è durato un paio di minuti.

Impossibile: secondo la polizia indiana dal cargo sono stati sparati 24 colpi di fucile mitragliatore. Ora quello in dotazione ai Marò spara 670 colpi al minuto, per cui se fosse vero quello che ha riferito Bosco il St Antony avrebbe dovuto essere inondato da almeno 2mila colpi, ammesso che a sparare fossero solo in due. Persino l’affermazione che la petroliera si muoveva pigramente è incongruente con la precisazione che i due natanti, il cargo ed il St Antony, si muovevano su rotte parallele in versi opposti. In questo caso, la loro velocità di crociera si sarebbe sommata a quella della nave dalla direzione opposta, per cui questa avrebbe dovuto apparire ben più veloce della sua effettiva velocità. Il fatto che sembrasse invece molto lenta, indica che la nave stava ferma, all’ancora e che era il St Antony ad essere in progressivo avvicinamento, per dolo o per disattenzione, al cargo, e non il viceversa. Per cui, a quel punto, qualcuno da bordo della nave che si è ritenuta sotto attacco gli ha sparato addosso, magari senza neanche preavviso. Una prova a favore dei Marò visto che secondo quanto si è ricostruito loro hanno seguito le procedure standard d’ingaggio: avvisi radio, avvisi sonori e luminosi, colpi di preavvertimento in aria, colpi in acqua, nessuna azione delle quali registrata dal St Antony. Ma qui spunta il fatto nuovo del video del Tg5. Questo mostra una intervista televisiva resa da Freddy Bosco al suo rientro in porto dopo l’incidente, che permette di fare luce sulle incongruenze sopra esposte. Secondo il video, il St Antony giunge alle 23.30 del 15 febbraio nel porto di Neendankara ed il capitano Freddy lamenta ai microfoni delle tv indiane di avere subito un attacco con armi da fuoco un paio d’ore prima, cioè attorno alle ore 21.30, non alle ore 16.15 circa come poi dirà in tutte le sue successive deposizioni ed interviste come abbiamo visto sopra. Subito aveva avvertito la capitaneria del rientro con due vittime a bordo, per questo c’erano giornali, radio e TV ad attendere al molo d’attracco il St Antony che era già diventato un caso. Quindi, l’episodio si è svolto di notte, alle 21.30, al buio, per questo né Bosco né altri a bordo avevano potuto leggere il nome del mercantile con cui s’era ingaggiato. E’ stata poi nella errata e disastrosa ricostruzione della polizia portuale indiana che Bosco è stato istruito di indicare la Lexie come cargo aggressore se voleva sperare di ottenere un risarcimento, visto che era l’unica nave sulla quale avevano potuto mettere le mani.

Nel frattempo, poco prima, alle ore 22.20 la motonave greca Olympic Flair aveva lanciato un messaggio regolarmente registrato al Sar di zona, che fa parte della rete dell’IMO (International Maritime Organization), una agenzia dell’ONU preposta alla sicurezza della navigazione. Nel primo pomeriggio, prima che succedesse tutto questo, la Lexie aveva comunicato alla capitaneria di Kochi di aver sventato un attacco di pirati con una procedura di dissuazione che però si era limitata ad avvertimenti e non seguita da un conflitto a fuoco. Lo scopo del messaggio della Lexie era quello di far avvertire del pericolo rappresentato dai pirati altre navi eventualmente in navigazione nella zona, specie quelle sprovviste di scorte armate. Alle 19,26 il comandante della Lexie Vitelli lancia una e-mail per riferire l’accaduto al MSCHOA (Maritime Security Centre Horn of Africa) che supervisiona la sicurezza delle navi attorno al Corno d’Africa in linea cone le regole di registrazione dell’UKMTO (UK Maritime Trade Operations). Solo alle 21.36 e per la prima volta, la capitaneria di Kochi si mette in contatto con la Lexie pregandola di rientrare a Kochi per collaborare all’eventuale riconoscimento del battello pirata. Di fatto, quella sera la polizia indiana si ritrova in mano un puzzle con questi elementi: la denuncia della Lexie di un attacco di pirati; la denuncia a tarda sera di un attacco di pirati da parte della nave greca Olympic Flair che ammette di avere sparato addosso ad una di due imbarcazioni, presumibilmente una un barchino di pirati e l’altro il St Antony, tutte e tre queste imbarcazioni ben a sud di Kochi e della Lexie; la denuncia di aggressione con due vittime da parte del peschereccio indiano attorno alle 21.50. Adesso tutto quadra ed emerge l’incredibile incapacità operativa ed investigativa della polizia indiana che non ha neanche provveduto a farsi rilasciare dal MSCHOA copia delle registrazioni della conversazione con la Olympic Flair.

Ritrovandosi con la Lexie in porto e la nave greca in alto mare, la quale tra l’altro non s’è neanche degnata di rispondere agli appelli di chiarimento richiesti da Kochi, gli indiani non hanno trovato di meglio che accusare gli italiani trascurando che gli episodi erano distinti e che si erano svolti a 5 ore di distanza l’uno dall’altro. Per montare il loro teorema, gli indiani si sono arrampicati sugli specchi, hanno manipolato testimonianze, contraffatto le risultanze delle perizie, ricostruito una dinamica degli eventi ed una loro cronologia smentita dai fatti. Ma ora bugie e falsità stanno venendo tutte a galla ed il video di Capuozzo sarà la spallata decisiva ad un impianto accusatorio che se non fosse drammatico per le conseguenze sui Marò sarebbe da definire risibile, grottesco ed indegno di un paese civile quale l’India pretende di essere. Se proprio vuol fare qualcosa per salvare la faccia l’India dovrebbe rilasciare immediatamente i due Marò porgendo le scuse a loro ed agli italiani. L’Italia dovrebbe invece smetterla di comportarsi come se i Marò fossero colpevoli e di preoccuparsi solo della loro sorte da “condannati” e dovrebbe colpire l’India in ciò che al momento ha di più caro: la sua richiesta d’ingresso nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu per sottrarsi alle minacce della Cinain. L’Italia ponga un ultimatum per il rilascio dei Marò annunciando, in mancanza di un suo rispetto, il suo veto all’ingresso dell’India nel CdS, facendosi appoggiare questa sacrosanta iniziativa dagli alleati della Nato, specie quelli che sono partners nella Ce. O gli alleati servono solo a chiederci rigore nei conti, di mandare i nostri ragazzi ad essere uccisi in Iraq ed Afghanistan ed a dare loro una mano, quando serve, ad ammazzare Gheddafi e Saddam od a rovesciare Assad in Siria?
(Fonte)

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